Le magnifiche diciotto: Svetlana Alexievich, monumento polifonico al coraggio

Svetlana Alexievich - Le magnifiche diciotto - l'altro femminile
Premio Nobel per la Letteratura 2015, la giornalista bielorussa ha trasformato le voci della gente comune in un’epopea di sofferenza e coraggio.

Svetlana Alexievich (o Svjatlana Aleksievič), la quattordicesima donna a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, è una figura imprescindibile nella rubrica “Le magnifiche diciotto”. Assegnato nel 2015, il prestigioso riconoscimento ha celebrato la scrittrice e giornalista bielorussa per «la sua opera polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo».

Nata il 31 maggio 1948 in Ucraina da padre bielorusso e madre ucraina, entrambi insegnanti, Alexievich è cresciuta in Bielorussia. Ha dedicato la sua carriera a raccontare, attraverso le voci della gente comune, i principali eventi dell’Unione Sovietica e del mondo post-sovietico.

La poetica dell’orecchio umano: il romanzo di voci

La cifra stilistica di Svetlana Alexievich è un genere letterario non-fiction completamente suo, che lei chiama «romanzo di voci». Lo definisce anche «genere delle voci umane, delle confessioni, delle testimonianze, dei documenti dell’animo umano». Questo approccio le permette di raggiungere la massima approssimazione possibile alla realtà.

Il suo processo creativo è meticoloso. Impiega dai quattro ai sette anni per ciascun libro, consultando e registrando le storie di 500-700 persone. Alexievich si definisce un «orecchio umano», più che una «penna umana» come Flaubert. L’obiettivo non è scrivere la storia nuda e cruda dei fatti, ma la «storia dei sentimenti» e dell’anima. Vuole cioè catturare quello che la grande storia solitamente ignora o disdegna. I suoi libri sono un collage di voci e dettagli quotidiani che trasformano l’orrore in un racconto corale. Per lei, l’arte deve accumulare l’umanità all’interno dell’essere umano. L’attendibilità del racconto nasce dalla moltitudine di strati forniti dalle diverse testimonianze.

Cronista di utopie perdute e catastrofi

Le opere di Alexievich costituiscono una vasta “enciclopedia dei sogni dell’uomo rosso”. Sono un’impressionante storia della mentalità di diverse generazioni di persone sovietiche e post-sovietiche, un ciclo spesso definito Voci di Utopia.

Tra i suoi lavori più celebri, tradotti in oltre quaranta lingue, troviamo:

La guerra non ha un volto di donna (1985), Racconta la Seconda Guerra Mondiale attraverso le donne sovietiche al fronte. Si concentra sulla sofferenza e sul concetto che la guerra è «nient’altro che uccidere», senza spazio per l’eroismo celebrativo.

Ragazzi di zinco (1989), un libro sconvolgente sulla guerra sovietica in Afghanistan. Demythologizza il conflitto, descrivendo i giovani soldati che tornavano a casa in bare di zinco.

Incantati dalla morte (1993), indaga sui suicidi successivi al crollo dell’URSS, causati dalla difficoltà di accettare il nuovo ordine e la perdita degli ideali socialisti.

Preghiera per Černobyl’ (1997) è il suo libro più famoso nel mondo. Non si concentra solo sul disastro nucleare, ma sul «mondo dopo». Alexievich racconta di persone che hanno acquisito una nuova consapevolezza, vivendo come dopo una “terza guerra mondiale”.

Tempo di seconda mano (2013) descrive la vita in Russia dopo il crollo del comunismo. L’autrice indaga lo smarrimento dell’”uomo rosso”, che si sente derubato e pieno di rabbia, incapace di adattarsi a questo “tempo di seconda mano”.

le magnifiche diciotto
Le magnifiche diciotto Nobel per la letteratura

Coraggio, esilio e la lotta per la libertà

La vita di Alexievich è stata profondamente segnata dal suo impegno politico e dalla sua indipendenza critica. A causa delle sue opinioni schiette, è stata perseguitata dal regime del presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka, che l’ha falsamente accusata di essere un agente della CIA. Questa persecuzione l’ha costretta a vivere in esilio per dodici anni, trascorrendo periodi in Italia, Francia, Germania e Svezia.

Nonostante fosse tornata a vivere a Minsk dal 2011/2013, nel settembre 2020 è stata, di nuovo, costretta alla fuga in Germania. Era infatti l’ultima mèmbra rimasta libera del Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa. Il regime di Lukašėnka ha persino rimosso i suoi libri, come Gli ultimi testimoni, dal curriculum scolastico e il suo nome dai libri di storia in Bielorussia.

Alexievich non risparmia critiche nemmeno alla Russia contemporanea. Afferma di non rispettare il «mondo russo di Putin e di Stalin» e sostiene che oggi ci troviamo di fronte a un «fascismo russo». Vede l’aiuto di Lukašėnka alla Russia durante l’invasione dell’Ucraina (2022) come «complicità in un crimine».

Nonostante il panorama di orrore, la scrittrice non perde la speranza. Afferma che la libertà non è una «festa istantanea» ma una «lunga strada». Il suo obiettivo finale, anche mentre scrive il suo nuovo libro sulle proteste e le torture in Bielorussia, rimane la ricerca di «parole d’amore». Spera che i suoi libri aiutino l’uomo di domani a comprendere chi eravamo, per non sparire nel silenzio.

Alexievich è un faro per la letteratura mondiale. Un esempio per tuttә noi. È un ponte culturale che dimostra come la parola possa essere un’arma potente nella lotta per un mondo più giusto e umano.

Cinzia Inguanta

Foto in alto: Svetlana Alexievich (2024) di A. Savin – Opera propria – da Wikimedia Commons

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