Pillole di Femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #80

Paola Pecci
«La fine di maggio sulla riva del lago profuma d’estate e di promesse. […] Le ville riaprono, dietro i cancelli squadre di indiani tosano prati, lucidano vetri, arieggiano stanze chiuse da mesi. »

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.
Con grande piacere pubblichiamo “L’invincibile estate” il racconto con il quale Paola Pecci ha partecipato alla nostra prima call del 2024.

L’ESTATE INVINCIBILE di Paola Pecci

La fine di maggio sulla riva del lago profuma d’estate e di promesse. I tedeschi arrivano dalla Baviera per le vacanze di Pentecoste, gli affittacamere davanti al caffè fanno pronostici sulla stagione che viene: ogni anno, a sentire loro, sarà peggiore di quello passato. Le ville riaprono, dietro i cancelli squadre di indiani tosano prati, lucidano vetri, arieggiano stanze chiuse da mesi.

A Villa Rachele no, i lavori li fa il signor Piras, perché il nonno in casa sua di musi neri non ce ne vuole. Io e mio fratello siamo eccitati, scendiamo in cantina a prendere il ping pong e il coccodrillo gonfiabile, gridiamo perché lì sotto è pieno di ragnatele. In giardino il vecchio Piras monta il dondolo in ferro, Valeria Rossi chiede per radio di darle sole, cuore e amore. Ci caliamo in piscina senza scaletta, prima di domani non sarà piena: ma noi siamo impazienti, l’estate è elettrica e ci dà scariche dentro.

In cucina la cuoca sforna biscotti per colazione.
«Sai che quest’anno i Morgante vengono con la nipote?» mi dice la mamma.
Ai Morgante affittiamo ogni anno il piano alto di Villa Rachele e ogni anno il nonno si lamenta perché dice che sono comunisti.
«Fa il liceo classico, magari ti insegna un po’ di greco per l’anno prossimo. Da piccole giocavate insieme. Te la ricordi?».
Mi pulisco gli occhi dal sonno: no, ricordo solo una biondina poco più grande di me. Quando la mamma si gira, rubo dal freezer un Winner Taco.
«Giulia! No il gelato per colazione!».
I Morgante arrivano nel pomeriggio, il nonno alza un po’ troppo il braccio per salutare e la mamma lo accompagna a fare il riposino. Dalla macchina esce anche la nipote: è bionda per davvero. Sopra i jeans indossa un foulard con disegni africani e ha la maglia annodata in modo da lasciare scoperta la pancia: è più magra di Geri Halliwell da quando ha lasciato le Spice. Sotto il braccio tiene un libro che si intitola Baccanti.
«Clelia!» la chiama sua zia «Vieni a salutare!».
Lei non ascolta ed entra in casa con aria scocciata.

Il lago luccica al sole e gli iris si afflosciano dentro le siepi. Clelia non si accorge che esisto. Scende in piscina la mattina presto e passa le giornate a leggere a bordo vasca. Dopo pranzo, quando siamo tutti a riposare, si toglie il pezzo sopra del costume: le sbircio i capezzoli, rispetto ai miei sono dritti e abbronzati.
Per essere notata mi dipingo gli occhi di azzurro e provo ad annodarmi le magliette come fa lei. La mia pancia però è sporgente, quando mi siedo forma tanti rotolini.
«Giochiamo che io ero Totti e tu Batigoal all’ultima di campionato?» mi chiede mio fratello.
Mi andrebbe, ma non voglio che Clelia mi consideri infantile.
«Sto leggendo, non rompere» dico ad alta voce perché senta anche lei e si accorga che casualmente stiamo leggendo lo stesso libro. In realtà ho cercato Euripide per ore nella biblioteca del nonno: mi annoia, ma spero diventi un pretesto per attaccare bottone.
Una sera la mamma invita i Morgante a cena da noi. Il nonno brontola, io mi assicuro che Clelia venga fatta sedere di fronte a me: questa volta non può non rivolgermi la parola. Quando arriva a tavola, però, ha l’aria truce e gli occhi rossi di pianto. La cuoca serve spaghetti alle sarde di lago: Clelia tiene lo sguardo fisso sul piatto, pilucca il pesce con la forchetta senza sfiorare la pasta. Il sugo le unge la bocca come lucidalabbra: la guardo masticare incantata.

Il giorno dopo Clelia scoppia a piangere in piscina. Mi avvicino e trovo il coraggio di chiederle se va tutto bene.
«No! Ma li leggi i giornali?» sbotta lei, sventolandomi la Repubblica sotto il naso. Leggo: G8, nella notte blitz della polizia contro i No Global. Arrossisco, di Genova so poco, giusto quello che dicono le news di MTV tra un video musicale e l’altro.
«Prima ammazzano un ragazzo, e poi… guarda cos’hanno fatto nella palestra di una scuola! Sbirri bastardi!».
Evito di dirle che il nonno era carabiniere e mi siedo accanto a lei a sfogliare il giornale. Così da vicino riesco a sentire il suo profumo: sa di incenso e di sudore. Clelia si porta una mano alla bocca.
«Hanno strappato gli orecchini a una ragazza!» strilla e scoppia di nuovo in lacrime. Le metto una mano sulla spalla e poi, siccome continua a singhiozzare, la abbraccio. Ha i capelli morbidi ed è fragile come un uccello: da lontano non mi ero accorta che fosse più bassa di me. Ti proteggo io, penso, e il cuore mi fa una capriola nel petto.

Clelia comincia a darmi confidenza. In piscina mi stendo nel lettino accanto al suo e commentiamo tutti i giorni le notizie sul G8. Mi racconta di Seattle, dei black block, del movimento No Global.
«A Genova volevo andarci anch’io» mi confida «Ma mia mamma mi ha costretta a venire in questo posto di merda».
Mi sento un po’ offesa per Villa Rachele, ma non la contraddico. Nascondo il mio costume Fiorucci e tiro fuori dall’armadio quello vecchio senza marca. A volte restiamo nude con il sole che ci frigge la pelle, Clelia legge ad alta voce le Baccanti e mi insegna qualche parola in greco. Mi presta una cuffia del suo lettore CD e ascoltiamo insieme Kurt Cobain distese a pancia in su: chiudiamo gli occhi e desideriamo anche noi bruciare in una fiammata piuttosto che spegnerci lentamente.

La sera di Ferragosto la mamma organizza una festa in terrazza. Rimaniamo anche noi finché il sole si dissangua nel lago, poi Clelia mi porta in piscina.
Le voci degli ospiti arrivano distanti, si distingue solo il nonno brindare «A noi!» ad ogni bicchiere di vino. Dalle ville vicine provengono risa e acciottolio di stoviglie, la citronella brucia nelle candele a bordo vasca. Siamo sedute per terra a gambe incrociate. Clelia ha rubato una vodka alla pesca, beve a canna, poi me la offre. Mi versa il liquore dalla bottiglia alla gola, rido, tossisco per il bruciore. La vodka dal mento mi cola sul petto, Clelia la lecca, mi gira la testa. Ci baciamo, la pelle che scotta come di febbre, le mani impacciate a toccarci i capelli. Ci tuffiamo in piscina, lanciamo grida da menadi pazze, ci fosse re Penteo lo sbraneremmo sul serio. La bacio di nuovo, mi sento l’Hero di Enrique Iglesias.
Poi chiudo gli occhi ed arriva l’autunno.

Il lago a novembre è terra di spettri. Il giorno dei morti torniamo alla villa, la mamma guida sulla strada deserta. Da un lato sfilano insegne di hotel, spente per la stagione invernale, dall’altro il tappeto verde del lago.
La piscina è vuota, foglie secche ricoprono il fondo vasca. Dopo pranzo gli adulti bevono il caffè, io entro in biblioteca: i mobili riposano sotto a vecchie lenzuola, tolgo quella che avvolge il busto preferito del nonno. Alla base, tracciata con un indelebile rosa, c’è una scritta in greco: ora la so decifrare.
Penso a Clelia, alla me dell’estate. Sorrido e ricopro la statua fino al prossimo maggio.

15-8-2001, autìka gà pàsa choreùsei

(Trad: presto la terra tutta danzerà)

Paola Pecci (1987) vive a Verona, dove insegna, legge e scrive. Ha pubblicato storie su siti e su riviste. In passato ha partecipato con un suo racconto ad una delle edizioni di “Esor-dire” organizzata dalla Scuola Holden di Torino. Nel 2023 ha vinto la seconda edizione del Premio Letterario “Marco Faccini”.

In alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

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