Pia Pera, la scrittrice che conosceva i segreti dell’orto e del giardino

Pia Pera
Cosa si può imparare coltivando ortaggi e curando un giardino? Ce lo racconta la scrittrice lucchese ne L’orto del perdigiorno.

«Il bello di questo mese è che la caccia ormai è finita, a partire dal 31 di gennaio, e si può riprendere a passeggiare liberamente, senza preoccuparsi che il cane Nino possa venire scambiato per un cinghiale quando si intrufola fra i cespugli, e senza dovere per forza indossare indumenti sgargianti per non venire impallinati.» Inizia così la descrizione del mese di febbraio sul libro che da quando sono venuta a vivere in campagna è diventato la mia bibbia, ovvero L’orto del perdigiorno (Ponte alle Grazie) di Pia Pera. In questa descrizione, peraltro, mi sono riconosciuta subito. Al posto del cane Nino basta mettere uno (o anche tutti e tre a volte) dei miei gatti e la situazione è assolutamente identica. La fine della caccia è una vera liberazione! Dai cani con i loro campanellini, dagli spari che rompono il silenzio all’improvviso e ti fanno sobbalzare e dai cacciatori con le loro urla disumane. Si, inutile nascondere la mia antipatia, la mia ostilità, a volte al limite dell’intolleranza, per questi umani che così umani poi non sono, almeno secondo me.

Pia Pera - Lorto del perdigiornoMa torniamo a questo libro – faro che mi ha aiutato e continua ad aiutarmi nell’apprendistato di quella che è diventata la mia nuova vita da sei anni a questa parte. Ho sempre desiderato vivere fuori dalla città, a contatto con la natura, nel silenzio. E mi sarebbe tanto piaciuto avere un orto, un giardino, mettere le mani nella terra. La vita mi ha accontentato, ma i proverbi hanno spesso ragione: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e non ci si improvvisa contadinə. Un’amica, tempo fa, mi regalò questo libro ed è stata una svolta. È stato anche ritrovare qualcuno che conoscevo da molto, si fa per dire, perché durante la mia vita avevo incrociato diverse volte l’autrice. Appassionata di fiori e piante, nonostante il mio pollicino verde, mi capitava ogni tanto di comprare Gardenia, la rivista mensile di giardinaggio. Mi piaceva sfogliarne le pagine e immergermi nelle bellissime e rasserenanti foto di giardini incantati, ma la pagina che amavo di più era l’ultima. Quella pagina ospitava la rubrica Apprendista di felicità curata da una giornalista che raccontava di emozioni, riflessioni, suggestioni e incontri che scaturivano dalla letteratura e dalla sua vita in giardino. L’autrice della rubrica era proprio Pia Pera.

Nel 2007 Gianna Nannini pubblicò un album difficile, strano, che non riscontrò grande successo, probabilmente perché meno commerciale ma diventato poi un lavoro teatrale. Pia come la canto io era dedicato a Pia de’ Tolomei, la gentildonna senese uccisa dal marito che Dante incontra nel Purgatorio. I testi delle canzoni erano frutto di una collaborazione tra la cantautrice e Pia Pera. E di lei mi parlò Gianfranco Zavalloni, il visionario e pirotecnico maestro romagnolo che si batteva per una scuola creativa, aperta all’ecologia e alla multicultura, autore de La pedagogia della lumaca e del Manifesto dei diritti naturali di bimbe e bimbi. Insieme fondarono Gli orti di pace, un’iniziativa dedicata alla creazione di giardini di comunità, dalle scuole ai luoghi di cura, alle carceri (informazioni sul sito www.ortidipace.org).

Mi immersi nella lettura e scoprii che in comune con lei avevo anche questo desiderio di lasciare la città. Pera, lucchese di nascita, visse e lavorò a Milano poi si trasferì nell’Appennino toscano. Parlo al passato perché Pia Pera ci ha lasciatə nel 2016, a sessant’anni, per una grave forma di sclerosi laterale amiotrofica. Ma ci ha regalato bellissimi libri, libri pieni di vita, di odori, profumi, colori, suoni, libri che portano fuori, all’aria aperta e regalano tanta bellezza. È stata una scrittrice di saggistica, traduttrice dal russo (ha tradotto tra l’altro Evgenij Onegin di Puskin) e ha esordito nella narrativa con un libro di racconti, La bellezza dell’asino (1992) e Il diario di Lo (1995). Nel 2000 ha pubblicato il saggio L’arcipelago di Longo Maï, un esperimento di vita comunitaria che racconta la scoperta di un altro modo di vivere possibile. È dopo l’incontro con questa comunità anarchica sulle colline svizzere che decide di trasferirsi nel podere di famiglia alle pendici del Monte Pisano, nella Lucchesia, maturando una filosofia del giardino che influirà moltissimo sulla sua produzione letteraria.

Pia Pera - Al giardino non lho ancora dettoL’orto del perdigiorno è del 2003, Il giardino che vorrei del 2006. Nel 2007 esce Contro il giardino, scritto con il paesaggista Antonio Perazzi. Nel 2011 pubblica Le vie dell’orto. Le virtù dell’orto esce nel 2016, come pure il suo ultimo libro, scritto dopo aver scoperto la malattia, Al giardino ancora non l’ho detto, che è il racconto dell’attesa della sua morte. Una raccolta di suoi articoli per Gardenia, la rivista con cui ha collaborato dal 2006 al 2016, è stata pubblicata nel libro Apprendista di felicità, edito, sempre da Ponte alle Grazie, nel 2019. Ma come ho già scritto ogni pagina dei suoi libri è un inno alla vita e alla natura.

Penso a lei molto spesso: anche ora che è inverno, uscire di casa al mattino, immergermi nella natura, con qualunque tempo, meteorologico o interiore, prendere in mano le cesoie per tagliare qualcosa di secco, o spostare un vaso che rischia di rompersi per il ghiaccio, guardare le foglie piene di brina, raccogliere la verdura dalla terra con le mani un po’ gelate o mettermi semplicemente a camminare ascoltando il vento, gli uccelli o altri rumori che vengono dal bosco finalmente libero da invasori armati è quanto di più rasserenante, bello, salutare e nutriente che io possa desiderare. Anche se spesso piuttosto faticoso.

«Lavorando in giardino, si rafforza in modo molto rasserenante la connessione tra azione e risultato. Questo è assai gratificante, credo sia l’esatto contrario della depressione, quel misero stato in cui si ha l’impressione che nessuna nostra iniziativa approderà mai a qualcosa di bello e piacevole. Che fare? Ormai il malumore si fatica perfino a ricordarlo. Tra le piante, si prova la sensazione di aver trovato con estrema facilità il nostro posto al mondo. Di trovarci esattamente dove dovremmo essere. Che questo avvenga semplicemente per la più primordiale delle complementarità, quella tra animale e pianta? Tra creature specularmente opposte, che si nutrono l’una del respiro dell’altra? Non saprei. Ma l’importante è questo: funziona.» (tratto da La virtù dell’orto. Coltivando la terra si coltiva anche la felicità).

Serena Betti

In alto: Pia Pera

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