Pillole di Femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #21

Che male può fare? Racconto primo classificato al Premio Letterario “Marco Faccini 2022”, inserito nella raccolta Storie di dipendenze edizioni Clad (2022). Si ringrazia la casa editrice.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.

Come terminerà questa storia? Non lo so proprio. È una strada tutta salite e discese. Hai presente le montagne russe? Una volta saliti sulla giostra manca la visuale d’insieme. Ti trovi sempre troppo in alto o troppo in basso per capire dove sei. A momenti vorresti poter scendere subito, poi invece desideri che la corsa duri per sempre. Com’è iniziata? Non lo ricordo, a volte credo che un’origine non ci sia mai stata. O forse sono io, era tutto scritto nel mio DNA. Come finirà? Non so rispondere. Non so immaginarlo. Forse una conclusione non c’è. Non ci può essere.

Il mio destino, lo so, è camminare con questa bestiola dispettosa sulla spalla. Da principio la sua compagnia mi dava conforto. Non ero più sola e il mondo faceva meno paura. Sapevo che non era un animale domestico ma m’illudevo di poter gestire la convivenza con la tracotanza che arma gli sprovveduti.

Certe persone nascono disarmate, senza gli strumenti necessari per affrontare la vita. Ecco, io sono una di queste. Non saprei spiegartelo in modo diverso. È così e basta. Ho provato ad attrezzarmi. Ho costruito armature che mi hanno resa ancora più vulnerabile, mi sono riparata alzando barricate ma erano fatte di sabbia e il primo colpo di vento le ha spazzate via. Così ho imparato a camminare a testa bassa, rasente i muri, a vestirmi di grigio. Mezzucci, mi dirai. E forse hai ragione. Anche se cerchi di essere invisibile la vita viene sempre a scovarti.

Mento? Ma che domande fai? Tutti siamo bugiardi all’occorrenza. Raccontiamo storie per addomesticare la realtà. Io, per esempio, sono sempre stata una gran lavoratrice e per questo, nei primi tempi, non aveva destato sospetti il fatto che rimanessi in ufficio ben oltre l’orario. Eh sì, perché bisogna che l’inganno abbia radici profonde nella quotidianità, altrimenti ti scoprono subito. A volte penso che sarebbe stato meglio essere smascherata, ma è andata diversamente.

Non sai quanto mi piaceva e con quanta ansia aspettassi il momento in cui tutti se ne andavano. Tutta quella calma, quel silenzio. Finalmente potevo rilassarmi. Seguivo un rituale preciso. Per prima cosa andavo in bagno, rinfrescavo il trucco e poi mi dirigevo alla macchinetta delle bevande. Di solito a quel punto arrivava la donna delle pulizie. Le offrivo un caffè e lei iniziava il suo giro partendo dal mio ufficio in modo che poi, io potessi “lavorare” senza più essere disturbata. Mordevo il freno e anche questo mi dava piacere. Assaporavo.

Non è più così. Ha smesso di esserlo troppo presto e nonostante questo ho continuato. Lo sai anche tu come succede. No? Ma dai! Non è così anche con tua moglie? State insieme, consumate la vita in due ma quel brivido non c’è più. Non te ne accorgi e torni a casa sempre più tardi. È vero, non sono affari miei. Stiamo parlando di me, niente divagazioni sulla tua vita.

Dicevamo? Ah, sì! Finalmente sola davanti allo schermo del pc. Ero già dietro le sbarre. Allora però non lo sapevo. La bestiola mi teneva compagnia in silenzio. Sul monitor le carte del solitario: i cuori, i quadri, i fiori e le picche a dare anima al mio mondo vuoto. Il riflesso verde dello sfondo. La gioia che mi dava la cascata delle carte. Il gioco era riuscito. Tutto era perfetto. Ogni carta al suo posto. Ogni cosa al suo posto. M’illudevo di poter assestare la mia esistenza nello stesso modo. Tutto nella casella giusta. In fondo il segreto era solo lì: trovare la regola dell’ordine. Vivevo una sorta d’incanto mentre il resto precipitava.

Ben presto tutto questo cominciò a non bastarmi più. Non ce la facevo ad arrivare fino a sera per abbandonarmi a quella piccola soddisfazione. Iniziai a concedermi delle brevi pause durante il lavoro. Ti spiego come funzionava. Fissavo degli obbiettivi e una volta raggiunti mi regalavo cinque, dieci minuti del mio passatempo preferito. Che male può fare, pensavo mentre accarezzavo la bestiola che si mostrava docile e mansueta.

Avevo tutto sotto controllo. Non ridere, non scherzo, era davvero così. Il fatto è che poi quegli intervalli sono diventati sempre più lunghi. Il lavoro si accumulava, ero sempre in ritardo con le consegne e rischiavo di tradirmi. Dovevo trovare una soluzione. Non fu difficile, era lì a portata di mano. Avevamo uno stagista. Più che altro gli venivano affidate mansioni di poco conto perciò fu felice quando gli proposi di aiutarmi con l’editing dei testi. Si rivelò molto capace. Gli davo giusto qualche dritta, il che faceva di me la sua mentore. Mi era grato e in cambio sgobbava come un matto. A poco a poco dalla scrivania sparirono i fascicoli. Insomma, avevo la situazione in pugno.

Avevo smesso di fare tardi in ufficio, non era più necessario. Michele era contento, non cenava più da solo e quella rinnovata armonia si espandeva anche in camera da letto. Non ricordo quanto sia durata questa messinscena. Vivevo in questa bolla magica, in cui tutto sembrava aver trovato la giusta collocazione. Troppo bello per durare. Infatti, il mio uovo di Colombo si trasformò in frittata. Era inevitabile. È stato un momento imbarazzante, anche se non ho provato vergogna. Ero furiosa, la mia copertura era saltata. Persi l’impiego. Non mi preoccupai più di tanto, avrei lavorato come freelance per qualche altra casa editrice.

Non potendo permettermi un ufficio la casa divenne il mio quartier generale. Ma sì, in fondo era anche meglio, nessuno a controllarmi, completa autonomia nella gestione degli orari. Che fai, sorridi? Ero una sciocca, vero? Io invece mi reputavo una gran furba. Ma la bestiola si era ben piazzata sulla mia spalla. Iniziavo a sentirne il peso. Giocavo dalle sei alle quattordici ore, tutti i giorni. Il tempo per il resto si andava assottigliando. La casa era trascurata, come me. Lavoravo pochissimo e Michele mi dava il tormento. Sosteneva che dovevo farmi aiutare, che ero malata, che dovevo uscire e rompere quel circolo vizioso. Non gli credevo, però dovevo fare qualcosa, fosse solo per mettere fine a tutti quei litigi.

Dovetti acconsentire a cancellare dal pc e dallo smartphone tutti i giochini e mettere un blocco per evitare di scaricarne altri. Mi sentivo in trappola. Ero nervosa ma spavalda. Dovevo dimostrare che si sbagliava. Facesse pure quello che voleva. Io non ero depressa. I problemi che vedeva erano solo il frutto della sua fantasia. Misi il guinzaglio alla bestiola e iniziai a seguire il suo “programma”. Cominciai con l’uscire di casa. La prima volta feci un breve giro dell’isolato in sua compagnia. Dopo qualche tempo e molte promesse riguadagnai l’indipendenza. Passo dopo passo il mio percorso si allungava ogni volta un po’ di più. Avevamo stabilito dei piccoli compiti che avrebbero dovuto riportarmi a una sorta di normalità quotidiana.

Il protocollo giornaliero prevedeva lavarsi tutte le mattine, preparare e fare colazione, rifare il letto, vestirsi e uscire per fare un po’ di spesa e comprare il giornale. Una volta tornata a casa in genere arrivava la sua telefonata di controllo. Mi dava sicurezza. Poi avrei dovuto pranzare e nel pomeriggio dedicarmi al lavoro. Grazie all’intervento di Michele la copisteria di un suo cliente mi affidava la correzione delle tesi di laurea e di alcuni dépliant pubblicitari. Certo, un lavoro che mortificava il mio orgoglio ma dovevo recuperare la fiducia dell’uomo che mi amava. Sentivo il suo fiato sul collo, anche se giorno dopo giorno la situazione migliorava.

Dormivo, guadagnavo colore, mi era tornato anche un po’ di appetito. Facevo ancora fatica a concentrarmi, specialmente con il lavoro. Sfido chiunque, revisionavo testi talmente soporiferi che, per vincere la noia, divagavo. Se avessi avuto il solitario sul pc avrei giocato. Che fastidio! Dovevo ammettere che aveva ragione. Toglierlo era stato un bene. Nell’intento di recuperare l’attenzione iniziai a fumare. Mi aiutava davvero molto. Il numero delle pagine che riuscivo a rivedere era direttamente proporzionale a quello dei mozziconi di sigaretta nel posacenere.

Avevo la sensazione di camminare su una fune. Capisci cosa intendo? Tutto era precario. Sarebbe bastato un soffio per perdere l’equilibrio. Ero sempre così nervosa. Michele m’incoraggiava di continuo ma i suoi occhi riflettevano tutta l’ansia che non esprimeva con le parole. I suoi timori erano un macigno. La tensione non calava mai. A fine giornata mi sentivo sfinita, vuota. E anche se dormivo più di un tempo, certe mattine mi svegliavo con la sensazione di essere andata a letto solo qualche minuto prima. Avevo bisogno di distrarmi, di non rimuginare.

Non rammento con precisione com’è successo. Era una mattina come tante. C’era stato un piccolo contrasto con Michele, forse perché mi ero accesa una sigaretta ancor prima di alzarmi. Qualsiasi cosa facessi non era mai quella giusta. Ma no, il signor “so tutto io” non sarebbe riuscito a farmi sentire sbagliata. Avevo le mie ragioni. Punto. E se non capiva, chissenefrega. Dopo aver svolto i mei “doveri”, uscii. C’era il sole. Mi fece sentire ancor più infastidita. Entrai nella rivendita per comprare giornale e sigarette e giocai il resto in una delle due slot machine a fianco della cassa. Che male può fare, pensai. La bestiola sorrise sottecchi. Rimasi incantata dalle figure che giravano e giravano. E poi, voilà, sulla stessa riga, si erano allineati tre simboli uguali. Tutto tornava. Tutto era in ordine. Lo presi come un segno del destino, incassai la vincita e tornai a casa. Ero piena di energia.

Avevo riacquistato anche un po’ di buonumore. Riuscii ad applicarmi con cura e produttività sui quei fogli zeppi di parole che, quel pomeriggio, sembravano quasi avere un senso. No, felice è una parola troppo grossa, diciamo che mi sentivo bendisposta. Almeno fino al rientro di Michele. La vivacità che aveva contraddistinto la giornata mi aveva spinta a preparare la cena. Avevo apparecchiato con cura. Avevo raccolto i capelli come piaceva a lui e indossato quel vestitino che mi aveva regalato e che ancora non avevo mai messo. Volevo fargli una sorpresa. E ci credi? Ha rovinato tutto. Ha fatto subito una faccia storta. Mi guardava con sospetto. Non la smetteva di chiedere cos’era successo. I miei niente, è tutto a posto lo irritavano. Era evidente. Vedevo le vene della sua fronte ingrossarsi e pulsare. Abbiamo litigato di brutto. Ha dormito sul divano. Io? Ho pianto di rabbia finché mi sono addormentata.

La mattina seguente mi svegliai che era già uscito. Meglio così, non avevo voglia di affrontarlo, né di lavarmi o di fare colazione. Presi la porta di casa con la stessa tuta che avevo usato per dormire. Stropicciata come me. La bestiola trotterellava al mio fianco. Sapevamo entrambe quale sarebbe stato il prossimo passo. Le sigarette, il giornale e il resto. Il giochino però non funzionava. La macchinetta si mangiò anche la vincita del giorno prima. Mi sentivo tradita. Dalla sorte, da Michele. In qualche modo arrivò sera. Mi feci trovare a letto, e quando entrò in camera, finsi di dormire per non dovergli dare spiegazioni. Anche quella sera si coricò sul divano.

Al risveglio trovai un biglietto sul tavolo della cucina con su scritto: “Questa sera aspettami”. La giornata non prometteva nulla di buono. In casa mancava l’aria. Aprii le finestre e uscii. Le sigarette, il giornale e il resto. La macchinetta mangiasoldi non voleva collaborare. Rimasta senza contanti, andai a prelevare dal bancomat più vicino. Aspettami, faceva presto lui. Come se bastasse scrivere un biglietto. Quando tornai alla rivendita con la scusa di comprare un accendino, c’era un ragazzotto che giocava con la mia slot. Ne fui parecchio infastidita, ma ormai ero lì. M’intrattenni con il tabaccaio parlando del tempo finché non si liberò. Una moneta, due monete, tre. Tante monete. Tante quante le promesse non mantenute.

Anche quel pomeriggio non lavorai, mi mancava la concentrazione. Desideravo solo tornare davanti alla macchinetta. La suspense, le luci colorate come a Natale, la musichetta, il piacere della vincita. La sensazione di dominare il caso. “Aspettami”, diceva il biglietto. Aspettami. Attesi la sera riordinando l’appartamento. Feci una doccia, indossai qualcosa di pulito. Ordinai una cena a domicilio. Esatto, hai capito. Stavo preparando il terreno di gioco, volevo assicurarmi un vantaggio iniziale con una presunta normalità. In fondo lo sanno tutti che la miglior difesa è l’attacco e io ero pronta a colpire.

Michele quella sera si comportò come se nulla fosse. Forse l’allestimento aveva funzionato. Forse era stanco. Forse aveva voglia di credere anche lui, come me, che non c’era alcun motivo per preoccuparsi. Fatto sta che passammo una serata quasi piacevole. Il temuto confronto non ci fu. Ci fu una sorta di tregua silenziosa ma gravida di aspettative. Ne sentivo il carico. Come se non fosse bastato quello della bestiola. Dormimmo nello stesso letto facendo però attenzione a non venire in contatto. Ognuno ritirato nel suo cantuccio. Quella notte la passai completamente in bianco. Era come se avessi addosso una camicia di forza. La mattina seguente ero tutta indolenzita ma mi alzai lo stesso e preparai il caffè per tutti e due. Mi salutò con un bacio sulla fronte. L’ultimo che io ricordi.

Cosa feci dopo puoi immaginarlo: le sigarette, il giornale e il resto. Divenne il rito quotidiano. Vivevo in una sorta di eccitazione permanente. Ogni mia azione serviva ad assicurare il piacere che solo l’allinearsi dei simboli della slot sapeva regalarmi. Giocare era il mood della mia vita: mi svegliavo e ci pensavo, andavo a letto e ci pensavo. Per un certo periodo sono riuscita a mascherare quello che facevo, ma con il passare dei giorni diventava sempre più maledettamente complicato. Era come camminare in punta di piedi. Nonostante fossi diventata un’artista della dissimulazione, una voce mi diceva che il gioco non sarebbe potuto andare avanti per molto.

Smisi di lavorare. Avevo dei risparmi. Per qualche mese Michele non se ne accorse. Incredibile, vero? Rispettavo in modo scrupoloso il nostro programma. Evitavo di lasciarmi andare, curavo il mio aspetto, tenevo la casa in ordine e la cena era sempre in tavola. Ero diventata la miglior cliente della rosticceria sotto casa. Poi, una sera, vidi crollare il bel castello di carte che avevo costruito. Il caso. Aveva incontrato il titolare della copisteria per la quale avrei dovuto lavorare e aveva scoperto che non lo facevo più già da qualche tempo. Cercai di negare, ma le scuse che inventavo erano così ridicole che alla fine non mi rimase che confessare tutto. Fu una vera liberazione. Sapevo che stavo mettendo a rischio il nostro rapporto ma non m’importava.

Passammo mesi di tormento. Io non avevo più motivo di fingere. Non potevo e non volevo abbandonare il mio personale limbo, quel luogo senza pena che era diventato parte di me. Così lo misi di fronte alla scelta: prendere o lasciare. Lasciò e non potrei biasimarlo. Michele se ne andò e io ne fui quasi felice. Ero così consumata da non avere più energie per lui. La sua assenza era solo un pensiero di meno. Non un attimo di smarrimento, non un rimpianto, anche se non riesco a dimenticare l’espressione sul suo viso l’ultima volta che ci siamo visti. La bestiola zampettava felice qua e là. Alla fine eravamo rimaste io e lei. Niente più ci divideva.

Quando mai è accaduto che per mettere ogni cosa al posto giusto bastasse tirare una leva? Sono stata una sciocca a crederlo, anche se ti confesso che in alcuni momenti penso ancora possa essere vero. Ma dopo tutto quello che ho passato, negare di avere un problema è impossibile. È vero, riconoscere le proprie difficoltà è importante, essenziale come dici tu. Ma non è un passo verso la soluzione. La consapevolezza può fare molto male. Distruggerti.

Per nutrire la bestiola, che ha continuato a crescere sulla mia spalla, ho sacrificato l’amore, il lavoro, la dignità. Lei è sempre qui, la sento. Ma al contrario di quanto avevo immaginato ride di me e non con me. Lo capisco bene, così come comprendo quanto in realtà mi costino tutte le vincite. Sono vittorie di Pirro. Ma non fa niente. Continuo a ripetere gli stessi errori, gli stessi gesti. Sovrastimo ancora la mia capacità nel calcolare tutte le probabilità e non so darmi per sconfitta. Devo tentare, sempre, e poi farlo di nuovo, e poi ancora e ancora. E quel buco, quel vuoto non si riempie mai. Non c’è verso, maledizione!

La famiglia? Non ce l’ho una famiglia. Sono sola. No, nemmeno amici. Quelli di scuola? Persi di vista. Non ho avuto il tempo o forse la voglia di farmene altri. Ero concentrata sulla carriera e poi c’era Michele. Andava bene così, non avvertivo mancanze. Quando mi ha lasciata, è finita anche tutta la vita sociale che era legata a lui, alle sue conoscenze. No, no non voglio farmi compatire. Stai tranquillo. So che la vita è nelle nostre mani, che ognuno è artefice del proprio destino e bla, bla, bla… ma non riesco a imparare. Sono diventata sincera con gli altri e con me stessa, mi accetto per quella che sono. Ma tutto questo non risolve un bel nulla. Sempre qui a chiedere, chiedere e chiedere. Perché quello che ho non basta. Mai.

Quando sono finiti i risparmi me la sono vista brutta. Ma, come si dice? Il bisogno aguzza l’ingegno. Sono riuscita a ottenere il reddito di cittadinanza e ho lasciato il mio bell’appartamento, non me lo potevo più permettere. Adesso sono in un bilocale del Comune. Arrotondo le entrate con qualche lavoretto extra e in qualche modo me la cavo. I bisogni sono ridotti all’osso: cibo per la bestiola, sigarette e qualche cartone di Tavernello. Quando ho iniziato a bere? Ti interessa il quando e non il perché. Già, capisco! Quando? Come faccio a rispondere a questa domanda? Non lo so, non ricordo o non voglio. Ma se vuoi sapere il perché è semplice: avevo bisogno di farmi coraggio, e la bottiglia è diventata la mia nuova amica e compagna. Non ho più smesso. Ma ormai lo sappiamo bene che ho una certa inclinazione a sviluppare dipendenze.

Cosa rimpiango? Non guardo indietro, lascio il passato lì dov’è, non gioco con le sliding doors. Il quotidiano è già così impegnativo che non posso concedermi sentimentalismi. E poi a cosa servirebbe? A niente, solo un inutile dispendio di energie. Non ne ho molte e quelle poche che ho bastano appena a trascinarmi fino a sera cercando di non farmi troppo male. Non ho capito tanti momenti e mi sono sfuggite di mano molte occasioni ma ho fatto pace con quello che è stato. Quanta saggezza, vero? L’alcol aiuta. E comunque ognuno ha il diritto di vivere come può. Non faccio male a nessuno, solo a me stessa. No, non lo dico più che male può fare. Adesso lo so, quanto male può fare, anche se non ho imparato.

Si può cambiare? Forse. Però anche il mondo intorno a noi dovrebbe trasformarsi. Che senso avrebbe essere diversi se tutto rimane uguale? Ah, dici che se io non sono più la stessa non lo è nemmeno quello che ho intorno? Ho i miei dubbi, mi pare una sciocchezza. Insomma, se faccio un lavoro di merda, lavoro di merda resta anche se voglio essere convinta del contrario. Se uno è uno stronzo, così rimane anche se imparo a volergli bene. E così la fregatura è doppia. Tanta fatica per nulla. No, non mi va di fare un gioco insieme a te. Lo faccio da sola, è la mia regola. Non avertene a male, non sarebbe divertente e non servirebbe a nulla.

Non si sta male qui da te, hai messo su proprio un bel posticino. Si vede che te la passi bene. Hai un certo gusto. A chi non piacciono le cose belle? Il bello è però un lusso e devi potertelo permettere. È una questione di dettagli e sfumature insieme. Comunque, sei stato bravo. Hai fatto tutto da solo? No? Chi ti ha aiutato? Ma, sì, tranquillo, te lo chiedo solo per parlare, non che poi m’interessi tanto. Non mi cambia nulla. È tutto molto confortevole, rilassante. Ci si sente a proprio agio. Mi ci potrei abituare. Scherzo, non preoccuparti, non ne ho nessuna intenzione.

Vuoi che continui a raccontarti di me? Cos’altro potrei dirti? Niente. Ormai sai tutto, non c’è altro che valga la pena di sapere. Che fai? Ti sei addormentato? Così? Di punto in bianco? Beato te! Non sai cosa darei per riuscirci anch’io. Sogni d’oro allora. Fammi vedere che ore sono. Non è tardi… pagare, mi hai pagata… posso anche andarmene, non c’è motivo per rimanere. E poi la bestiola sulla mia spalla ha fame.

Cinzia Inguanta

Foto in alto: di Kellepics elaborazione di Erna Corsi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Che male può fare? è l’opera prima classificata al Premio Letterario “Marco Faccini 2022”. Il racconto è inserito nella raccolta Storie di dipendenze, edizioni CLAD. Per informazioni rivolgersi a Medicina delle Dipendenze Verona tel. 0458128291-medicina.dipendenze@gmail.com. Il ricavato della vendita del libro va a finanziare i progetti del Servizio .

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
3 × 22 =