Agedo, una comunità di genitori (e non solo) che lotta per i diritti di tuttә

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Non ci pensiamo mai, ma le persone LGBTQIA+ hanno una famiglia. Agedo accoglie tutte quelle famiglie che hanno bisogno di ascolto e supporto.

Dal quarto numero de L’Altro Femminile, donne oltre il consueto, l’intervista a Daniela Spizzichino, volontaria Agedo Livorno Toscana. Scarica il PDF della rivista o sfogliala online.

Essere genitori non è una passeggiata, lo sappiamo tutti bene. Tra genitori e figlә le difficoltà possono essere le più disparate, una delle quali è sicuramente legata alla sfera dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, quando non rientrano nei canoni imposti da sempre.

Agedo è un’associazione che riunisce genitori, parenti, amiche e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans*, +. Nata nel 1993, ha fatto enormi passi nella società entrando a far parte, come associazione, del FoNAGS e Agedo Livorno Toscana fa parte anche del FORAGS. Iscritta al Registro delle associazioni che svolgono attività nel campo della lotta alle discriminazioni, si batte per promuovere i diritti civili e i cambiamenti sociali. Al motto di «I nostri figli e le nostre figlie sono parte di un mondo e non un mondo a parte», Agedo lotta costantemente per far comprendere che orientamento sessuale o identità di genere non sono scelte o “fasi”, ma si tratta di identità che hanno tutto il diritto di essere difese e vissute liberamente.

Qualche settimana fa, alla presentazione del libro di Camilla Vivian Gender libera tuttә, ho conosciuto Daniela Spizzichino, volontaria Agedo Livorno. In quell’occasione il tempo per parlare è stato poco, ma ho capito subito che il confronto tra noi avrebbe potuto essere prezioso. Il tempo di scambiarsi i contatti e l’intervista era già fissata.

Daniela, ci parla di Agedo?

«Agedo nasce a Milano negli anni ‘90 come associazione di genitori di ragazzә omossessuali con lo scopo di creare una rete di supporto per tutte quelle famiglie che si trovavano ad affrontare il coming out dei propri figli e delle proprie figlie, adesso invece in Agedo ci sono genitori di persone che si riconoscono in tutto l’acronimo LGBTQIA+. Con il tempo è diventata una comunità di persone che si batte per i diritti di tutti e di tutte a trecentosessanta gradi, esattamente come scritto nel manifesto politico del Toscana Pride. È un insieme di persone che credono fermamente nel potere della singola persona e per questo s’impegnano ogni giorno a lanciare il forte messaggio di parità e libertà di diritti. Ci sono iscritti che non sono genitori di ragazzә LGBTQIA+, anzi che non sono nemmeno genitori, e questo è un forte segnale di quanto ci sia desiderio di un profondo cambiamento e di fare dell’inclusività e dell’uguaglianza i capisaldi della società moderna.»

Qual è lo scopo di Agedo?

«Lo scopo di Agedo è decostruire il pregiudizio. Attraverso le nostre attività, che siano i punti di ascolto, la formazione o l’organizzazione di eventi, l’intento principale è far capire che le nostre famiglie sono come tutte le altre, così come i nostri figli e le nostre figlie. Che l’identità di genere e l’orientamento sessuale sono caratteristiche, che non identificano totalmente una persona ma sono solo una parte dell’identità. Il lavoro della famiglia è fondamentale per fare rete intorno ai ragazzi e alle ragazze, soprattutto intorno a coloro che sono figlә di genitori omofobi.»

Come funzionano nello specifico le vostre attività?

«Nel punto di ascolto c’è uno scambio reciproco, un arricchimento sia per chi ascolta che per chi arriva, che si tratti di un genitore spaesato dopo aver ricevuto un coming out o di un ragazzo o di una ragazza che ci chiede consiglio su come poter fare coming out. Ogni storia è diversa dall’altra, chiaramente. La formazione è importante perché, di solito, abbiamo pregiudizi su qualcosa che non si conosce. Si potrebbe dire che il pregiudizio è figlio dell’ignoranza. Siamo tutti diversi in un modo o nell’altro, il problema nasce quando la diversità viene vista come un difetto. La persona che non si uniforma agli altri nel contesto in cui vive, che sia per l’orientamento sessuale come per mille altre caratteristiche, è vista come qualcuno da allontanare e da emarginare. Oppure c’è il falso buonismo quando viene detto «ti accolgo anche se» oppure «non sono omofobә perché ho tanti amici gay», anche quello è pregiudizio, perché si fa un distinguo tra persona e persona; quando si parla di “noi” e “loro”, lì c’è il peggior pregiudizio. Per questo la formazione è fondamentale, per far capire a tutti che la diversità esiste ed è giustissima e che, allo stesso tempo, siamo tutti uguali.»

Dove fa formazione Agedo?

«Siamo chiamati a fare formazione sia nel pubblico che nel privato. Tutti i progetti che facciamo sono studiati a seconda del contesto in cui vengono fatti e, oltre a noi volontari che portiamo la nostra testimonianza, siamo sempre affiancati da professionisti. È capitato che ci abbiano chiesto come creare un ambiente più inclusivo sui luoghi di lavoro, per esempio. Siamo anche chiamati nelle scuole ma, in ambito scolastico, sarebbe forse più importante fare formazione ai docenti e alle docenti, invece che ad alunni e alunne, che al giorno d’oggi sono molto svegli e informati. L’argomento LGBTQIA+ non fa parte della formazione obbligatoria degli insegnanti e delle insegnanti e nemmeno di quella dei medici, se vogliamo dirla tutta. Se chi insegna o chi esercita la professione medica vuole prepararsi sull’argomento, deve farlo cercando autonomamente i corsi di formazione. Questa è una realtà terribile, denota una gravissima mancanza professionale specialmente in figure che sono a stretto contatto con i ragazzi e le ragazze.»

Quali sono i messaggi che Agedo lotta per far passare?

«Abbattere qualsiasi forma di pregiudizio in primo luogo, sottolineando che, come ho detto poco fa, siamo tutti diversi e tutti ugualmente liberi. Un’altra questione per la quale ci battiamo è far capire che l’identità di genere e l’orientamento sessuale non si scelgono. Sono caratteristiche dell’essere umano e se ne prende consapevolezza in vari momenti della vita. C’è chi se ne rende conto da bambino e chi in età più adulta. Ci può essere anche una presa di coscienza come persona non binaria o gender fluid, per esempio, e ci può volere molto tempo per rendersene conto. La società ci ha sempre imposto il pensiero binario, rosa o azzurro, e invece non è così.

Fondamentale è il supporto della famiglia, far capire che in casa si può parlare di qualunque cosa e le difficoltà si affrontano insieme. Non sono infrequenti, purtroppo, casi di bullismo, disturbi alimentari, anche autolesionismo, di ragazzi e ragazze che hanno paura a parlare all’interno delle loro stesse famiglie perché non percepiscono appoggio o, peggio, assistono a commenti omofobi detti con leggerezza. Noi vogliamo dire a tutti i genitori che stare al fianco dei figli è importante e doveroso.»

Agedo-Livorno-Toscana
Agedo-Livorno-Toscana

Anche i genitori fanno un percorso, giusto?

«Assolutamente sì, io stessa l’ho fatto. I ragazzi e le ragazze fanno un percorso prima di arrivare a fare coming out e, in quel momento esatto, inizia il percorso dei genitori. Purtroppo di queste tematiche non si parla mai quando si aspetta un bambino, non esiste libro o corso che spieghi cosa fare e quindi è importante farsi aiutare e guidare. Poi, dopo il coming out del figlio o della figlia, c’è quello familiare.»

Che cos’è il coming out familiare?

«Il coming out familiare si verifica nel momento in cui tutta la famiglia accoglie il ragazzo o la ragazza nella sua identità e non ha timore a mostrarsi al mondo, anche se capita che non sia immediato. Da lì parte un percorso sempre differente che non può che essere un arricchimento e rafforzare i legami familiari.

Nella mia personale esperienza, con il coming out di mio figlio e mia figlia, sento di aver ricevuto un grandissimo regalo da custodire e coltivare insieme. Il nostro dialogo è diventato più profondo e ho scoperto lati di loro a me sconosciuti. Io non mi ero mai interrogata su queste tematiche, appartengo a una generazione nella quale non si parlava affatto di certi argomenti, anzi, era vergogna il solo pensiero. Invece adesso sento di essere una persona più ricca e mi batto per sia per i loro diritti che per i diritti di tuttә. Per questo dico sempre che per me è stato un regalo.»

Cosa offre Agedo nei punti di ascolto?

«I punti di ascolto offrono accoglienza e scambio reciproco di testimonianze. Ci è capitato che ci facessero domande specifiche sul percorso di transizione o chiedessero contatti di psicologi o psicologhe. Chi è al punto d’ascolto a sua volta ha conseguito una formazione, ma quello è solo il primo contatto che poi porta a un percorso ogni volta individuale perché, anche se sembra una banalità, ogni storia è a sé.»

Quali sono le difficoltà maggiori che si trova ad affrontare un genitore di una persona LGBTQIA+?

«Innanzitutto non è detto che ci siano difficoltà, ma se ci sono posso essere legate al capire di cosa si sta parlando. Argomenti come fluidità di genere, orientamento sessuale, identità di genere, transizione ecc, possono essere molto difficili da capire. Ogni genitore si prende il proprio tempo perché è giusto che faccia il proprio percorso per comprendere. È anche possibile che possano esserci difficoltà nel fare il coming out familiare, perché un conto è accogliere l’identità del figlio o della figlia, come dicevamo poco prima, un altro è accettare di dirlo al resto del mondo. Parlando sempre della mia esperienza personale posso dirle che, come persona, mi piaccio di più ora, mi sento più consapevole.»

Dove possiamo trovare le sedi Agedo?

«Nel corso del tempo Agedo ha aperto sedi in quasi tutte le regioni d’Italia, adesso sono circa trenta. A Livorno c’è la sede di Agedo Toscana e ci sono molti punti di ascolto in ogni regione. Spesso siamo ospitati da altre associazioni sul territorio, è sempre stata politica di Agedo fare rete, aiutarsi a vicenda, perché lo scambio reciproco è sempre un valore aggiunto. Spesso mettiamo stand per offrire materiale informativo e un primo contatto con noi. Non lo si pensa, ma anche quella che viene chiamata alfabetizzazione non va data per scontata, io stessa non avevo idea di cosa volesse dire l’acronimo LGBTQIA+ prima che la mia famiglia mi aprisse gli occhi. C’è ancora tanta ignoranza nelle persone e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di combatterla.»

Serena Pisaneschi

In alto: Daniela Spizzichino fra i suoi figlә

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