L’ultimo libro di Matteo Bussola: piccole lezioni che ci indicano la direzione?

Matteo Bussola

Il rosmarino non capisce l’inverno e io non ho capito l’ultimo libro di Bussola, o almeno non del tutto. Forse perché bastava anche meno.

Il rosmarino non capisce l’inverno (Einaudi) di Matteo Bussola è indubbiamente un libro ricco, pieno. Forse troppo, almeno per me. Tanti racconti di tante situazioni di questo nostro tempo, viste o vissute dalle protagoniste, tutte insieme. Ma chi sono io per? Nessuno, solo una donna che ha letto il libro, vivendolo (vivendolo?) più che come un romanzo, come una raccolta di racconti ad hoc.

Racconti legati gli uni agli altri, un intreccio di storie, per lo più dipinte con colori pastello, come un filo aggrovigliato di lucine dell’albero di Natale (per rimanere in tema inverno), la cui matassa viene dipanata, piuttosto in fretta secondo me (ma chissà se faccio testo io, che sono lenta in tutto), nell’ultimo racconto, in cui l’autore sembra proprio calcolare il minimo comune denominatore di tante frazioni, tracciando una bella riga orizzontale. Sapientemente, certo, ma veloce veloce come per consegnare il “compito” in tempo alla prof. Anzi, a tutte noi donne.

Il Matteo Bussola che esce dalle pagine di questo suo ultimo libro ha l’aria di una persona dolce, un grande osservatore di quel pezzo di superficie terrestre in cui vive, lavora ed è marito e padre. Superficie, appunto. Descritta benissimo e con un linguaggio scorrevole, ma una superficie. È un libro che non scava, spiega.

matteo bussola - il rosmarino non capisce linvernoParadossalmente i più ricchi sono quei racconti in cui l’autore spiega di meno e racconta con un pizzico di show-don’t-tell in più. Accade, e quando succede prendono vita le scene più originali del libro, come ad esempio nel racconto Teresa («Eto visto l’amore?»)«Mi affacciai e trovai un biglietto. Lo lessi in fretta, lo infilai in bocca, lo masticai veloce e deglutii, per paura che mio padre scoprisse anche quello. Sul biglietto c’era scritto, con una calligrafia storta: «Ti libero iu, tu giuru.».

Accade anche in Vera (in fondo anche io ho un trauma), dove l’autore ci porta dentro a questa donna che in fondo «sapeva, sentiva, che quello era il momento: o si sarebbe pietrificata, oppure. “Oppure” vinse.»

E accade anche e soprattutto in Angela (la cosa migliore che mi poteva capitare)«Non conosco i motivi della ragazza, qualcuno ha parlato di una delusione d’amore, a guardarla capisco solo che non resterà dov’è a lungo. Quindi tocca a me. Odio quando tocca a me, perché significa che non c’è nessun altro. La scena si svolge così. Le racconto che oggi sono felice, perché è avvenuto il passaggio anagrafico e il cambio di foto sui miei documenti. Qualcuno alle spalle mi sussurra che  non si parla di felicità ai potenziali suicidi. Io penso: scusa, se non ne parli a loro, a chi?»

Colpisce anche la storia Greta e Martina, non-quel-genere-di-amiche, come l’autore “precisa” nel sottotitolo. Peccato solo per la scena di quel bacio, niente affatto classica ma purtroppo sazia di quel fluid di cui così tanto si parla e si scrive, ovunque. Vincente invece è l’idea di corredare di un sottotitolo ogni racconto-capitolo, portando quel filo di curiosità e amara ironia, che spesso manca nel resto del libro.

Elena Marrassini

Foto in alto: Matteo Bussola

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