Terapia d’urto, miniracconto di Serena Pisaneschi

Serena Pisaneschi - terapia d'urto
[…] Erano subdoli i pensieri granulosi, perché si allacciavano con una rapidità tale che, poi, non c’era più verso di dividerli.

Lisa aveva diviso sia i pensieri belli che quelli brutti in tre sottogruppi: leggeri, pesanti e granulosi. I pensieri leggeri non avevano un peso specifico, allietando leggermente o preoccupando pochissimo, tipo “stasera pizza e film” o “non mi entrano più i miei jeans preferiti”. Quelli pesanti invece agivano con più enfasi sui suoi respiri, a sottolineare una bella boccata d’aria dall’asfissia della vita o una preoccupazione che, a volte, riusciva anche a incurvarle le spalle. Ma i più pericolosi, quelli che minacciavano costantemente una faticosa e ricercata stabilità emotiva, erano i pensieri granulosi.

All’interno dello spettro positivo, i pensieri granulosi erano una mina vagante. Guai ad abbassare la guardia, a dare loro potere. Bastava che uno di quei piccoli bastardi accennasse una fiammella di ottimismo ed ecco che ne arrivavano altri. Si legavano come proteine, si ammassavano compattandosi come sabbia bagnata, costruivano castelli, barriere impenetrabili contro la concretezza. Crescevano a dismisura alimentando l’illusione, espandendosi, a volte, fino ai limiti del buonsenso. Le conseguenze erano un pesante senso di delusione, l’odio per il genere umano (solitamente maschile) e un successivo ispessimento della corazza. Nello spettro negativo, invece, i danni erano più limitati in numero ma avevano il potere del tuono di Thor. Questi grappoli di pensieri si formavano con una velocità disarmante risuonando minacciosi in testa, poi scaricavano saette con un boato sordo e un bagliore da lasciare ciechi per molto tempo. Ma non ciechi negli occhi, quanto nella razionalità o, peggio, nella speranza. Nubi di malumore, pessimi presagi e negatività si addensavano tutto intorno a Lisa, ostacolando il normale scorrere dei giorni. Nei momenti “no” erano un po’ come la sporcizia per Pig Pen: uno strato uniforme che l’avvolgeva da capo a piedi.

Erano subdoli i pensieri granulosi, perché si allacciavano con una rapidità tale che, poi, non c’era più verso di dividerli. Ed erano sadici a livelli quasi illegali, andavano a colpire i centri nevralgici più scoperti e vulnerabili. Avevano il potere di moltiplicarsi e diventare cattivi nemmeno fossero stati i Gremlins dopo mezzanotte quando li bagni e gli dai da mangiare. Come cecchini, puntavano, miravano e facevano fuoco, non risparmiavano nessuno e non sbagliavano un colpo. Deconcentrazione, fatica, sonno sminuzzato, intrattabilità, tutti regali non richiesti, fardelli da portare per espiare una Via Crucis auto inflitta. Lisa, però, aveva trovato un modo per rialzarsi da ogni attacco. Se non poteva prevenire né difendersi, tanto valeva concentrarsi sulla ricostruzione successiva al bombardamento.

La terapia era molto semplice: pianto in solitaria, pianto con le amiche e, come coadiuvante universalmente valido, alcol. Per contrappasso tutto quel fiume liquido riusciva ad asciugare i pensieri e riportarli al livello granuloso, dopo di che bastava un soffio per tornare a sparpagliarli. Che il vento fosse quello dell’accettazione, della rassegnazione o di una momentanea e utopica indifferenza non importava, era sufficiente che passasse e portasse tutto con sé. E quindi Lisa spense la macchina, prese dal portabagagli due bottiglie di prosecco e si avviò verso la terapia. Schiacciò il campanello. Nessun «chi è» al citofono, solo il click del portone d’ingresso e diciassette scalini di granito chiaro.

Serena Pisaneschi

Foto in alto: Brain di Ermaltahiri su Pixabay

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