Femminilità, riflessioni a margine. Biologia? Società? Cultura?

femminilità
Da in/certe impronte domande senza risposte. Essere femminili è solo una costruzione sociale e culturale? Che ruolo gioca la biologia?

Questa domanda mi assilla. Periodicamente torna a farmi visita e mi rimbalza nella testa facendo un fracasso infernale.
Cos’è la femminilità?
Cos’è quella cosa che, dicono, circola nelle vene delle donne insieme alle piastrine?
Quella cosa che ci rende così speciali?
Cos’è?
Io la cerco in me e non la trovo, non la vedo, non la so riconoscere.
Un po’ come quando da ragazzina mi chiedevo cosa fosse un orgasmo senza però averlo mai provato. Le mie amiche mi dicevano «quando lo avrai lo riconoscerai». Forse funziona così anche con la femminilità, che quando la trovi la riconosci.
La femminilità è quel che ci rende uniche e affascinanti. Dicono.
Mi hanno anche sempre detto che nonostante cercassi di nascondere la mia in tutti i modi, io sono molto femminile.
Dicono.

Ma io non capisco quel che dicono.
Qualche giorno fa ho eliminato i peli delle gambe col rasoio invece che con il Silk Epil perché per motivi di salute ora non posso stare a lungo nella posizione richiesta per la depilazione. Ovviamente in quel momento la domanda è tornata: “Cos’è la femminilità?” e allora ho pensato che forse la femminilità è questo volersi rendere belle a tutti i costi: io lì, seduta sul bordo della vasca a depilarmi, anche se non sto bene, anche se non mi vedrà nessuno perché in questi giorni di malattia non posso uscire.

Poi, tra un pelo e l’altro, ho riflettuto. Questa di voler togliere i peli nonostante disagio e dolori non è femminilità, questo è piegarsi a una visione iconografica della donna che ci accetta solo se siamo esteticamente conformi ai correnti canoni di bellezza; ho pensato anche che siamo talmente succubi di questo intendimento collettivo che per non sentirci in colpa nei confronti di noi stesse ci raccontiamo che lo facciamo per autocompiacimento.

Ci diciamo che non lo stiamo facendo per piacere ai maschi, che non lo stiamo facendo per conformarci, ci diciamo che lo stiamo facendo per piacere a noi stesse.
In altri posti, con comunità diverse della nostra, questa cosa, questa specifica faccenda dei peli del corpo delle donne, non viene vissuta come da noi, e le donne non hanno bisogno di avere la pelle di un neonato per piacere (piacersi?). Magari ricorrono ad altre pratiche, ma non a questa.

Certo, tutti noi, uomini e donne, indistintamente, vogliamo piacerci quando ci guardiamo allo specchio, ma non sono certa che il criterio per cui diciamo di piacere a noi stessi sia davvero libero da arcaici condizionamenti di convivenza di gruppo.
I peli delle gambe me li tolgo perché così davvero mi piaccio di più o perché so (credo) di piacere di più agli uomini o, semplicemente (peggio), perché così sarò accettata anche dalla fornaia, dal postino, da quell’oca della mia vicina…

Cioè, per piacere a me stessa devo fare qualcosa che mi conformi a un canone.

Che libertà c’è in questa scelta?

La femminilità allora è questo desiderio di uniformarsi? È questa la femminilità?

Ho parlato di peli perché è quasi l’unica pratica estetica di cui ancora mi occupo; nel passaggio tra i venti e i quarant’anni, ho eliminato, adducendo scuse sempre diverse, tutto ciò che si direbbero essere le pratiche femminili (che poi, ora, non sono nemmeno più esclusivamente femminili – che sennò dovrei dire che il mio personal trainer, che si tinge i capelli per non mostrarsi brizzolato, ha una certa femminilità).

Per quanto mi riguarda, il primo a crollare è stato il maquillage, via fondotinta e ombretto; a seguire via tutto il resto finché non restarono solo mascara e matita, e infine nemmeno più quelli.
Successivamente, pian piano, sono passata agli abiti. I pantaloni hanno sostituito tutte le gonne perché più pratici e caldi in inverno, niente camicie, così evito di stirare.

Alla fine, di femminile avevo conservato solo la lingerie. Ora, inutile dirlo, non è sopravvissuta nemmeno quella, trovo che le mutandine di cotone bianche o nere, a seconda della necessità, siano estremamente più comode e non trovo nessun motivo, nessuno, per rinunciare a questa comodità.

Ed ecco il mio ritratto: capelli rasati quasi a zero, per ridurre al minimo la manutenzione, intimo basico di cotone, abiti larghi e comodi neri in inverno, più sobri in estate, spesso sono tute – sono una grande consumatrice di tute – niente trucco, scarpe rigorosamente MBT, per la schiena; borsa? una sacca militare comprata in Cina.

Dunque per definire la mia femminilità non ci si può riferire all’estetica. Anche le unghie sono sempre cortissime e senza smalto.
Eppure, signore e signori, gli uomini non mi sono mai mancati e, se avessi voluto, nemmeno le donne.
Ero bella e, sì, se ho rinunciato all’effetto scenico in cambio di una tuta e un paio di scarpe comode forse è solo perché potevo permettermelo. Se fossi nata meno bellina avrei fatto lo stesso percorso? Non lo possiamo sapere.
Stranamente non erano e continuano a non essere, almeno per me, tutte quelle cazzate che davvero mi rendevano più… femminile, evidentemente.

Ricordo il secondo anno di università, io e il mio fidanzato di allora recuperammo un tavolo da un restauratore e ci mettemmo a risistemarlo in giardino.
A un certo punto, non ricordo il motivo, lui si allontanò e io proseguii il mio lavoro per scartavetrare la superficie.
Lui, con una bibita fresca in mano, si immobilizzò e guardandomi rapito disse che anche con addosso abiti da lavoro, sudata e piena di polvere, con i capelli legati e spiaccicati dal sudore come ero io in quel momento, le donne hanno sempre una grazia innata che le rende divine.

Ecco, fermo immagine: cos’è la femminilità, allora?

È quello che ci spinge a scegliere le scarpe piene di brillantini o è qualcosa di interiore, molto più profondo e che, mi pare, sta rischiando di morire schiacciato da questi benedetti canoni?
(Chi li ha decisi poi questi canoni? Come si sono formati? In base a cosa? A me fanno schifo i brillantini!).

Mi torna sempre in mente il film di Altman del 1994, Prêt-à-Porter e la strepitosa scena finale con la sfilata di modelle nude.
Ecco, togliendo tutto, ogni sovrastruttura, ogni forma di schiavitù sociale e mediatica, cosa resta a definire la femminilità?
Non la mia, intendo, ogni femminilità.
Se da oggi cominciassimo ad andare in giro nudi, tutti, uomini e donne, rasati, struccati, scalzi, cosa rimarrebbe a definire la nostra femminilità, la nostra mascolinità?

Laura Massera

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