Intervista a Chiara Calza: una storia di transizione MtF

Chiara Calza - sarò chiara
«Se fossi una ragazza sarebbe più facile: basterebbe una gonna, un profumo…»  era l’11 agosto 1976 e così si rivolgeva alla madre la protagonista del nostro racconto alla vigilia del suo dodicesimo compleanno.

Così ricorda Chiara Calza, in uno dei primi post che si leggono sul suo blog, Sarò Chiara!: «Domani è il mio dodicesimo compleanno e sono in giro con mia madre alla ricerca di un regalo per me. Abbiamo già girato vari negozi ma finora non mi ha convinta niente. Passando davanti alle vetrine di un grande magazzino esco con: “Se fossi una ragazza sarebbe più facile: basterebbe una gonna, un profumo…”. Silenzio assordante, entriamo nel grande magazzino, reparto abbigliamento ragazzi. Non mi ricordo cosa scelse, credo una polo, come al solito. Passeranno circa trent’anni prima di comprendere che ero una ragazza – già allora – e di indossare una gonna. Per il profumo invece, sono diventata allergica poco dopo, meglio la polo, allora.»

Buongiorno, se dico L’altro Femminile a Lei, Chiara Calza, cosa viene in mente?

«La prima impressione del titolo è proprio il suo senso letterale, cioè un altro modo di guardare alla femminilità. Fuori dagli schemi dei canoni “patriarcali”.»

E crede che si stiano facendo passi in avanti per un femminismo intersezionale, ora come ora?

«Io frequento il nodo milanese di Non Una Di Meno. Forse ho una visione ottimistica ma mi sembra la visione femminista vincente (personalmente direi l’unica visione possibile). I numeri mi sembra che ci siano. Il movimento sta crescendo e si sta allargando anche a una parte più sensibile del mondo maschile.»

Lei è una attivista, quindi?

«Part-time, direi. Ma da qualche mese cerco di frequentare le assemblee il più possibile. Purtroppo per problemi di mobilità e lontananza la mia partecipazione è perlopiù online. Però sì, cerco di dare una mano, contribuire e anche diffondere il materiale e le idee.»

Veniamo a Chiara Calza. Cosa significa per Lei il femminile? Mi riferisco ovviamente alla Sua esperienza personale: rispetto alla storia in generale di transizione vorrei capire cosa rappresenta e ha rappresentato per Lei nella Sua vita e nel corso del tempo il femminile.

«Il femminile è il mio modo di esprimermi. Tecnicamente non sono una “femmina”, non ci sono nata, ma vivo e sento come se lo fossi. In inglese hanno termini differenti, female e feminine, in italiano ci si deve accontentare dell’aggettivo. Mi sono scoperta tardi, pur sapendo di esserlo – col senno di poi – da sempre. Già a sedici anni volevo frequentare il gruppo anarco-femminista della mia scuola, ma a quei tempi il femminismo era decisamente esclusivo. Guardandomi indietro ho sempre vissuto una femminilità maschile, fino ai quarant’anni, quando ho scoperto che identità di genere e orientamento sessuale sono due cose ben distinte, e che mi potevano piacere le donne anche se ero, almeno nel mio intimo, donna.»

Pensa che per una donna come Lei il femminismo sia importante allo stesso modo o in modo anche diverso con contenuti se possibile differenti o maggiorati?

«Il femminismo è importante per tuttƏ. Per tutte le donne, cisgender e transgender, ma anche per gli uomini. Il femminismo, almeno quello intersezionale, nasce dal movimento storico femminista ma ne allarga le istanze per il superamento di tutte le gerarchie. E lo fa con un’ottica ampia e inclusiva. Questo, secondo me, è l’unica possibilità che ha l’umanità per una società equa e vivibile per tuttƏ. Tornando a NUDM, per una donna “come me”, è stato importantissimo, nel mio percorso di affermazione, essere accolta come una sorella. Lì siamo tuttƏ sorellƏ, anche i ragazzi. La stessa accoglienza l’ho avuta in Rete Donne Transfemminista di Arcigay – ebbene sì, sono politicamente bigama – anche se il mio orientamento sessuale (sono lesbica, felice di esserlo) non è assolutamente un problema in NUDM, anzi, come ogni “diversità” arricchisce il collettivo con altre visioni.»

chiara calza

Come saprà, ArciLesbica nega la disforia… Ci chiarisce cosa sia la disforia e cosa ne pensa Lei di questo atteggiamento?

«Non credo neghino la disforia quanto l’identità di genere. Per loro siamo nate maschi e maschi rimaniamo. Non so se ArciLesbica o altri movimenti gender-critical ma in alcuni casi siamo definiti come “strumenti del patriarcato per contrastare il femminismo”. In sintesi “se non hai le mestruazioni non sei una donna” (con un po’ di imbarazzo per le donne in menopausa). La disforia è un termine medico con il quale le persone transgender vengono “patologizzate”, fortunatamente da gennaio entra in vigore il nuovo ICD-11 che ci sposta dalla salute mentale a quella sessuale, come “incongruenza” di genere. Questo non toglie che alcunƏ di noi soffrano, anche molto, e che sì, ci sono periodi disforici nelle nostre vite. Per quanto mi riguarda ne ho sofferto poco anche se è esplosa all’inizio del percorso e ogni volta che ho subito rallentamenti. L’identità di genere invece l’abbiamo tuttƏ, non solo le persone trans o non-binarie. Ed è semplicemente la percezione che abbiamo di noi stessƏ, del nostro corpo.»

Quindi disforia e incongruenza sono termini di appartenenza semantica differente per intendere chi vive male con il corpo di un sesso che non sente appartenergli, giusto?

«Disforia indica sofferenza ed era usato in termini psichiatrici e patologici ma è anche uno stato emotivo che l’incongruenza fra sesso biologico o, meglio, il sesso assegnato alla nascita e identità di genere può causare. Il corpo ci appartiene sempre e non è mai sbagliato. Solo che lo si può vivere male e, in quel caso, si desidera adattarlo al proprio essere e al proprio sentire. Ma esistono anche persone che rifiutano o comunque non desiderano alcun intervento, neanche farmacologico (TOS: Terapia Ormonale Sostitutiva). Per brevità vengono definite persone trans o non-binarie “non medicalizzate”. E hanno il diritto di essere riconosciute al pari di chi “implora” la chirurgia e confida negli ormoni.»

È lungo il percorso di transizione, sia in termini di tempo cronologico che di tempo interiore?

«È molto lungo. Terribilmente lungo. In particolare in Italia, in particolare se non hai tanti, tanti soldi. Il tempo interiore è molto variabile, c’è chi ne ha coscienza fin dai tre/quattro anni o da quando inizia a capire le differenze morfologiche e culturali fra i generi e chi, come me, impiega quaranta o più anni per capirsi. Prima è, meglio è: riguardando mie fotografie dell’adolescenza (anche abbastanza tardiva) ogni tanto mi scappa la lacrima… ah se potessi tornare indietro a dirmelo! Per quanto riguarda i tempi: esistono due protocolli per la transizione WPATH e ONIG. Il primo è più diffuso all’estero, pochissimo in Italia, e ha percorsi più veloci e meno patologizzanti. ONIG è invece il più diffuso in Italia anche se sempre meno seguito per intero. Questo prevede un test di due anni negli abiti e ruoli del genere di elezione, con terapia ormonale, ma mantenendo i documenti di nascita. Credo sia palese l’imbarazzo che si genera ogni volta che si debbano mostrare i documenti. In ogni caso normalmente si parte con un percorso psicologico per arrivare a una certificazione (a volte richiesta come psichiatrica) di assenza di patologie mentali per iniziare la terapia ormonale. La legge 184/82 non richiede né la certificazione psichiatrica né, di fatto, il test di vita. Ma sono normalmente richiesti in sede giudiziaria, perché sì: bisogna subire un “processo” per ottenere un diritto. Io sono arrivata in tribunale dopo un anno di TOS, ma c’è chi ne chiede due (pochi ormai) e chi non la chiede affatto. Sulle tempistiche: aggiunga che per operarsi con il SSN ci vogliono oltre tre anni per MtF. Un po’ meno per FtM perché sono operazioni già previste (mastectomia e isterectomia).»

Chiara Calza - disforia

Il WPATH invece in cosa consiste?

«Il WPATH (non lo conosco benissimo) prevede un breve colloquio psicologico iniziale, uno screening medico per la valutazione di tolleranza alla TOS (questa c’è ovviamente anche con ONIG: nessun endocrinologo con un po’ di testa prescriverebbe bombe potenzialmente letali – per questo mi raccomando: NON FATEVI MAI LA TERAPIA DA SOLƏ), poi si parte con la terapia. Nel WPATH c’è forse più esperienza nel micro-dosing (bassi dosaggi per cambiamenti lenti e minori), spesso richiesta dalle persone non-binarie. Diciamo che è più veloce per avere il cambiamento… ma poi dovrà passare al vaglio del tribunale e, in assenza di indicazioni di legge precise, la sentenza dipende dalla persona e dall’esperienza: meglio procurarsi unƏ legale specializzatƏ.»

UnƏ legale specializzatƏ che avrà un costo, immagino…

«Tutti gli avvocati costano e credo abbiano anche tabellari imposti dall’Ordine. Però, in genere, quelli specializzati sono spesso attivisti, con un’attenzione particolare e un occhio di riguardo. Poi esiste fortunatamente il gratuito patrocinio, perché per moltƏ di noi non è così semplice trovare un buon lavoro, anche se fortunatamente non è più necessario ricorrere alla prostituzione come negli anni ’70 (e ’80).»

Diciamo ai nostri lettori che la TOS è la somministrazione di ormoni preposti alla funzione di migliorare il percorso di transizione, sbaglio?

«Nì. La terapia ormonale sostitutiva serve per introdurre nell’organismo gli ormoni che il fisico non produce autonomamente. Nelle donne gli estrogeni servono per lo sviluppo del seno e per ridurre il testosterone, che viene anche limitato dagli antiandrogeni. Negli uomini il testosterone blocca il ciclo, sgonfia il seno e abbassa il tono della voce (cosa che non viene modificata nelle donne). Devo dire che, oltre che per il seno, l’uso dell’estradiolo mi ha fatto sentire veramente bene, non solo per una migliore condizione psico-fisica: è come se mi fosse sempre mancato qualcosa.»

Che rapporto ha Chiara Calza col Suo passato interiore pre-transizione?

«Mi è capitato giusto in questi giorni di trovare un mio abbonamento con foto di dieci anni fa: mi ha fatto impressione ed è stato doloroso. Però in realtà il mio vissuto maschile fa parte di me. Non rinnego niente, neanche due matrimoni e due figli (fatti da cisgender-etero). Non sarei quello che sono se mi cancellassi. Però no, non fatemi vedere fotografie – ho sempre odiato essere fotografata. E il motivo c’è!»

Va bene, grazie. Ultima cosa. Vogliamo ricordare il Suo bellissimo blog?

«Certo: per chi volesse approfondire trovate il mio racconto su: sarochiara.noblogs.org

Laura Massera

Foto in alto dal blog di Chiara Calza.

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