L’autonomia corporea è un diritto umano universale, eppure è ancora oggi bersaglio di ideologie che vogliono decidere per noi.
L’autonomia corporea, traduzione debole di bodily autonomy, è il diritto di ciascun essere umano di poter decidere del proprio corpo, senza violenze né coercizioni. Riconosciuto tra i diritti umani universali e inalienabili dell’ONU, riguarda la possibilità di determinare in totale autonomia azioni o inazioni legate al proprio corpo. E questo, sia in ambito sanitario e riproduttivo, sia nello stile di vita.
La frammentazione dei diritti
In realtà, per quanto riguarda le donne, tale diritto viene applicato nel mondo in modo eterogeneo. In molte democrazie e Stati progressisti, la donna viene riconosciuta unica responsabile legale delle decisioni relative al proprio corpo, tutelando i suoi diritti al consenso medico e alla libertà di scelta. Ma è lo Stato a definire i limiti di tale autonomia, con interventi in materia di accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva e all’aborto. Alle leggi, più o meno buone, si aggiunge l’ostruzionismo medico che può limitare l’accesso ai servizi.
Il controllo sociale e culturale
Il problema più radicato riguarda però la società e i suoi dogmi. Anche nelle democrazie più liberali si trovano donne sottoposte a una forma di controllo, che sia in ambito familiare, religioso o culturale. I comportamenti ritenuti socialmente accettabili si scontrano con l’autodeterminazione. Sono altre persone, quasi sempre uomini, a decidere al posto delle donne. Se, quando e con chi avere rapporti sessuali. Quando, come e con chi intraprendere una gravidanza o decidere di interromperne una non desiderata. Tutto si riduce a un concetto tanto semplice quanto, per alcuni, inafferrabile e rinnegato: la proprietà e il potere di disporre della cosa propria.
Le inchieste ONU e la disparità globale
Un’inchiesta demografica condotta in sede ONU riporta come la metà delle migliaia di donne intervistate non goda di una vera autonomia corporea, nei 57 Paesi del campione. Grandi le differenze: la quota di donne nella fascia 15-49 anni che dichiarano di poter prendere decisioni libere in tema di sessualità, contraccezione o assistenza medica varia dall’89% fino a un terribile 7%.
L’aborto tra ideologia e politica
Non stupisce che sia proprio l’aborto una delle questioni più controverse, specie dopo il ben noto annullamento della sentenza Roe v Wade, un enorme passo indietro per gli USA. L’Europa non è da meno: con l’ascesa di governi e movimenti di destra, si registra una deriva che mira a limitare il diritto all’aborto in Polonia, Ungheria, ma anche in Italia e altrove. In effetti non esiste un diritto universale all’aborto che sia sancito dal diritto internazionale. I Governi possono quindi decidere se considerarlo legale o meno, fino a quale periodo di gestazione e le modalità con cui viene eseguito. Il risultato sono leggi imperfette, influenzate dall’ideologia politica e strumentalizzate dai partiti per ottenere voti. Il tema è divisivo e l’opinione pubblica si schiera immediatamente tra “vita” e “scelta”. Senza fermarsi a realizzare che le due parole sono sinonimi, che una non esiste senza l’altra.
Il potere maschile sulle istituzioni
Altro elemento piuttosto scontato emerso nell’indagine ONU: quando gli uomini dominano gli spazi pubblici e istituzionali in cui vengono prese le decisioni sul corpo delle donne, l’autonomia corporea femminile cala irrimediabilmente. I diritti riproduttivi sono legati ai ruoli di genere, in un contesto in cui le donne incarnano valori di maternità e cura mentre gli uomini si riservano potere e controllo. Alcuni leader europei sembrano aver fatto della gestione dell’utero femminile una missione personale. I conservatori considerano l’aborto una minaccia per i “valori familiari tradizionali” e per il “futuro della Patria”. Mentre l’Europa affronta cambiamenti demografici e un calo dei tassi di natalità, alle donne viene affidato il compito di sostenere la popolazione. Che lo vogliano o no.
Casi di studio: Ungheria e Italia
L’Ungheria sotto Viktor Orbán offre un esempio da manuale. Partendo da una Costituzione in cui, in una formula nebulosa, “la vita del feto deve essere protetta dal concepimento”, un decreto del 2022 obbliga le donne che vogliono abortire ad ascoltare il battito cardiaco del feto prima di accedere alla procedura. Orbán dichiarò al tempo che le donne sarebbero “baby machines”, macchinari per la creazione di bambini il cui lavoro è al servizio della nazione. C’è puzza di 1984 nell’aria, e si può solo sperare che il neo-insediato premier Peter Magyar prenda un approccio diverso.
In Italia, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è autodefinita “donna, madre, cristiana”, prende le distanze dal “girl power”. E decisamente non è sostenitrice del diritto all’aborto. Il suo partito, Fratelli d’Italia, ha promosso una legge che consente alle “associazioni pro-vita” libero accesso ai consultori, con il pretesto di offrire un’alternativa ma di fatto intervenendo sulle donne con pressioni, intimidazioni e giudizi morali. Nel nostro Paese, solo il 64% degli ospedali ha un reparto dedicato alla IVG e oltre il 70% del personale sanitario esprime quella “obiezione morale” inserita nella legge 194/78 per favorirne l’approvazione. Orbán e Meloni non sono casi isolati, purtroppo; in Germania, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland, in forte ascesa, chiede che l’aborto rimanga una rara “eccezione assoluta”. Il loro programma vuole permetterlo solo in caso di stupro o di gravi rischi per la madre.
L’aborto come questione di equità
L’aborto è una questione di equità: senza la possibilità di decidere se e quando avere figli, le donne non possono esercitare pienamente il diritto all’autonomia corporea, né partecipare in modo paritario alla società. L’Organizzazione Mondiale della Sanità porta evidenze che legalizzare l’aborto non ne aumenta il numero e detta regole chiare per evitare la clandestinità, con i pericoli connessi. Secondo OMS, le persone con gravidanze indesiderate dovrebbero poter accedere a “un’assistenza per l’aborto sicura, tempestiva, economica, geograficamente fruibile, rispettosa e non discriminatoria”.
Verso un diritto europeo
L’Unione Europea dovrebbe appellarsi ai valori fondativi di libertà, democrazia, uguaglianza e diritti umani, per superare l’ostacolo del voto unanime che appare talvolta una scappatoia comoda. L’obiettivo è inserire una volta per tutte il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE, come chiesto a gran voce da molte associazioni e primo passo verso un’accessibilità trasversale a tutti i Paesi membri. Mio il corpo, mia la scelta. Ma serve anche una voce corale, che difenda il diritto invece di lasciarlo nelle mani delle ideologie nazionali.
Barbara Salazer
In alto: manifestazione per l’aborto, foto di Derek French da Pexels
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Dal N. 9 de L’Altro Femminile. Leggi il numero completo della rivista digitale QUI.

