Un ricordo degli anni ’70 diventa una riflessione sul diritto a essere soggetti, non oggetti da giudicare, vedere o desiderare.
Pensavamo di aver toccato il fondo con le parole del ministro Antonio Tajani sulla lunghezza delle gonne. Ma Roberto Vannacci è riuscito a spostare ancora più in là il confine della provocazione.
Il 22 settembre, intervenendo a Start su Sky TG24, alla domanda sulla preferenza tra una donna con la gonna lunga e una con la gonna corta, Vannacci ha risposto: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna».
Una battuta, l’ha definita lui stesso. Ma a me quella frase ha fatto venire in mente una storia molto più antica. Erano gli anni ’70. Io ero poco più di una bambina. Dopo la scuola raggiungevo mia madre nei campi. A novembre, giù, si raccoglievano le olive. Mia madre metteva il frutto del suo lavoro, sacchi pesanti, sulla bicicletta e poi si rientrava in paese a piedi.
Mamma era una donna fuori tempo. Era alta, longilinea e indossava i pantaloni. Un giorno le chiesi: «Mamma, prima di entrare in paese togli i pantaloni?». Sapevo che la gente avrebbe guardato e giudicato. Erano quelli i tempi.
Lei sorrise. Mi mise una mano sulla testa e mi disse: «Bella della mamma, non li toglierò. Lascia che la gente dica. Io so quanto freddo sentono le mie gambe. Gli altri non sentono niente,»
Mi sono portata dietro quella frase per tutta la vita. Forse perché dentro quelle poche parole c’era molto più di una scelta sull’abbigliamento. C’era una donna che sapeva di appartenere a se stessa. C’era il diritto di decidere come vestirsi, come attraversare il paese, come stare al mondo, senza dover chiedere il permesso allo sguardo degli altri.
E c’era una bambina che imparava, forse senza rendersene conto, che il corpo di una donna non è una cosa che gli altri possono amministrare al posto suo.
Oggi quella frase mi torna in mente con una forza diversa. Perché ancora una volta discutiamo delle donne partendo dai loro corpi. Dalle gonne lunghe o corte, da quanto mostrano o da quanto nascondono, da quanto sono desiderabili o da quanto dovrebbero esserlo.
Come se il problema fosse sempre l’abito. Come se il corpo delle donne fosse uno spazio pubblico sul quale tutti possono esprimere una preferenza. Io credo che il punto sia un altro. Ci vogliono donne oggetto, quando si cancella il soggetto.
Quando una donna smette di essere una persona che sceglie e diventa qualcosa da guardare, giudicare, desiderare o rifiutare. E allora penso a mia madre, alla sua bicicletta carica di sacchi, alle sue gambe che sentivano il freddo e a quella mano sulla mia testa.
Non aveva bisogno di spiegarmi la libertà. Me l’ha fatta vedere.
Oggi viviamo un tempo che, a volte, sembra cupo. Sui social alimentiamo una sorta di flebo continua di battute, risatine e commenti che finiscono per narcotizzare anche le parole con cui dovremmo difendere i diritti.
Ci abituiamo. Ridiamo. Scorriamo oltre. E intanto il confine si sposta un po’ più avanti.
Per questo credo che dovremmo tornare ad ascoltare le storie delle donne. Quelle delle madri, delle nonne, delle figlie. Le storie piccole, quotidiane, che magari non fanno rumore ma hanno insegnato a generazioni intere a non chinare la testa.
La mia storia comincia con una donna che, prima di entrare in paese, non si è tolta i pantaloni. E con una frase che ancora oggi mi accompagna: «Lascia che la gente dica.Gli altri non sentono il freddo sulle nostre gambe.»
E, soprattutto, non possono scegliere al posto nostro come dobbiamo stare al mondo.
Agata De Nuccio
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Agata De Nuccio è poeta e scrittrice. Nata a Castrignano del Capo, nel Salento, vive da molti anni a Erbè, nel Veronese, dove ha costruito il suo percorso umano e letterario. Ha iniziato a scrivere poesie giovanissima e nel tempo ha pubblicato diverse raccolte, tra cui Granelli di sabbia, Numero Trentotto, Lievito Madre e Il Tempo Necessario. Nel 2026 una nuova antologia ha raccolto dieci anni della sua produzione poetica. Autrice anche di racconti per bambini e ragazzi, da anni porta la poesia nelle scuole attraverso laboratori, letture e progetti dedicati alla parola e alla creatività. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali ed è stata semifinalista al Premio Camaiore nel 2014. Nella sua esperienza, poesia e impegno sociale procedono insieme: la parola non è soltanto espressione, ma uno strumento per creare relazione, consapevolezza e nuovi sguardi sul mondo.
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