Dal trionfo del 1999 alle generazioni successive: come la squadra ha trasformato il modo di vivere e guardare il calcio femminile.
Il 19 giugno 1999, una bambina di undici anni si trovava in mezzo al traffico del New Jersey. Addosso aveva una maglia di Mia Hamm e, con le compagne, aveva trovato uno spiazzo d’erba per improvvisare una partita. A poche centinaia di metri da lì, le giocatrici degli Stati Uniti si preparavano a scendere in campo davanti a quasi settantanovemila persone per il loro esordio. Era l’inizio dei Mondiali Femminili di calcio del 1999, il campionato che avrebbe trasformato quelle stesse atlete nelle “99ers“. Quella bambina? Tobin Heath.
Heath certo non poteva ancora sapere che sarebbe diventata una delle protagoniste della nazionale statunitense. Né che, anni dopo, sarebbe stata lei stessa una delle giocatrici guardate dalle bambine sugli spalti. In quel momento, la piccola Tobin aveva soltanto un pensiero: se qualcuno l’avesse vista giocare, forse, avrebbe capito che anche lei, un giorno, sarebbe potuta essere lì.
Tobin Heath non era l’unica. In quell’estate del 1999, migliaia di bambine americane stavano guardando per la prima volta delle donne occupare un palcoscenico che, fino a quel momento, era sembrato molto più difficile da raggiungere. Le guardavano giocare, vincere, festeggiare, diventare protagoniste. E, soprattutto, potevano riconoscersi in loro. Una generazione di calciatrici destinata a lasciare un segno molto più grande di quello scritto sul trofeo conquistato a Pasadena.
99ers e Mondiali Femminili: il torneo che cambiò le regole del gioco
Per capire perché proprio quella squadra sia diventata molto più di una nazionale campione del mondo è necessario tornare indietro di qualche anno. Nel 1996 il calcio femminile aveva fatto il suo debutto alle Olimpiadi di Atlanta, mostrando che anche intorno alle partite delle donne poteva esserci un pubblico disposto a riempire gli spalti. Ma, nel 1999, quando gli Stati Uniti si prepararono a ospitare il Mondiale, il successo non era affatto scontato. Anzi.
Non esisteva ancora una lega professionistica stabile. Non c’erano i social attraverso cui trasformare le giocatrici in volti familiari e gli organizzatori erano convinti che non servissero grandi stadi. L’idea era quella di utilizzare impianti da circa diecimila posti. Poi, però, arrivarono le immagini delle Olimpiadi e, soprattutto, quelle delle bambine sugli spalti con le maglie di Mia Hamm e Tiffeny Milbrett.
Il ruolo chiave di Messing
Marla Messing, una delle figure chiave nell’organizzazione del torneo, capì che il pubblico sarebbe potuto essere molto più grande del previsto. Gli stadi furono ampliati e le giocatrici furono coinvolte nella promozione del mondiale con visite nelle scuole, allenamenti e sessioni di autografi.
Il 19 giugno, prima ancora del calcio d’inizio della partita inaugurale, il traffico intorno al Giants Stadium era già parte dello spettacolo. Migliaia di persone erano presenti con bandiere, palloni, volti dipinti e griglie improvvisate nei parcheggi. Sugli spalti c’erano quasi settantanovemila spettatori. Non era soltanto una partita di calcio femminile. Era la dimostrazione che quelle partite potevano diventare un vero e proprio appuntamento collettivo.
Il 10 luglio 1999: la finale che è diventata un simbolo
Tre settimane dopo, il Rose Bowl di Pasadena ospitava oltre novantamila persone. Stati Uniti e Cina arrivarono ai calci di rigore dopo centoventi minuti senza gol. In mezzo ci furono una respinta sulla linea di Kristine Lilly, le parate di Briana Scurry e una partita nella quale ogni errore poteva decidere il mondiale. Poi, arrivò il quinto rigore statunitense.
Brandi Chastain prese la rincorsa e calciò con il sinistro. La palla entrò. Gli Stati Uniti erano campioni del mondo. La fotografia di Chastain inginocchiata sull’erba, senza maglia e con le braccia alzate, avrebbe fatto il giro del mondo. Ma fermarsi a quell’immagine significherebbe raccontare soltanto una parte della storia. Il vero effetto di quel mondiale, infatti, si sarebbe visto negli anni successivi.
Le figlie del ’99: quando le eroine diventano modelli
Alex Morgan aveva dieci anni. Megan Rapinoe tredici. Kelley O’Hara dieci. Allie Long undici. Carli Lloyd sedici. Sam Mewis appena sei. Per alcune di loro, il ricordo di quel mondiale è fatto di immagini precise. Una maglia di Mia Hamm, un poster appeso in camera, una videocassetta riguardata più volte. Per altre, è soprattutto la sensazione di aver visto qualcosa che prima non esisteva.
In quel momento non erano ancora professioniste. Non erano ancora stelle. Erano spettatrici. Ed è proprio questo il punto. Prima di diventare le calciatrici che avrebbero giocato per la nazionale, quelle bambine avevano avuto davanti agli occhi qualcosa di concreto. Per la prima volta, tante di loro hanno potuto vedere una donna giocare davanti a uno stadio pieno e pensare: potrei essere io.
Il successo del 1999 e la notorietà delle 99ers post mondiali femminili, però, non trasformò subito il calcio femminile americano in un sistema professionistico stabile. La Women’s United Soccer Association arrivò ufficialmente nel 2001, ma durò appena 3 stagioni. Anche il successivo tentativo della Women’s Professional Soccer ebbe vita breve. Poi, solo nel 2013, nacque la National Women’s Soccer League (NWSL), destinata a costruire nel tempo una struttura più solida. Il 1999, insomma, non aveva risolto tutti i problemi del calcio femminile. Aveva, però, dimostrato che un futuro professionistico era possibile.
Le 99ers tornano sullo schermo
Attualmente Netflix sta lavorando a The 99’ers, film tratto dal libro The Girls of Summer: The US Women’s Soccer Team and How It Changed the World di Jere Longman. Lungometraggio che vede Nicole Kassell alla regia, mentre nel cast figurano, tra le altre, Emily Bader nei panni di Mia Hamm, Julia McDermott in quelli di Brandi Chastain ed Emilia Jones nel ruolo di Julie Foudy.
Un film, con ancora nessuna data ufficiale di uscita, che non arriva soltanto per riportare sullo schermo un’importante finale calcistica dei mondiali femminili, ma anche per raccontare alle nuove generazioni chi erano le 99ers. Mostrare alle persone cresciute dopo il 1999 da dove provengono molte delle possibilità che, oggi, considerano normali e comprendere quale sia la vera eredità lasciata dalla squadra. Non aver risolto tutto, non aver reso il calcio femminile improvvisamente uguale a quello maschile. Ma aver lasciato alle generazioni successive qualcosa che loro non avevano mai avuto: la possibilità di guardare un campo e riconoscersi dentro.
Martina Romeo
Foto in alto: Giocatrici della nazionale calcistica americana (Campionato mondiale femminile di calcio del 1999)
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