Oltre la spiga e il vassoio: il volto invisibile del caporalato al femminile

Caporalato - l'altro femminile
Oltre blitz della cronaca, le storie di chi subisce abusi e paghe da fame. Quando il ricatto economico colpisce l’autonomia delle donne.

I titoli di cronaca ci restituiscono quasi sempre la stessa immagine. I blitz all’alba, i campi sotto il sole cocente, le grandi inchieste sullo sfruttamento agricolo o sulle stagioni estive senza orari nel settore turistico. Ma c’è un’inquadratura che stenta a trovar spazio nei servizi dei telegiornali, ed è quella che mostra il prezzo specifico che le donne pagano nel mercato del lavoro sommerso e svalutato.

Parlare di caporalato e sfruttamento oggi non significa soltanto contare le ore di straordinario non pagate o denunciare paghe da fame. Significa comprendere come la vulnerabilità economica, quando incontra il genere, si trasformi in una trappola a doppia mandata.

La doppia trappola: nei campi e nei servizi

Se nel lavoro agricolo le lavoratrici — spesso migranti, ma in larga misura anche italiane nel Mezzogiorno e nei distretti della trasformazione alimentare — svolgono le mansioni più ripetitive e meno riconosciute, è nel settore del turismo, della ristorazione e dei servizi che lo sfruttamento femminile assume contorni quasi “invisibili”. Nelle cucine, tra le camere degli alberghi affidate a cooperativette d’appalto al ribasso, o dietro i banchi della stagione estiva, le donne si trovano ad accettare contratti fantasma o part-time fittizi. Il motivo? La ricattabilità. Per molte donne, specialmente con figli a carico o in contesti di fragilità familiare, quel lavoro irregolare rappresenta l’unica alternativa al nulla. Un ricatto sottile che impone il silenzio: se protesti per i turni di dodici ore o per una paga di tre euro all’ora, c’è già un’altra pronta a sostituirti.

Non solo salario: il corpo come moneta di scambio

C’è poi un aspetto che rende lo sfruttamento al femminile strutturalmente diverso da quello maschile, ed è il confine violato del corpo. Nelle pieghe del caporalato — sia esso gestito da intermediari informali o da aziende compiacenti — il potere datoriale travalica quasi sempre la dimensione professionale. L’esposizione a molestie morali e sessuali, il giudizio sull’aspetto fisico nel settore dell’accoglienza, la minaccia di licenziamento di fronte a una gravidanza non prevista diventano strumenti di controllo sistematico. Il corpo della lavoratrice diventa così doppiamente sottomesso: braccia per produrre e presenza da disciplinare.

Un’urgenza culturale prima che giudiziaria

Le inchieste della magistratura e le operazioni delle forze dell’ordine sono fondamentali, ma non bastano se non si intacca la radice culturale del problema. Finché il lavoro di cura, di pulizia, di accoglienza e di raccolta verrà considerato “naturalmente” femminile e quindi di scarso valore economico, la porta al caporalato e all’abuso resterà spalancata. Guardare a questi fatti di cronaca attraverso uno sguardo di genere significa restituire dignità e voce a storie che non sono solo episodi marginali. Sono infatti lo specchio di una società che fatica ancora a riconoscere alle donne il diritto a un lavoro libero, sicuro e pienamente autodeterminato.

Cinzia Inguanta

In alto: Caporalato – immagine realizzata con ChatGPT 

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