Su Netflix una serie tv liberamente tratta dalla vita della pioniera avvocata piemontese, tra indagini, lotte di genere e femminismo.
«Gli uomini spesso parlano della donna come di una cosa essenzialmente fragile, e le negano capacità scientifica, intelletto civile, politico, forza… E badate bene non sono io che lo dico, loro stessi lo riconoscono con le loro leggi. Ma se credessero davvero in quello che dicono non si sentirebbero così minacciati dalle donne, no? Se fossimo davvero fragili, inadeguate, non ci sarebbe bisogno di tenerci sotto tutela forzata. […] Quindi è vero, forse i tempi non sono ancora maturi, affinché una donna possa prescindere dagli uomini, che detengono il vero potere di cambiare le cose. Però potete guardare la donna che è al vostro fianco e unirvi a lei nella stessa lotta, affinché la voce di una diventi la voce di tutte. E soprattutto che arrivi all’orecchio di chi non vuole ascoltare.»
Con queste parole si apre il primo episodio della terza stagione de La legge di Lidia Poët, serie tv trasmessa da Netflix. La serie racconta la storia di Lidia Poët, prima avvocata italiana a essere ammessa all’Ordine. Durante il corso delle tre stagioni assistiamo alla battaglia quotidiana che Lidia deve sostenere per far valere le proprie capacità, molto spesso superiori a quelle di chi la circonda. Nonostante debba stare relegata alla funzione di assistente del fratello, dà costante prova d’ingegno e perspicacia. Non manca mai di lanciare frecciate a chi la vorrebbe pacata e obbediente, consona al ruolo delle donne: in una parola invisibile. Invece Lidia si fa vedere e sentire, soprattutto in riferimento alle tematiche che riguardano la parità di genere.
Questo suo carattere ribelle la mette spesso in contrasto col fratello che, però, nonostante predichi per la sua pacatezza, ne riconosce il valore e la sostiene. Anche le vicende amorose – decisamente un po’ troppo moderne per la fine dell’800 – la vedono libera dal peso delle regole del buon comportamento.

Lidia ama chi vuole, come vuole, fuori da legami ufficiali. Indaga quando non può, si mette in pericolo, contrasta chi la ostacola. Non si censura mai, ma ha la lungimiranza di chinare il capo quando deve, soprattutto se c’è in ballo un bene superiore. Conosce i tempi che sta vivendo e sa che non può cambiare tutto da sola e in una volta, ma sa anche che se il suo messaggio arriverà anche a una sola mente, maschile o femminile, sarà un passo in più verso il raggiungimento della parità.
Per questi motivi ritengo Lidia Poët un’eroina, sia la donna realmente vissuta che il personaggio cui ha dato vita Matilda De Angelis (che ho trovato molto brava). Nella terza stagione della serie, poi, il messaggio è davvero importante. Si parla di sorellanza, di sostegno reciproco, di fare rete. Ed è questo che le donne hanno fatto nei secoli, in nome nella propria emancipazione. Si sono spalleggiate, tenute la mano. Sono scese in piazza, hanno lottato, hanno sfidato chi le voleva remissive e ubbidienti, chi le riteneva inadatte. E invece sono adatte, siamo adatte. Perché l’unica cosa che ci impedisce di essere tutto quello che vorremmo essere è il limite che viene messo da chi ha paura di perdere il controllo su chi, finalmente, se lo sta riprendendo.
Lidia Poët ha aspettato trentasette anni per essere ammessa all’Albo professionale, lavorando senza mai arrendersi. È stata una pioniera, così come lo sono state altre donne prima di lei e tante altre dopo. È imprescindibile che ci sia qualcuna che muove il primo passo ma, se nel muoverlo sarà sorretta da altre, quel passo non può far altro che diventare impronta nel cammino della parità di genere.
Chiudo l’articolo citando la vera Lidia Poët, che mi sembra avesse lo stesso piglio battagliero della sua personaggia nella finzione: «Che le attitudini, le inclinazioni, la missione che si vogliono proprie della donna, siano inconciliabili con tale professione, che il suo ingegno non sia robusto abbastanza, né la sua dottrina di quell’ampiezza voluta, né la sua laboriosità indefessa può essere opinione dell’egregio sostituto procuratore generale e di altri molti spettabili personaggi, opinione che forse il tempo e i fatti potranno modificare».
Serena Pisaneschi
Foto in alto: un’immagine della serie da www.style.corriere.it
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