La poesia nel dì di domenica: “L’attesa“ di Giovanna Bemporad

Nel centenario della nascita la sua città natale, dopo aver riqualificato l’area, ha intitolato alla poeta la Nuova Darsena.

Giovanna Bemporad, poeta, traduttrice, enfant prodige e spirito ribelle è nata a Ferrara nel 1923 da una famiglia ebrea di liberi professionisti. Studia l’ebraico e il sanscrito ma si appassiona al greco e al latino: giovanissima ha tradotto l’Eneide in endecasillabi in poco più di un mese. La sua versione dell’Odissea, pubblicata nel 1992, è considerata una delle più raffinate del ‘900. Si è aggiudicata numerosi premi tra cui, nel 1993  il Premio Nazionale per la Traduzione.

Ha dedicato tutta la vita alla letteratura e alle traduzioni non solo di classici. Il suo universo è racchiuso nella raccolta Esercizi, un’opera che la accompagna durante tutto il suo percorso letterario. Pubblicata per la prima volta nel 1948 da una piccola casa editrice, esce nuovamente nel 1980 edita da Garzanti. Nel 2011 Luca Sossella Editore pubblica Esercizi vecchi e nuovi.

Oltre ad essere un ponte tra classicità e modernità, Esercizi è un’opera unica nella poesia italiana del Novecento che contiene frammenti di diario, poesie, traduzioni (oltre ai classici Bemporad ha tradotto, tra gli altri, Goethe, Rilke, Baudelaire, Valéry), aforismi, disegni, dediche, ed è diventato un testo di culto.

Anticonformista e controcorrente sposò nel 1957 il futuro senatore democristiano Giulio Cesare Orlando, ma si definì lesbica “per motivi politici”, una formula che racchiude un’autodifesa, una provocazione  e che soprattutto è una dichiarazione di libertà.

Bemporad è una figura anomala nel panorama poetico contemporaneo come racconta Maria Grazia Calandroni in un video prodotto da Rai Cultura. In questa presentazione la scrittrice legge anche alcuni dei suoi versi. Per la nostra rubrica abbiamo scelto L’attesa il cui ascolto è come sempre accompagnato dall’elaborazione video di Debora Menichetti.

 Serena Betti

Foto in alto: Giovanna Bemporad – FILO Magazine

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’attesa

È quasi l’ora, e io esco all’aperto.
Dolce notte! Perché dunque mi struggo?
E come il cielo è purissimo e calmo!

Conduci al convegno quella ch’io amo
E non trapassi inconsumata l’ora
o notte.

In solitudine confusa,
dimentico tra me ch’ella è partita
e al luogo del convegno aspetto sola.

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