Il nuovo film di Lynne Ramsay è un racconto potente e senza filtri della depressione post partum, tra dolore e mancanza.
Tratto dal romanzo Matate, amor di Ariana Harwicz, arriva l’adattamento cinematografico Die My Love. Il film racconta la storia di Grace (Jennifer Lawrence), un’aspirante scrittrice. La giovane donna si trasferisce in una zona rurale del Montana insieme al futuro marito Jackson (Robert Pattinson).
Bastano pochi minuti per assaporare il retrogusto dolce amaro del loro rapporto, così passionale e viscerale da essere percepito sin da subito disturbato e disturbante. La musica di sottofondo e i brevi dialoghi iniziali si interrompono e lasciano spazio a un’improvvisa quanto inaspettata Zero (George Vjestica, Raife Burchell, Lynne Ramsay) a tutto volume, senza preamboli, colonna sonora dei loro istinti più primordiali. E sarà proprio questa coraggiosa e scioccante spontaneità di Grace a fare da fil rouge alla storia, fino alla totale perdita di lucidità, fino alla sua più pura follia.
Una mente già in equilibrio precario, che inizia a vacillare con la nascita del primo figlio. E così quell’apparente vita hippie-rock, vissuta alla giornata, che nulla avrebbe mai potuto scalfire, comincia a sgretolarsi.
Con straordinaria maestria e libera da qualsivoglia imbarazzo l’attrice premio Oscar Lawrence ritrae una donna vittima della depressione post-partum, caotica ossessiva e sregolata. Non sprofonda nell’abisso, lei ne fa già parte e a tratti sembra trovarsi particolarmente a suo agio. Esibisce la sua nudità senza timore, annusa suo marito come un animale, strappa con le unghie la carta da parati nel bagno, gira per il giardino con un coltello da cucina, fino a lanciarsi contro una vetrata. Senza inibizioni.
Quel bambino, che per buona parte del film non ha un nome, rappresenta tanto un traguardo quanto un disfacimento. La sua indipendenza è stata compromessa, la sua femminilità viene meno. Grace si sente sola in questo nuovo ruolo: trascurata da una società, che minimizza il suo stato d’animo ad un semplice malessere che passerà col tempo, e da un marito ancora troppo immaturo. Jackson non comprende la sua fragilità e risponde alla sofferenza della moglie aumentandone il carico. Comprerà, addirittura, un cane, a cui lei in tutta risposta sparerà durante una notte.
L’amore si trasforma in esasperazione e le fiamme continuano a divampare. Il confine tra realtà e immaginazione diventa sempre più labile, fino a scomparire e così chi guarda si trova trascinato in questa spirale di follia, capace di far rabbrividire e al contempo strappare un sorriso. Ciò che inizialmente può essere visto come una malinconia post-partum, si trasforma ben presto in alienazione. Quegli istinti, che prendono il sopravvento, Grace si rifiuta di domarli, come se, non trovando più il suo posto nella quotidianità, lo ricercasse nella dissociazione. In Die My Love la salvezza non è più contemplata e l’immagine del fuoco diventa sempre più ridondante: la sua mente arde, la sofferenza si percepisce sottopelle.
Quello della depressione post-partum è un disturbo dell’umore, di cui ancora oggi si parla troppo poco. Ansia, tristezza, perdita di interesse e pensieri negativi colpiscono il 10-15% delle neomamme. La patologia si manifesta nei primi mesi dopo il parto e provoca il rischio di complicazioni a lungo termine per la madre e per lo sviluppo del bambino. Fattori biologici, psicologici e sociali interagiscono, rendendo difficile la gestione della nuova vita, di cui spesso non ci si ritiene all’altezza. Predisposizione, mancanza di supporto, senso di inadeguatezza sono solo alcune delle possibili cause. A volte passa col tempo, ma se questo non dovesse accadere? Grace sicuramente incarna uno scenario drastico, testimonianza però di una sofferenza che forse con la vicinanza, ma quantomeno con un po’ di consapevolezza si sarebbe potuta attenuare.
Rachele Bosa
Foto in alto: dettaglio copertina di “Die My Love” il nuovo film di Lynne Ramsay
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Bellissimo questo racconto molto brava Rachele complimenti