Le donne nello sport tra conquiste, sfide e prospettive di crescita

Sport Ondina Valla
Dagli stereotipi del passato ai progressi attuali: un’analisi di sfide e benefici della partecipazione femminile nello sport italiano.

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La storia dello sport è stata a lungo dominata da una netta predominanza maschile, con il campo delle attività sportive ancora oggi segnato da profonde differenze di genere. Gli sport venivano storicamente associati a concetti come forza e fatica, che mal si abbinavano all’idea di grazia e gentilezza attribuita alle donne. Stereotipi come “troppo deboli, troppo emotive e poco competitive” sono stati spesso attribuiti al “gentil sesso”. Per molto tempo, le scienze sociali non hanno indagato queste disuguaglianze, ritenendo le differenze tra il coinvolgimento maschile e femminile nello sport come “naturali”.

L’evoluzione e le prime conquiste

Nel 1800, si fece un primo significativo passo verso la partecipazione femminile nello sport. In questo periodo, le nobildonne inglesi e francesi iniziarono a cimentarsi in giochi di movimento, aprendo nuove possibilità per le donne nell’attività fisica.

Sempre nel XIX secolo, anche Rudolf Oberman, un convinto sostenitore del valore pedagogico dello sport, contribuì a promuovere una visione più inclusiva. Per incentivare il coinvolgimento di tutta la popolazione, nel 1844 fondò la Reale Società Ginnastica di Torino.

La Reale Società Ginnastica di Oberman, con la sua visione all’avanguardia, rappresentò un momento cruciale per la figura femminile nello sport moderno. Il suo approccio, rivolto alla «totalità della popolazione», gettò le basi per una futura e più ampia integrazione delle donne in ambito sportivo. Ciò contribuì a superare il concetto di “sesso debole”, preparando il terreno per un riconoscimento più ampio del diritto allo sport per tuttә, indipendentemente dal sesso.

Il ‘900 segnò cambiamenti significativi:

Alle Olimpiadi di Parigi, alcune donne parteciparono non ufficialmente a gare di tennis, croquet, golf e vela.

Nel 1921 si tennero a Montecarlo i primi Mondiali Femminili, un’alternativa non ufficiale alle Olimpiadi.

Nel 1928, le donne furono ammesse alle gare di atletica alle Olimpiadi di Amsterdam.

Nel 1936, a Berlino, furono istituite competizioni femminili negli ambiti principali.

Nonostante questi progressi, il cammino verso l’emancipazione femminile nello sport è stato arduo. Le difficoltà incontrate sono ben illustrate da storie emblematiche. Pensiamo a Kathy Switzer, che partecipò con uno stratagemma alla maratona di Boston del 1967 e dovette affrontare un episodio di discriminazione violenta. Oppure a Ondina Valla, la prima donna italiana a vincere l’oro olimpico nella corsa a ostacoli a Berlino, nonostante le forti pressioni familiari e religiose.

Gli anni ‘70 e ‘80 rappresentarono una svolta, con la diffusione di discipline come aerobica e fitness, ma anche grazie ai movimenti femministi che cambiarono la percezione del corpo femminile. In questo periodo emersero figure come Sara Simeoni nell’atletica e Martina Navratilova nel tennis, icone di successo femminile che detengono record assoluti. Solo le Olimpiadi di Londra del 2012 hanno visto la partecipazione di atlete in tutte le discipline, incluso il pugilato femminile.

La situazione attuale in Italia: i dati del Censis

Un recente studio del Censis, presentato a giugno 2023, ha evidenziato come il numero di donne che praticano sport in Italia sia in crescita. Tuttavia, le percentuali possono ancora migliorare. Il rapporto, intitolato Donne, lavoro e sport in Italia. Per la crescita dei territori e del Paese, sottolinea l’importanza cruciale della partecipazione femminile per lo sviluppo nazionale.

I dati chiave emersi sono:

Su quasi venti milioni di italiani che praticano sport, oltre otto milioni e mezzo sono donne, rappresentando il 43,3% del totale degli sportivi.

Considerando che le donne sono il 51,1% della popolazione, persiste un divario di genere nello sport, seppur progressivamente assottigliatosi negli ultimi anni, con una crescita particolare delle atlete agoniste.

Attualmente, il 29,2% delle donne con più di tre anni pratica almeno uno sport (rispetto al 23,3% di venti anni fa).

Di queste, sei milioni e mezzo (21,8%) lo fanno con continuità (rispetto al 15,7% di venti anni fa).

Tuttavia, dodici milioni di donne (il 40,6% del totale) restano ancora escluse da questa pratica di massa.

I benefici della pratica sportiva per le donne

Lo studio Censis evidenzia che le donne che fanno sport non solo migliorano la loro condizione fisica e mentale, ma sono anche meglio inserite nella società. Le sportive infatti tendono a lavorare e studiare di più, hanno titoli di studio più elevati e un tasso di occupazione più alto. Inoltre, sempre secondo lo stesso studio, sono più attente alla sostenibilità e all’ambiente ma sono anche più inserite nella vita digitale e hanno una maggiore partecipazione culturale.

Disparità territoriali e iniziative per la crescita

Il divario nella pratica sportiva è evidente anche a livello geografico. La percentuale di praticanti è maggiore nel Nord-Est e Nord-Ovest, diminuisce al Centro e crolla al Sud e nelle isole. A livello regionale, si passa dal 50,4% del Trentino-Alto Adige al 13,4% della Calabria, preceduta da Sicilia, Campania e Basilicata. Questa correlazione è in sintonia con il tasso di occupazione femminile. La percentuale è più alta in Trentino-Alto Adige (66,2%) e più bassa in Sicilia (30,5%).

Per affrontare queste disparità, sono nate iniziative mirate. Tra queste, il progetto Fight Like a Girl, frutto della collaborazione tra Fondazione Lottomatica e FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali).

L’obiettivo è diffondere la pratica sportiva femminile nelle aree più svantaggiate, in particolare nel Sud Italia. Il progetto offre corsi gratuiti di judo e karate per studentesse in città come Napoli, Casal di Principe, Taranto, Gela e Lamezia Terme. Fondazione Lottomatica supporta l’iniziativa migliorando gli impianti sportivi e finanziando le attrezzature necessarie.

Verso il professionismo e la parità

La Carta dei principi dello sport per tutti, redatta nel 2002, recita che «Praticare lo sport è un diritto dei cittadini di tutte le età e categorie sociali.» Nonostante i notevoli talenti femminili italiani, come Federica Pellegrini nel nuoto, Tania Cagnotto nei tuffi, Vanessa Ferrari nella ginnastica, Valentina Vezzali nella scherma, e molte altre, persiste una discriminazione economica tra atlete e atleti.

Nel calcio femminile italiano si stanno compiendo passi verso la parità, con società professionistiche come Juventus, Fiorentina, Milan e Inter che investono nelle loro squadre femminili. Tuttavia, la legislazione passata ha relegato le calciatrici allo status di dilettanti, con accordi economici limitati e assenza di un contratto di lavoro subordinato. Di conseguenza, veniva precluso l’accesso alla pensione statale e la tutela in caso di maternità. Sebbene recenti interventi legislativi mirino a favorire le condizioni per l’introduzione del professionismo femminile, lasciando alle federazioni la facoltà di riconoscere tale status, la strada è ancora lunga.

In sintesi, aumentare il numero delle praticanti non è solo una questione di giustizia sociale e pari opportunità, ma è una questione di sviluppo e interesse nazionale. Come ha commentato Silvia Salis, vice presidente vicario del CONI, «Dove il talento delle donne non è adeguatamente valorizzato o considerato o è, peggio ancora, umiliato, le conseguenze pesano sulle loro vite e sulla società nel suo complesso, che si trova a dover fare a meno di risorse preziose per capacità e competenze.»

Il contributo delle donne, e delle donne che fanno sport, è fondamentale per la crescita dei territori e di tutto il Paese. La battaglia per abbattere i preconcetti e riconoscere il valore assoluto della condivisione d’intenti e della sana competizione è ancora in corso.+

Cinzia Inguanta

Foto in alto: Ondina Valla (la prima a sinistra) ai giochi Olimpici di Berlino 1936. Foto da Wikimedia Commons

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