L’autrice sudcoreana, vincitrice del Nobel 2024, indaga le ferite collettive del suo Paese con una prosa intensa e onirica.
l trauma, come una grande massa oscura, devia le vite delle persone e le sue conseguenze si riverberano attraverso le generazioni. Han Kang, scrittrice sudcoreana, ha fatto di questo il fulcro del suo lavoro. Lei è la prima donna asiatica e la prima sudcoreana a vincere il Nobel per la letteratura. L’Accademia Svedese le ha assegnato il premio nel 2024. La motivazione ha celebrato la sua «intensa prosa poetica», la quale affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana.
Un premio corale per una voce unica
Han Kang ha dedicato subito il Nobel agli autori che l’hanno preceduta, trasformando così il prestigioso riconoscimento in un “premio corale”. Nata a Gwangju (27/11/1970), è figlia dello scrittore Han Seung-won. È cresciuta circondata da libri, in una casa simile a una piccola biblioteca, ambiente che le ha permesso di esplorare liberamente la lettura.
Il corpo come campo di battaglia
Han Kang è maestra nello sviscerare le pieghe minute della sofferenza umana. Il suo stile narrativo riesce a suscitare impressioni molto forti. In Italia, La vegetariana è stato il primo romanzo pubblicato (uscito in Corea nel 2007). Han Kang vinse il Man Booker International Prize nel 2016 con questo libro. Il romanzo racconta la storia di Yeong-hye, una donna «del tutto insignificante» per il marito. Un giorno, un sogno sulla carne la spinge a rifiutare di mangiarla.
Questa rinuncia è una ribellione contro le pressioni conformiste e le aspettative sociali, scaturita da piccoli ma ripetuti abusi subiti da un padre violento e un marito indifferente. La sua rinuncia al cibo si traduce in un rifiuto totale della violenza. La protagonista vuole solo ossigeno e acqua, cercando di trasformarsi in una pianta. Han Kang sceglie di non spiegare le ragioni fino in fondo e, in questo modo, lascia uno spazio vuoto affinché il lettore resti libero di interpretare la storia.
Memorie storiche e traumi collettivi
Han Kang indaga i traumi storici subiti dai coreani in modo incisivo. Gwangju, sua città natale, fu teatro di una sanguinosa rivolta nel maggio 1980, quando le forze governative uccisero centinaia di studenti e civili. Il romanzo Atti umani (2014) affronta questa carneficina.
Il protagonista, un ragazzo di nome Dong-ho, classifica gli indumenti per identificare le vittime. Questi oggetti banali del quotidiano sono elementi reali e concreti. L’autrice si è chiesta se «Il passato può aiutare il presente? I morti possono salvare i vivi?». Lei stessa ha sentito il passato aiutare il presente scrivendo.
Parallelamente, Han Kang dedica Non dico addio (pubblicato nel 2021) al massacro di Cheju. Tra il 1948 e il 1949, decine di migliaia di persone furono uccise sull’isola. Poiché si trattava di una storia proibita in Corea fino a tempi recenti, lei si fa voce dei più dolorosi episodi della storia coreana.

Il sogno come chiave di sopravvivenza
Il romanzo Non dico addio vede protagoniste Gyeong-ha e la sua amica In-seon. Entrambe vivono in una dimensione solitaria, schiacciate dal senso di perdita. La narratrice, Gyeong-ha, ha pubblicato un libro sui massacri, e il trauma in lei assume forma in un incubo ricorrente.
Nel sogno appaiono alberi neri, simili a migliaia di uomini curvi sotto la neve. Poiché l’orrore non si lascia raccontare in modo ordinato, la scrittura di Han Kang utilizza continue sinestesie. Alterna il sogno alla realtà e il passato al presente. Il sogno, tuttavia, possiede una capacità di lettura del tempo non concessa alla veglia.
La salvezza per le due protagoniste risiede nella pietas, intesa come forma di sopravvivenza. Insieme, cercano le ossa nelle fosse comuni per salvare i resti, condividendo il loro destino e la cura reciproca. Han Kang definisce Non dico addio come il racconto di «un amore estremo» e spera che l’amore universale sia l’unica via d’uscita dall’odio della guerra.
Delicatezza e linguaggio onirico
Han Kang usa un linguaggio che spesso si snoda in «dimensioni d’introspezione quasi oniriche». È maestra di «passioni tristi», e la sua scrittura riesce a dare immagini concrete alla fine delle illusioni. Per esempio, in La vegetariana, i sacchetti di carne nel freezer simboleggiano la sottile violenza domestica. Nel romanzo Atti umani le «figurine del terrore» sono fucili e corpi accatastati. E la memoria degli orrori in Non dico addio ha la forma di alberi spettrali mossi dal vento.
Poiché Han Kang ha cominciato la sua carriera come poeta, la sua prosa è delicata ed elegante. Il suo obiettivo è ricercare una «intensità sobria». La scrittrice crede che la letteratura permetta di formulare le domande e che l’atto di scrivere la cambi profondamente. Vive una vita semplice e cerca di «essere presente ogni volta.»
Con la scrittrice Han Kang, si chiude la rassegna dedicata alle magnifiche diciotto scrittrici insignite del Premio Nobel per la letteratura. È un traguardo che celebriamo con l’augurio che questo numero possa crescere in futuro e che la rubrica possa arricchirsi di molte nuove appendici.
Cinzia Inguanta
Foto in alto: Han Kang
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