«C’è Barbie e c’è Ken», ovvero la libertà di essere sempre se stessə

Ken
Nel film Barbie uno dei temi più importanti riguarda direttamente Ken e il peso degli stereotipi che la società impone agli uomini.

Qualche sera fa, con colpevole ritardo, ho finalmente visto il film di Greta Gerwig Barbie. Erna Corsi ve ne aveva parlato in questo articolo, accennando alla complessità di un film soltanto all’apparenza semplice, che va molto oltre una pellicola dedicata alla fandom della bambola più famosa al mondo.

Il viaggio umano che fa Barbie Stereotipo, la bravissima Margot Robbie, si può paragonare a un risveglio della coscienza femminile. Un assimilare di consapevolezze, il cui massimo esempio è il bellissimo monologo di Gloria, l’altrettanto brava America Ferrera. Ma c’è molto più di questo nella geniale sceneggiatura, che parla sì di emancipazione, ma non solo di quella femminile. Anche Ken (interpretato Ryan Gosling, eccellente anche lui) percorrerà un cammino altrettanto umano, che per assurdo è lo stesso che le donne fuori da Barbie Land calpestano ogni giorno, anche se lui si fa prendere un po’ la mano per via degli stereotipi di maschio che gli sono stati dati in dotazione insieme alla tartaruga addominale.

In particolare c’è un passaggio, verso la fine del film, che ne raccoglie tutto il valore artistico e il messaggio sociale.

«Io non so chi sono senza di te.»

«Tu sei Ken.»

«Ma è Barbie e Ken, non esiste da solo Ken. Per questo sono stato creato, io esisto soltanto nel calore del tuo sguardo. Senza quello sono solo un biondo qualsiasi che non sa fare le ribaltate.»

«Può darsi che sia il momento di scoprire chi è davvero Ken.»

[…]

«Mi sento così stupido. Sono così stupido. Sono così stupido!»

«Ok, Ken, devi cercare di capire chi sei senza di me.»

«Perché?»

«Tu non sei la tua ragazza, non sei la tua casa, non sei la tua pelliccia.»

«La spiaggia?»

«No, non sei neanche la spiaggia. Forse tutte le cose che pensavi che ti definissero non sono davvero te. Forse c’è Barbie e c’è Ken.»

«Ken sono io?»

«Sì.»

«Ken sono io.»

«E io sono Barbie.»

«Ken sono io!»

Decostruire, è questa la chiave di lettura per essere Ken, e anche Barbie. Nel mondo delle Barbie, Ken è un orpello, un personaggio di sfondo, non ha un mestiere. Sono le Barbie a essere mediche, presidenti, operaie, professioniste ecc. Poi Ken va nel mondo reale e scopre il patriarcato, dove è l’uomo ad avere potere, tutti lo rispettano, lo ascoltano, non è una figura insignificante a fianco delle donne. Assetato di protagonismo, torna a casa e porta con sé il patriarcato e tutti gli stereotipi che comprende.

Si impossessa delle case, installa minifrigo, porte da saloon, manifesti coi cavalli, parcheggia macchinoni. Insomma tutte quelle cose “maschie” che Ken ritiene lo definiscano. Ma non sono quelle a definirlo, così come non sono le scarpe col tacco a definire Barbie.

Gli stereotipi di genere sono fardelli pesantissimi sia per le donne che per gli uomini, solo che le donne se ne sono rese conto da molti decenni e stanno cercando di combatterli, mentre gli uomini ancora continuano a subirli. Quando Ken capisce che non è solo il fidanzato di Barbie, o la spiaggia, o quello che i suoi creatori (e la società) hanno deciso per lui, trova la sua dimensione autentica. Capisce che È da solo, senza doversi per forza attenere a rigidi schemi, che poi gli vanno pure stretti. E quindi quel «c’è Barbie e c’è Ken» è illuminante per tutti e due, per tutti i Ken e tutte le Barbie del film.

Essere se stessi è molto meglio che essere stereotipati, Greta Gerwig lo ha spiegato con una pellicola brillante che si rivolge sia agli uomini che alle donne. È ora che si cominci anche a parlare dei danni che provoca la maschilità tossica e di quanto sia fondamentale sradicarla non solo per il raggiungimento della parità di genere, ma soprattutto per la conquista della libertà individuale.

Serena Pisaneschi

Foto in altro: Ryan Gosling nei panni di Ken (dal sito Movieplayer)

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