La poesia nel dì di domenica presenta “Frivolezza – caro peccato” di Marina Ivanovna Cvetaeva

Marina-Ivanovna-Cvetaeva
Amava e si faceva amare senza remore. L’amore era la musa, il perno intorno a cui tutto ruotava, di cui la poeta russa viveva e scriveva.

Marina Ivanovna Cvetaeva fu una grande poeta e un grande esempio di libertà. Con la sua poesia e i suoi gesti andò contro qualsiasi conformismo, fino alla tragica fine. «Voce femminile eretica della Rivoluzione russa» così la definisce Maria Grazia Calandrone, in uno speciale per RaiCultura. Marina Cvetaeva era una donna colta, una passionaria, nella vita pubblica come in quella privata. Non separò mai la poesia dalla sua persona. Si innamorava di tutti e di tutto, uomini e donne indistintamente e d’amore riempì la sua vita e i suoi versi.

Con la sua poesia cercò la verità senza fermarsi mai, la sua era una continua ricerca del vero. Credeva che la poesia e verità fossero due linee e che le due non si sarebbero incontrate mai se non all’infinito. Dedicò tutta la sua vita a raggiungere l’infinito in cui poesia e mondo si sarebbero, infine, toccati.

Scrisse poesie su qualsiasi argomento, ma preferì sempre l’amore. Cvetaeva voleva trovarne la verità, scoprirne gli angoli più reconditi, anche a costo di sprofondarvi e farci sprofondare chi le stava accanto. Marina Ivanovna Cvetaeva idealizzava le persone, investendole con la propria passione come un uragano, per poi scoprirne l’umana mediocrità. La sua disillusione generava, ogni volta, un libro, un progetto di scrittura, una lirica. «Io mi sono sempre fatta in pezzi, e tutti i miei versi sono, letteralmente, frammenti argentei di cuore.»

Nelle sue liriche, ciò che emerge con più forza è il sentimento di infinità tra il suo sentire di poeta e il mondo di cui voleva raccontare. Divenne per lei uno spazio incolmabile, fu la sua passione più grande e, al contempo, la sua ossessione più rovinosa. Cantò l’amore e il non amore, con una sfrontatezza inaudita per l’epoca in cui visse: «Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente.»

Di lei, la scrittrice e giornalista Annalena Benini ha scritto: «L’amore di Marina Cvetaeva è un’arte poetica che comprende tutto, è un modo di vivere che a volte è disincarnato, costruito sopra l’assenza dei corpi, fatto soltanto di parole, a volte distrattamente erotico, ma è un amore in cui, se ci si bacia, ci si ama: “io ho questa stupida convinzione: se baci – allora vuol dire che ami!”»

L’ambiente familiare, in cui visse, era ricco di sollecitazioni grazie alla madre, Marija Alexandrovna Mejn. Quest’ultima fu obbligata dalla propria famiglia a rinunciare all’amore per un uomo già sposato e alla carriera di pianista. Marina Cvetaeva studiò musica e scrisse le prime poesie a sei anni, non riuscì a concludere gli studi regolari a causa del suo carattere indocile. Si fece incantare dalle passioni letterarie della madre, la fame di vita e di ribellione diventarono per lei una vocazione: «Dopo una madre così non mi restava che divenire poeta.»

Marina Cvetaeva attraversò momenti di profonda povertà e di isolamento dalla comunità letteraria a causa della Rivoluzione russa, ma mai lasciò il suo amore più grande, la poesia. Per La poesia nel dì di domenica, Serena Betti legge per noi Frivolezza – caro peccato di Marina Ivanovna Cvetaeva. Buon ascolto.

Debora Menichetti

Foto in alto: Marina Ivanovna Cvetaeva

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Frivolezza – caro peccato

Frivolezza! – caro peccato,
caro compagno di viaggio e mio caro nemico!
Tu hai spruzzato nei mie occhi il riso
e nelle mie vene hai spruzzato la mazurca.

MI hai insegnato a non conservare l’anello nuziale
con qualunque persona la Vita mi avrebbe sposato!
Iniziare a casaccio dalla fine
e finire ancor prima dell’inizio.

Essere come uno stelo ed essere come acciaio
nella vita dove noi così poco possiamo …
Curare la tristezza con la cioccolata
e ridere in faccia ai passanti!

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