Chiara Beretta Mazzotta: la donna dai mille libri, quelli degli altri

Chiara Beretta Mazzotta
Intervista alla donna che non solo sta dietro le quinte, ma anche e soprattutto dietro alle quarte: di copertina.

Eh sì, Chiara Beretta Mazzotta ci sta proprio dentro ai libri, con passione e curiosità. La seguo sui social “libreschi” da circa un anno, me la sono studiata e ho scoperto che lei sta lì, nel mondo delle parole scritte, lette ascoltate e viste, da molti anni ormai e adesso ha un’esperienza tutta da raccontare. E la racconta benissimo, con semplicità, empatia, le riesce proprio bene, tanto che spesso sembra la psicologa dell’aspirante scrittorə e/o di chi desidera lavorare nell’editoria, che diciamolo, al giorno d’oggi è veramente un campo minato e in piena trasformazione.

Inizia a lavorare in editoria nel 2002 come correttrice facendo la gavetta. Nel 2006 apre la sua prima agenzia che diventerà, nel 2017, Beretta Mazzotta Agenzia editoriale. Nel 2010 comincia a collaborare con Marco Galli di Radio 105 con i suoi Libri a Colacione che nel 2022 diventano il podcast Libri a Colazione. Nel 2011 nasce BookBlister la sua casa “virtuale” in cui parla di editoria e libri. Nel 2020 crea Edday, una piattaforma interamente dedicata a corsi sull’editoria e la scrittura narrativa.

Insomma Chiara Beretta Mazzotta, oltre a essere una donna oltre il consueto, è una editor che si occupa anche di scouting, di consulenza e di promuovere i libri fuori e dentro la rete. Tiene corsi di comunicazione in cui spiega come raccontare i libri scritti dagli altri districandosi fra i diversi mezzi di comunicazione con seminari e webinar sul lavoro dell’editor freelance (che, badate bene, ha un ruolo diverso da quello di un editor di una casa editrice), e laboratori per insegnare agli autori a lavorare sul proprio testo.

“cara_chiara”, bentrovata! Ormai questo per me è il suo nickname, perché lei mi è davvero cara, preziosa, fonte inesauribile di consigli, curiosità dal mondo editoriale, e non solo. A proposito di curiosità, suppongo che lei stessa sia una persona molto curiosa, o sbaglio?

«Mi piacciono le persone, loro mi incuriosiscono sempre. E poi sono curiosa di ciò che ruota attorno ai miei interessi. Il resto mi attira quando intravedo una contraddizione, le contraddizioni mi intrigano, sempre.»

E invece, a proposito di chiarezza (sic), che ne pensa dell’importanza di avere le idee chiare sin da giovani? Anzi, mi correggo: è possibile secondo lei, oppure è una strenua sostenitrice del mai-dire-mai , del non-è-mai-troppo-tardi?

«Avere le idee chiare fin da giovani sarebbe uno spreco terribile! Si vive per fare esperienza, non per portare a casa un compitino. Di chiaro (ed è qualcosa che cambia ed evolve) ci devono essere i propri confini, ciò che ci fa stare bene, la nostra etica… poi bisogna studiare, approfondire, guardare, stare nelle cose per capire di volta in volta cosa è giusto per noi. Non c’è una vita, ma ci sono tante fasi della vita.»

Il suo stesso percorso non è stato affatto lineare e chiaro fin dai tempi degli studi; ha qualche rimpianto?

«Non aver capito prima che i risultati sono un problema nostro, del nostro abitare il mondo, di ciò che conta per noi, non degli altri. Gli altri ci vedono per come sono loro, spesso ciò che facciamo conta poco… Di certo spesso ho avuto un tempismo crudele: ho aspettato troppo per prendere delle decisioni doverose e non mi sono fatta del bene.»

Ritiene che il suo passato come studentessa di psicologia l’abbia aiutata nella vita e nel lavoro?

«Certo. Una cosa che di sicuro voglio fare è finire quel percorso che ho interrotto bruscamente – per fortuna! Se no non avrei mai scoperto chi sono e cosa amo fare davvero – tutto ciò che faccio, il modo in cui sto nelle cose, come gestisco le relazioni, dipende tantissimo da ciò che ho studiato e non ho mai smesso di studiare. La psicologia e il lavoro degli psicologi è anche un modo molto prezioso per dare una dimensione ai problemi contingenti: vedere cosa hanno pensato/capito/fatto gli altri ci ridimensiona l’ego ma ci sprona ad andare più a fondo.»

Chiara Beretta Mazzotta
Chiara Beretta Mazzotta

Che ne pensa della scrittura in forma breve? Racconti, mini racconti, racconti in forma di post sui social? A me sembra di notare, anche e soprattutto fra i giovani, un certo tipo di predilezione per queste forme “veloci” a scapito dei classici romanzi, ma forse è solo una mia impressione, da persona che non lavora a tempo pieno nell’ambiente… 

«La poesia, gli aforismi… usare poche parole per acciuffare un significato largo è una sfida meravigliosa. Io credo che ci sia solo un gran bisogno di comunicarsi e quando si è giovani si ha una fretta, una voglia di divorare tutto. Non c’è tempo da perdere! Ma i giovani – anche io da giovane – spesso hanno la capacità di stare dentro a narrazioni tostissime e divorano i classici. È un tempo prezioso per “bruciare” il tempo. Dopo ci sono le cose della vita che ci divorano un po’ troppo…»

Lei è editor ma si occupa anche di scouting. Credo siano entrambe cose che, per una appassionata della parola scritta, diano molta soddisfazione. Lo fanno in egual misura?

«Sono due dimensioni molto diverse. La prima è quella in cui sono più “comoda”. È solitaria, fatta di dialogo con l’altro/a, di confronto, di domande… di pazienza. La seconda mi lascia stremata! Parlare del lavoro di altri è bellissimo ma è una grande responsabilità, “vendere”, dare attenzione, gestire le relazioni richiede molte competenze e ti costringe a metterti in discussione in mille modi. Ma vedi, ci sono testi che meritano tutti gli sforzi. Vederli in standby è un dolore. E allora si fa, allora si prova. Allora si impara.»

Leggendo la sua bio e seguendola sui social ho avuto l’impressione che lei sia stata e sia una donna oltre il consueto, anche nel mondo a volte forse troppo “ingessato” dell’editoria. Sbaglio?

«Il primo/la prima che fa video per spiegare l’editoria in un contesto un po’ asettico e alle volte polveroso non è che venga guardato con grande benevolenza! Una collega una volta mi ha detto che il mio modo di comunicare la imbarazzava. Ci sta. Io ho semplicemente fatto ciò che volevo fare – comunicare un contesto che amo e che per me ha mille sfaccettature che meritano di essere raccontate – avendo visto moltissime persone fare la stessa cosa, con serietà, nei loro ambiti. Non ho inventato nulla ma posso dire di essere stata un po’ pioniera con dirette su Periscope, format kamikaze in cui parlavo di mercato editoriale e libri… abbiamo fatto maratone live in tutta Italia, anzi in tutto il mondo! Coinvolgendo persone da tantissimi paesi. Con Elisabetta Bucciarelli abbiamo letto il suo La resistenza del maschio (NN Editore) integralmente in diretta Facebook dalla libreria Gogol di Milano. Alla Verso abbiamo fatto la prima presentazione, in Italia, live sempre con Periscope. Coinvolgendo centinaia di lettori che potevano fare le domande in diretta. Di esperimenti ne ho fatti tanti, mi prendevano per scema quando mi vedevano andare in giro per fiere e saloni brandendo il selfie-stick o il gimbal per le riprese. Eppure questo modo di comunicare è anche ciò che mi permette di gestire una agenzia che funziona (anche grazie alla presenza super di Chiara Capelletti, assistente suprema, Chiara Deiana, super editor e alla collaborazione di Laura Orsolini, scout, libraia ed autrice) e che mi ha dato le competenze per investire su di una piattaforma di corsi che, in due anni, ha costruito una community di oltre mille corsisti.»

Il suo compagno l’ha sempre sostenuta? Vi somigliate nel vostro approccio al lavoro, lavorate nello stesso settore?

«Se stai con qualcuno che rema contro, bruci tutte le energie per difendere i tuoi confini. Mio marito è la persona che più fa il tifo, mi sostiene, dialoga e mi aiuta nel quotidiano. Perché puoi essere complice quanto vuoi ma se poi nel pratico non ci sei, non sostieni affatto. Lui c’è, sempre. Ed è un fantastico problem solver. Che poi lo ami moltissimo e che sia pure bellissimo, aiuta. (Questo lo scrivo perché così mi garantisco aiuti domestici per mesi!). Lui si occupa di tutt’altro. Ma abbiamo una cosa in comune: amiamo profondamente ciò che facciamo. Un po’ è una ossessione, un po’ è la nostra vita. Un po’ siamo noi.»

L’ ultimo numero de L’altro Femminile è a tema genitorialità: ho letto che lei ha sospeso per un biennio circa il suo vorticoso lavoro quando ha avuto la sua bambina. Come ha vissuto quel periodo, è stato fruttuoso dal punto di vista di nuove idee, progetti, magari visti sotto una nuova luce, oppure ha avuto bisogno di staccare da quel mondo?

«In realtà non ho sospeso. E non è una cosa di cui andare fieri, si dovrebbe poter scegliere e io non potevo sospendere! Ero una partita iva, avevo dei clienti. Se avessi sospeso, avrei perso. Ho lavorato fino al giorno prima del parto. Ho ripreso 30 giorni dopo. Quando hai un figlio, però, l’energia creativa viene divorata dalla relazione, ed è bellissimo chiudere un po’ il mondo fuori. Io non ho mai perso la dimensione del fare, ma non avevo tanto tempo per avere idee e imbastire progetti. Ma c’era l’agenzia, il blog, i video (brutti) su YouTube, la radio…»

A proposito di sua figlia, quanti anni ha, è già una lettrice accanita o al momento non si fila per nulla il lavoro della mamma?

«Siamo in fase di preadolescenza e le storie sono tutte intorno a lei, come è giusto che sia alla sua età. Alla fine questa è la parte della vita in cui si possono sperimentare infinite diverse narrazioni di sé ed è preziosissima. Non legge romanzi, in questo momento. Forse è una fase, forse no. Però sai, magari ti stupirà, ma io non penso che chi legge sia migliore, né più amabile, semmai perde una occasione di crescita e confronto, semmai avremo una cosa in meno di cui parlare. Semmai non saprà quanto è bello leggere la mattina sotto al piumone! Ma ci sono tantissime altre vie. Il vero delitto è non studiare, non approfondire questo ci priva di qualcosa di immenso: la libertà di scegliere con maggiore consapevolezza.»

Elena Marrassini

Foto in alto: Chiara beretta Mazzotta

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