Una storia dalle parti del fiume Don, racconto di Alessandra Giannasi

Alessandra Giannasi - una storia dalle parti del fiume don
Libera interpretazione di una notizia di cronaca recente suonata sulle note de I racconti del Don, del premio Nobel della letteratura Michail Solokov.

La deflagrazione di un conflitto è un urto improvviso che si estende lentamente, progressivamente, dal punto di impatto verso le case e le persone. La sua progressione cancella le abitudini e demolisce gli edifici. Il suo passo è instancabile e la destrutturazione conseguente. Così, proprio quando esplode un proiettile, o dopo il riverbero sonoro di un colpo di artiglieria, l’onda d’urto si propaga sulle vie dei paesi, dentro le stanze ordinate e pulite delle abitazioni, sugli abiti lasciati sul letto, sulle tazze della colazione abbandonate in cucina per correre a scuola, sul cane che si lamenta perché tutti escono di casa per le loro faccende e lo lasciano ancora una volta lì, in salotto, a scrutare fuori dalla finestra abbaiando ai passanti. Mentre la serranda dell’ortolano si alza, e accanto a lui sfreccia la bicicletta di uno studente in ritardo, anche questa volta gli toccherà una nota sul registro. Il suo zaino oscilla per l’andatura armonica delle pedalate, i capelli seguono il vento che nella corsa s’intrufola dentro il cappuccio della felpa, il suo pensiero vola già al pomeriggio quando potrà scendere in strada con gli amici e nei suoi occhi brillano istanti di futuro lungamente attesi proprio nel momento in cui un’auto gialla di piccola taglia lo obbliga a una brusca frenata. Al volante c’è lui, operaio metalmeccanico, lavora da tutta la vita nella stessa fabbrica, allo stesso inossidabile tornio che la manifattura sovietica era capace di forgiare; da tanto tempo vorrebbe andare in pensione, se l’è meritata.

L’auto gialla fila liscia nel traffico del mattino perché quella strada le è familiare, ogni granello d’asfalto lo ha già visto e rivisto, conosce ogni curva, ritrova da sola il parcheggio all’angolo del negozio del panettiere, giusto in tempo perché lui possa prendere il giornale. Perché il giornale ci vuole, poi dopo ci sarà da discutere con i colleghi di politica e di pensione, e lui è sempre uno che discute con in tasca le informazioni che servono, non li fa i discorsi da bar per sentito dire, se dice una cosa è perché approfondisce. Lui studia, sempre, ha sempre studiato. Non come Pietro, che distribuisce opinioni di seconda mano con la sicurezza di un politico navigato ma alla prova della logica scivola sempre, come un bambino ignaro dei pericoli del ghiaccio vitreo in una mattina d’inverno. Ce n’era sempre uno nel suo condominio che la mattina presto, d’inverno, scivolava sul ghiaccio trasparente del cortile mentre di corsa inseguiva le lunghe falcate della mamma ormai vicina al portone. E anche i suoi figli erano scivolati nello stesso modo, tanti anni prima, nello stesso cortile sempre uguale, riquadro di mattonelle e vasi ricavato tra le palazzine. Le casalinghe iniziano a sbattere le lenzuola e i tappeti alle finestre da cui penzolano all’unisono francobolli di tessuti colorati, e nel silenzio corre l’eco dei colpi inferti con i battipanni di vimini. Tutt’intorno, tra un palazzo e un altro, tra una strada e la successiva, la stessa cadenza di abitudini e suoni scandisce il progredire di un altro giorno. Fino a quella deflagrazione, fino a quel colpo di artiglieria. Un suono secco, breve, seguito dall’eco che rimbalza tra le case e che separa il prima dal dopo, la conoscenza dall’ignoto, il controllo dal fato, la consuetudine dalla straordinarietà, Tatiana con i suoi due figli dal marito. Perché lui non può lasciare il paese, lui deve restare, potrebbe servire per combattere.

Pantelej aveva appena parcheggiato la sua fiammante utilitaria gialla all’angolo del negozio del panettiere; sceso per prendere il giornale aveva capito che la radio stava dicendo qualcosa di importante e che la guerra, che di solito sta da un’altra parte, adesso stava a casa sua. A scuola gli studenti avevano deciso di non entrare, quindi Gregorio poteva sperare di saltare la brutta nota per l’ennesimo ritardo. Il cane, chiuso in casa ad abbaiare non sapeva che quel giorno sarebbe stato meno solo. Per un istante il tempo si ferma e nell’istante successivo inizia a distendersi in un’altra direzione; Tatiana che fino a qualche minuto prima si stava recando al lavoro rigira l’auto e va verso casa passando a prendere davanti alla scuola Gregorio e Stefano di quindici e diciassette anni, il marito è già rientrato ed è seduto al tavolo della cucina cercando di capire cosa sta succedendo e dove sta succedendo, se qualcuno sa cosa si deve fare, se le indicazioni sono chiare, se il più furbo e il più veloce si salveranno la vita mentre lui sarà sempre lui, l’ultimo. Poi pensa ai suoi figli che per fortuna sono ancora abbastanza piccoli da non dover restare. Maschi entrambi. In quel momento Tatiana varca la soglia della cucina seguita da Gregorio e suo fratello, già grandi da capire che qualcosa di grave è accaduto e che riserva conseguenze pericolose. Se i colpi di mortaio entrano dalle tue finestre e hai due figli da crescere le alternative si riducono drammaticamente a una soltanto: partire. Degli abiti abbandonati sul letto nessuno si preoccupa più mentre anche le tazze della colazione assistono dal tavolo della cucina alla preparazione di qualche cosa da portare via, tre piccoli zaini, non di più. In un tempo di pace le strade della città accolgono una segnaletica di cui ci si può fidare, in tempo di guerra le indicazioni vengono dal vicino di casa, dal telefono, dal passante che corre verso il primo autobus in partenza. Pare ce ne sia uno, forse più di uno, diretti in Italia. Pare che nell’Europa occidentale ci siano delle strutture in grado di ospitarli. Le associazioni e i volontari rimettono insieme le reti che la guerra ha frantumato cercando un modo per portare le persone fuori dal paese.

Tatiana è sempre in cucina perché lei non sa davvero quale segnaletica seguire. È sempre stata brava nell’organizzare la casa, occuparsi dei figli, incastrare i doveri con i suoi tempi e i tempi degli altri, ora invece tutti i tempi sono saltati, tutte le regole sono altre, e chi aveva gli amici giusti è già seduto su un mezzo di trasporto che lo porterà fuori. In quel momento suonano alla porta: è Pantelej. Anche lui ha rigirato l’auto gialla per tornare dalla figlia Tatiana, dal panettiere c’era un signore italiano che stava dando informazioni su due autobus in partenza da lì a due ore dalla stazione. Ed è qui che la frattura si compie, Tatiana saluta il padre, saluta il marito e con i figli va verso la stazione, tre zaini, i medicinali di Tatiana per la pressione alta, i telefonini, qualche speranza, tremila chilometri, decine di ore di autobus, una lingua diversa, l’eco delle bombe che sfuma. Salgono su quel bus pieno di gente, pieno di sacchetti, borse, valigie, zaini, pianti, tremori, fiati corti, stanchezza. L’autista mette in moto e si parte. Trenta ore sono tante, molto lunghe. Il cibo che avevano portato basta, tutti dividono qualcosa. Nel momento esatto in cui avevano preso i loro posti sui sedili posteriori dell’autobus avevano capito che sarebbero partiti, che non si trattava di un progetto, che non si stava parlando della cosa migliore da fare, perché quando piovono i colpi di mortaio non sai mai quanto tempo avrai per parlare di cosa sarebbe stato meglio fare. Il piano di azione si fa da solo, la speranza è quella di uscire presto dalla zona di guerra. La fuga non aspetta, nessuno aspetta, perché aspettare può essere quell’errore senza rimedio. Sfilano dai finestrini i viali, le piazze, la scuola, la fabbrica di nonno Pantelej, l’ufficio della mamma, il panettiere. Sfilano le strade note, i colori della steppa, sfilano le autostrade con le targhe sempre diverse. Nessuno riesce a dormire, le sagome degli edifici iniziano a sparire nell’ombra della notte che cala, ma Tatiana non vuole chiudere gli occhi. Vuol guardare i suoi figli, il profilo dell’orizzonte che conosce bene e che si trasforma lentamente, il buio che copre tutto, che spegne la luce di quella giornata lunga e dolorosa.

Tatiana non dorme, i suoi occhi sono pieni di lacrime non versate, la sua testa rincorre tutti i pezzetti di quella giornata ripensandoli e rimettendoli in ordine, il cervello cerca un appiglio razionale, un rifugio di prospettive. In fondo non sa nemmeno dove sta andando, sa solo da dove sta andando via. Non sa cosa sarà di lei e dei suoi figli, o di chi invece è rimasto. I pensieri si strattonano e si addensano quando sente una forte pulsazione alla tempia che le ricorda che dovrebbe prendere le sue medicine, ma nella fretta le ha lasciate negli zaini che sono nel vano bagagli sotto l’autobus. Pensa che andrà bene anche senza, lo ha già fatto, saltarne un paio, andrà bene. Come al solito. Le ore passano, i ragazzi si svegliano e trovano la mamma con gli occhi rossi, lucidi, freddi, lontani. Le occhiaie si stendono sotto a quell’azzurro che una volta echeggiava il colore del cielo in campagna. Tatiana sorride e abbraccia i suoi due figli mentre ancora hanno davanti tanta strada da fare, la strada va da sola, e anche i compagni di viaggio sembra di conoscerli da cent’anni. Tutti stipati, tutti insieme, anche se poi tra poco non si vedranno più, per il resto della loro vita, forse non si vedranno più. Gregorio lo vede, la mamma è pallida, troppo. Capisce che non sta bene, ma sa che le medicine sono negli zaini, e che presto saranno arrivati e potrà prenderle. I confini nazionali passano veloci, una sorta di corridoio apre le porte della nazione che li ospiterà; sono arrivati, non resta che scendere dal bus che inizia a svuotarsi piano, la porta aperta lascia arrivare l’aria fredda del mattino a rimpiazzare quella umida e consumata rinchiusa per tante ore dai finestrini sigillati. Tatiana si alza e si distende. Guarda i suoi due figli che ha portato fino lì, scende sorridendo i tre scalini che la separano da questa nuova strada, tocca l’asfalto gelato di Firenze, si gira a guardare gli occhi scuri di Gregorio, uguali a quelli del suo babbo, e cade morta senza un respiro.

Alessandra GiannasiAlessandra Giannasi nasce in Garfagnana, si laurea a Pisa in fisica e prosegue i suoi studi a Firenze con un dottorato di ricerca in fisica. Nel frattempo diventa giornalista pubblicista collaborando con la testata giornalistica Il Tirreno. Lavora per circa dieci anni al Consiglio Nazionale delle ricerche prima di essere assunta nel reparto metrologia al Nuovo Pignone Firenze, dove lavora attualmente.

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