Donne alle Olimpiadi: una parità di genere non ancora raggiunta

Donne olimpiadi Tokyo 2020
Fatica e impegno sono gli stessi, ma il valore del risultato raggiunto ha difficoltà a farsi riconoscere come autentico.

Era il 1896 quando Pierre de Coubertin decise di ridare vita ai moderni giochi olimpici, uno degli eventi sportivi più affascinanti e attesi di sempre. Il barone rispettò la tradizione classica e vietò alle donne di partecipare, anche se una donna greca, conosciuta come Melpomene, decise di correre comunque la maratona il giorno successivo. Solamente quattro anni dopo, nel 1900, alle Olimpiadi di Parigi, furono ammesse alcune donne tra oltre 600 uomini; la tennista Charlotte Cooper diventerà la prima campionessa olimpica nella storia, vincendo cinque titoli individuali a Wimbledon.

L’avversione nel definire le donne come atlete resisterà fino al 1936, con i giochi olimpici di Berlino. In questa occasione le donne riescono a raggiungere quasi il 10% degli uomini e tra loro c’è una campionessa italiana, Ondina Valla, che vincerà la medaglia d’oro negli ottanta metri ostacoli. Solo sessant’anni dopo, ad Atlanta 1996, vedremo la prima partecipazione di una donna di fede musulmana e sarà necessario attendere Londra 2012 perché Brunei, Qatar e Arabia Saudita permettano alle donne di partecipare ai giochi. Alle Olimpiadi di Parigi del 2024 si registrerà la parità di partecipazione tra uomini e donne, solamente centoventotto anni dopo Pierre de Coubertin.

Se ci pensiamo bene sono dati scioccanti, ma purtroppo in linea con la mentalità che ancora oggi è troppo radicata a livello culturale. Lo sport, specialmente alcune discipline, sono viste come cosa da uomini e questo perché da sempre le donne vengono ritenute più deboli, non adatte alla prestazione sportiva di livello (non è un caso che la boxe femminile sia stata annoverata tra le discipline olimpiche sono nel 2009). Il concetto che non entra nella mente (ottusa) di molti uomini, ma anche di alcune donne purtroppo, è che lo sport maschile e femminile non deve essere messo a paragone. La natura ci ha creato biologicamente diversi, la genetica ha esaltato nell’uomo e nella donna caratteristiche diverse, predisposizioni necessarie alla sopravvivenza della razza umana, e allora perché metterle a paragone? Perché si deve ancora sottolineare, con un tono un po’ sbruffone, che una donna non potrà mai correre, saltare o combattere come un uomo? L’uomo non può partorire, ma per questo non viene considerato meno genitore. Le donne copriranno distanze in più tempo o alzeranno meno peso, ma lo faranno con loro pari, confrontandosi in un ambito che le rende competitive e determinate.

Anche questo è l’Altro Femminile, il modo di fare qualcosa secondo le possibilità e l’inclinazione che la natura ci ha fornito, e queste sono sconfinate. Ci sono voluti millenni perché la società capisse che la donna può tutto, e in molte realtà non è ancora così, ma purtroppo vedo che ci vorrà tanto tempo prima che i meriti e il valore delle donne vengano riconosciuti come quelli degli uomini. Abbiamo visto celebrare la nazionale di calcio italiana per settimane, in questi giorni si fa un gran parlare solo di alcune medaglie olimpiche, straordinarie sì, ma non più delle altre che hanno valso la stessa fatica e ottenuto la stessa gioia. Come sappiano l’Italia ha portato a casa quaranta medaglie, di queste sedici (diciotto se contiamo la sanmarinese Alessandra Perilli che ne ha portate a casa due) sono state vinte da donne, oltre il 40% se si vuole parlare di numeri. Se queste atlete fossero state da meno degli uomini, le avrebbero vinte? No, senza dubbio. E allora dobbiamo celebrare ogni donna che si è allenata, ha sofferto, ha fatto rinunce, ha sfidato una certa morale (sbagliata) per mettersi in gioco e gareggiare ai giochi più belli del mondo, distinguendosi anche in discipline una volta considerate maschili e lasciando il proprio nome scolpito nella storia. E allora celebriamole queste atlete, queste donne, mandando loro un abbraccio virtuale e tutto l’orgoglio che c’invade il cuore.

Diana Bacosi, tiro a volo, skeet, bronzo;
Odette Giuffrida, judo 52 kg, bronzo;
Elisa Longo Borghini, ciclismo su strada, bronzo;
Maria Centracchio, judo 63 kg, bronzo;
Rossella Fiamingo, Mara Navarria, Federica Isola, Alberta Santuccio, spada, bronzo;
Giorgia Bordignon, sollevamento peso 64 kg, argento;
Valentina Rodini e Federica Cesarini, canottaggio doppio pesi leggeri, oro;
Alice Volpi, Arianna Errigo, Martina Batini, Erika Cipressa, fioretto, bronzo;
Lucilla Boari, tiro con l’arco, bronzo;
Irma Testa, pugilato pesi piuma, bronzo;
Vanessa Ferrari, ginnastica artistica, argento;
Caterina Bandi (con Ruggero Tita), vela, oro;
Viviana Bottaro, karate (kata), bronzo;
Antonella Palmisano, marcia 20 km, oro;
Simona Quadarella, nuoto 800 stile libero, bronzo;
Martina Centofanti, Agnese Duranti, Alessia Maurelli, Daniela Mogurean, Martina Santandrea, ginnastica ritmica, bronzo;
Alessandra Perilli, tiro a volo individuale bronzo, tiro a volo a squadre argento (San Marino).

Un abbraccio più grande e lo stesso cuore gonfio d’orgoglio va anche a tutte le atlete che hanno partecipato e non sono salite sul podio. Sappiamo benissimo quanto lavoro ci sia dietro, non solo fisico, e siamo fiere solo perché ogni giorno scelgono di alzarsi e sfidare preconcetti e difficoltà che, sappiamo benissimo, a volte sono duri da abbattere. Dal 776 a.C. (anno della prima Olimpiade) a ora di strada ne è stata fatta tanta, ma la meta è ancora distante in quanto a parità di genere. Ci auguriamo davvero che presto questa disparità venga appianata, e non solo in campo sportivo.

Serena Pisaneschi

Foto in alto: le atlete italiane

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