Un brano che mette in luce la trappola della violenza psicologica: realtà da indagare e prevenire con l’educazione affettiva, senza mai colpevolizzare la vittima.
Qualche sera fa mio figlio, quinci anni e mezzo, mi fa: «Mamma, la conosci la canzone di Madame Quanto forte ti pensavo?» Io gli rispondo che no, non la conosco. Lui allora mi dice: «Ascoltala, secondo me ti piace. Ci puoi anche fare un articolo.»
Non potevo ignorare un suggerimento del genere per due ragioni. La prima è che, qualsiasi cosa un figlio o una figlia adolescenti vogliano condividere con te va accolto, ti stanno facendo vedere un pezzettino del loro mondo. La seconda è che, considerando che lui conosce benissimo sia l’importanza che la missione della rivista, molto probabilmente era un suggerimento prezioso.
Così ho seguito il consiglio e il giorno dopo sono andata a cercarmela su YouTube. Ho scoperto una canzone bellissima. La melodia ricorda i vecchi tempi, il video è di fortissimo impatto e le parole sono lame.
Madame canta la confessione di una donna, che racconta la sua dipendenza da un uomo violento. In poche frasi si capisce tutto il suo essere completamenti succube, sapere di essere in una “relazione” malata ma non riuscire a rinunciare. Scappare, si dovrebbe dire, ma da certe dinamiche non si può scappare, né essere salvate, se non si comprende da sole il pericolo.
La protagonista della canzone è una donna che, probabilmente, è cresciuta dentro quelle dinamiche. Lungi da me azzardare tesi psicologico-comportamentali, non ne ho le competenze, ma sono convinta che certi meccanismi appaiano naturali, quasi obbligati, se li hai respirati fino da piccolə. Quelle sono gabbie da cui è difficilissimo uscire, a cui si è incatenati, costretti da una forza invisibile, una sorta di lavaggio del cervello innato per il quale non si riesce a vedere lo sbaglio.
Quante donne rimangono o tornano con l’abusante? Accettano determinati comportamenti, non riescono a fare quel passo per liberarsi dalla prigionia fisica e mentale? Non sono pazze, sono abituate che dev’essere così. Senza considerare poi che, in caso ci siano figlə, c’è anche il terrore di ripercussioni su loro. Perché queste donne sanno di cosa è capace il loro carnefice.
Le donne che afferrano ə figlə e scappano via lontano, supportate dalla legge e dalle forze dell’ordine, purtroppo esistono quasi unicamente nella finzione. Siamo tempestati ogni giorno da notizie di femminicidi in cui, spesso, si sente che i colpevoli, ma chiamiamoli pure assassini, erano stati denunciati. E allora se sommiamo tutti questi fattori cosa resta? Una donna che non ha gli strumenti per salvarsi da sola e, in certi casi, non riesce ad accettare nemmeno l’aiuto esterno. È una pazza masochista? No, è la protagonista di Madame quando dice:
Tu sei lo specchio dell’anima mia
Che mi invecchia se guardo con odio
Quindi ti darò tutto l’amore, l’amore, l’amore
L’amore che ho
L’amore che ho
L’amore che ho
Sperando che un giorno mi libererà
Io non sopporto quando sento dire che lei se l’è cercata. La vittimizzazione secondaria è una violenza terribile, quasi sempre la ragione prima per la quale non c’è denuncia. Continua a sfuggire il concetto base: non è lei che la cerca, è lui che abusa. Ma questa verità indiscutibile, incontrovertibile, ineluttabile, continua a non attecchire. Una donna che non fugge dall’abusante non che non vuole, è che non può. Non solo perché probabilmente è lasciata sola dalle istituzioni e dalla società, non ha sufficiente indipendenza economica o non riesce a trovare una rete di supporto. Soprattutto perché è così psicologicamente condizionata che non riesce a liberarsi da sé.
Quanto forte ti pensavo racconta questa dinamica. Il titolo stesso la riassume perfettamente. Nel testo lei fa capire che riconosce l’abuso ma che non ne può fare a meno, che quasi la ricerca. La odia, si augura di essere uccisa, ma non la molla. A quale punto di impotenza verso se stesse si deve arrivare per augurarsi la morte invece di racimolare la forza per scappare da quella situazione? Questo pensiero mi turba ogni volta che ci rifletto. Perché una donna rimane con l’abusante? Perché chiunque rimane con l’abusante? Non so quale sia la risposta, ma sicuramente quel motivo ha radici molto, molto profonde e sempre inascoltate.
Il problema davvero reale, il famoso elefante nella stanza, non va ricercato nell’impotenza della donna (o di chi subisce) ma è a monte. Quello è l’effetto di una causa, e la causa è la mancanza di educazione affettiva. Sì, quella che il nostro amorevole governo vuole vietare a scuola, l’unico posto che è (o almeno dovrebbe) essere neutro e giusto. Prendiamo l’esempio di un bambino e una bambina che vivono all’interno di una famiglia in cui il padre è abusante. Cosa impareranno? Lui che le donne vanno trattate così e lei che le donne devono sottostare all’abuso.
E qual è l’unico posto in cui questə due bambinə possano vedere che no, non è così che si fa? L’unico posto lontano da una comunità o una famiglia allargata in cui non si perorano queste dinamiche sbagliate? Esatto, la scuola. Se non c’ qualcuno che spiega che certi comportamenti sono universalmente sbagliati, come si fa a non rimanerne vittima? Sia maschi che femmine, eh? Perché se non esiste chi abusa, non esiste nemmeno l’abusatə.
Quanto forte ti pensavo è una canzone che va dritta dove vuole arrivare. Non colpevolizza la vittima ma ne racconta le difficoltà psicologiche ed emotive. Una storia che è la storia di tante donne, e sono certa che ogni donna ne conosce almeno un’altra che ha subito un tipo di violenza, a partire da: «vestita così non esci» fino ad arrivare a: «se mi lasci ti ammazzo.» Qualsiasi abuso non nasce dal comportamento di chi lo subisce, ma è sempre, sempre, sempre frutto di chi lo commette. Questo ricordiamocelo, imprimiamolo bene nelle nostre coscienze. Noi donne per comprende e reagire, gli uomini per comprendere e smettere.
Serena Pisaneschi
Foto in alto: da @showmagazineof
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