Giusi D’Urso: “Se camminare fa troppo rumore” attraverso corpo e mente

Giusi D'Urso - intervista - l'altro femminile - se camminare fa troppo rumore
Intervista alla scrittrice pisana che racconta le fatiche del crescere, sempre attente a non fare troppo “rumore”.

Ho conosciuto una Giusi D’Urso virtuale, sui social e in un gruppo whats-app di scrittori, e una Giusi in carne e ossa, quando è venuta a presentare il suo ultimo libro Se camminare fa troppo rumore nella mia città, presso la Libreria Il Giardino delle Parole.
Leggere i suoi post e vedere le sue foto era già un buon nettare per me; quando poi l’ho vista dal vivo lo sono stati anche la sua persona, il suo modo pacato di parlare e lo sguardo.
Questo suo essere donna di scienza che ha scritto un libro ricco e sfaccettato, che sa di Toscana e di tanto altro, ha suscitato in me ammirazione e curiosità; eccomi quindi a intervistarla, in attesa di ulteriore “nutrimento”.

Chi era Giusi, e chi è adesso?

«Sono stata per molto tempo combattuta fra la parte di me dedita alla biologia e quella fedele alla scrittura. Per la maggior parte della mia vita ho vissuto questo dualismo con grande rammarico e sofferenza, convinta di non essere all’altezza né dell’una né dell’altra propensione. Al contrario, sentivo di vivere entrambe le vite senza particolari competenze. Mi mancava quel senso di appartenenza e completa adesione che ognuno di noi dovrebbe sentire nei confronti delle cose che fa. Col passare degli anni, per fortuna, ho cambiato idea: ho realizzato che ogni cosa che sento e che faccio merita dignità e affezione. Vivo con serenità le mie propensioni e mi dedico con la stessa attenzione a entrambi i campi in cui mi cimento. Forse posso riassumere dicendo che voglio più bene a me stessa e faccio tutto con gioia, curiosità ed entusiasmo.»

A me è rimasto impresso l’incipit del suo Se camminare fa troppo rumore:

«Ci vuole animo per stare a Pisa… Ci vuole coraggio per resistere all’incanto che si vede dai ponti, alla trappola dell’acqua che sembra risalire la corrente. Per abitarci, in questa città, bisogna trovare un accomodamento tra la piazza tutta prato e marmi e l’odore di piscio di certi vicoli; mediare fra l’incanto e la stizza, lo stupore mistico e il disgusto fisico.»

Da quanto tempo lei è pisana? Ci vuole animo per vivere questa città?

«Mi sono trasferita a Pisa negli anni ‘80. Ormai mi considero figlia di questa città, nonostante il sentimento forte per la mia terra. Ci vuole animo, sì, per vivere in ogni luogo che non sia quello in cui siamo nati e cresciuti: ogni sradicamento richiede tempo, pazienza, coraggio.

Ci sono prove da superare, insomma, luoghi e persone e usi a cui adattarsi. È un lavoro di riposizionamento continuo e faticoso. Quindi, ci vuole animo per prendere le misure al luogo, qualsiasi luogo diverso dal nido in cui siamo nati.»

Quanto di Giusi c’è in Sofia, la protagonista del suo ultimo libro?
«A Sofia ho regalato gli angoli della mia città che amo di più, le letture a cui sono più affezionata, il mio senso di smarrimento durante i primi anni a Pisa e la passione per le scienze. Giusi ha incubato Sofia per diversi anni, poi Sofia è sbocciata così come si legge nel romanzo.»

L’aver studiato materie scientifiche in qualche modo “entra” in ciò che scrive? Utilizza tecniche e modi di organizzare la struttura dei suoi scritti che ha ereditato dagli anni della sua formazione?

 «La formazione scientifica mi ha regalato uno sguardo lungo. Quando studio e quando scrivo ho in testa il metodo che mi porto dietro dal mio iter formativo. In particolare, tendo ad approfondire. A volte è uno svantaggio, rischia di portarmi lontanissimo: spesso devo sfoltire il materiale che accumulo. Ma non mi pento mai di questo lavoro. In fondo, seppur faticoso, mi lascia il tempo di scegliere la strada da intraprendere e quanto in profondità voglio andare.»

La figura della nutrizionista è sempre più presente nella vita di tante persone. Sono più gli uomini che si rivolgono a lei o più le donne, o magari si equivalgono?

 «Quando ho iniziato la mia attività affiancavo una pediatra di famiglia, per cui vedevo molti bambini e adolescenti. Negli anni il target si è allargato: si rivolgono a me sia donne che uomini, ma le donne sono in maggioranza.»

Come ha deciso di studiare da biologa e poi specializzarsi in alimentazione, e quanto ha inciso questa cosa nella sua passione per la scrittura? È nata prima l’una o l’altra?

 «Parto dalla seconda domanda: la passione per la scrittura è nata prestissimo. La mia memoria a lungo termine mi restituisce ogni tanto scene in cui mi vedo piccola, distesa per terra a scrivere e a leggere. L’amore per la biologia è nato alle scuole medie: con la mia amica del cuore trascorrevamo ore nel suo giardino a osservare con la lente di ingrandimento la trama di fiori, foglie, ali d’insetto. A un certo punto, credo proprio in quegli anni, i miei genitori mi regalarono un microscopio giocattolo. Ecco, penso a quel momento come a uno spartiacque. Credo di essere diventata biologa nell’anima in quel preciso istante. L’interesse per la nutrizione è arrivato molto tempo dopo, con l’occasione di affiancare una brava pediatra. Sono stati anni intensi e davvero formativi. Le sarò sempre molto grata.»

giusi d'urso - intervista - l'altro femminile - se camminare fa troppo rumoreQuanto corpo delle donne c’è nel suo ultimo libro?

 «La lavorazione di Se camminare fa troppo rumore ha richiesto diversi anni e si è stratificata su una parte importante della mia attività di nutrizionista: quella che si occupa di disturbi alimentari. Dedicarsi a queste patologie richiede una preparazione molto specifica e in costante aggiornamento. Si tratta di disturbi complessi, in continuo divenire. Oggi, in particolare, siamo davanti a esordi molto precoci, eziologie sfumate, difficilmente inquadrabili nei criteri standard studiati nei primi anni di formazione. È un lavoro da fare in team con altri professionisti, che necessita di continui approfondimenti, per i quali i miei studi spesso si allargano e invadono altri territori, come la psicologia clinica, l’antropologia, la sociologia (la letteratura è trasversale a tutte le altre discipline). Il corpo e il cibo di cui si nutre diventano un unico enorme oggetto di studio e approfondimento continui.

Nel romanzo non si parla di disturbi alimentari, ma c’è il corpo di un’adolescente e poi di una giovane donna che cerca disperatamente il suo posto in un mondo ostile. Un mondo costituito non solo dalla città in cui è costretta a riposizionarsi, ma anche dalla rete delle sue relazioni familiari. Una rete a maglie strettissime, visto il contesto disfunzionale in cui vive. Il suo corpo è inquieto, ricettacolo di ansie, desideri ignorati, istinti repressi; mortificato dai rapporti indifferenti e violenti cui Sofia è sottoposta.»

Adesso sta scrivendo il prossimo, ha qualcosa in cantiere?

 «Mi sto dedicando alla scrittura di testi scientifici. In questo periodo sono presa da alcuni temi particolari che caratterizzano il mio lavoro di nutrizionista e sui quali ho in mente di scrivere da diverso tempo. La prossima storia, invece, è in incubazione. Per fortuna, una cosa non esclude l’altra: come dicevo, ho imparato a convivere con entrambe le mie propensioni.»

Che rapporto ha lei con il cibo? E con il suo corpo?

«Mi definisco una buongustaia basic, cioè amo e gusto con piacere i sapori semplici a cui sono stata abituata da piccola, quindi molto tempo prima di diventare nutrizionista. Tuttavia non disdegno qualche intingolo, soprattutto condiviso con una buona compagnia.
Il rapporto con il mio corpo ha superato le prove del ‘900 e della cultura patriarcale.

Non è stato facile pensarmi “giusta” rispetto alla bambina che veniva redarguita ogni volta che giocava coi maschi, o all’adolescente a cui era proibito passeggiare in pantaloncini perché non si addiceva a una brava ragazza. Ma alla fine, anche grazie a una malattia che mi ha investito con ferocia e ha cambiato profondamente il mio modo di vivere e pensarmi, ho intrapreso col mio corpo un rapporto più sereno e finalmente pieno di riguardi.
Oggi, quasi sessantenne, sono una donna soddisfatta dello spazio che ho imparato a riempire senza sensi di colpa e di inadeguatezza. Vivo e tratto il mio corpo come una cosa preziosa che ho avuto in dono dalla natura e dalla genetica, con i suoi limiti e le sue abilità innate e acquisite. Sono curiosa di vedere dove mi condurrà. Intanto, mi godo la bellezza e la ricchezza di essere ciò che sono.»

Elena Marrassini

 Foto in alto: Giusi D’Urso e Elena Marrassini

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Dal N. 9 de L’Altro Femminile. Leggi il numero completo della rivista digitale QUI

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