L’intelligenza artificiale non è neutrale: chi disegna il futuro delle donne?

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L’AI cambia professioni e competenze: senza più donne nella tecnologia, il rischio è replicare divari già noti con strumenti nuovi.

Il futuro è già entrato nelle nostre case.

Non ha il rumore delle astronavi né la luce azzurra dei film di fantascienza. Arriva mentre prepariamo il caffè, dentro una casella di posta, in una ricerca sul telefono, in una frase che qualcuno ci suggerisce di completare.

L’intelligenza artificiale scrive, traduce, seleziona, consiglia. A volte sembra quasi invisibile. Eppure, dietro ogni tecnologia ci sono persone. Qualcuno ha scelto quali dati utilizzare, quali problemi affrontare, quali risposte considerare corrette.

La domanda, allora, diventa inevitabile: chi sta disegnando il futuro nel quale vivremo?

Il futuro non nasce mai da solo

Siamo abituate a pensare alla tecnologia come a qualcosa di neutrale. Una macchina non dovrebbe avere un genere, un algoritmo nemmeno. Ma gli strumenti che utilizziamo non nascono nel vuoto. Sono costruiti dentro la società e portano con sé, inevitabilmente, una parte del mondo che li ha progettati.

In Europa le donne rappresentano meno di un quarto degli ingegneri che lavorano nell’intelligenza artificiale. È un numero che racconta una distanza ancora presente nel cuore della trasformazione digitale.

Non significa che una tecnologia debba necessariamente essere diversa perché a progettarla è una donna. Significa, piuttosto, che quando alcuni sguardi mancano, rischiamo di non vedere ciò che per altri è evidente.

È successo molte volte nella storia dell’innovazione. E può accadere anche adesso.

Quando i dati hanno una memoria

Un algoritmo non conosce il mondo. Conosce i dati che gli vengono forniti. Se quei dati raccontano una realtà nella quale le donne sono state meno rappresentate, possono portarsi dietro quella stessa assenza.

È come guardarsi allo specchio attraverso una fotografia scattata molti anni prima. L’immagine restituisce qualcosa di vero, ma non necessariamente tutto ciò che esiste oggi.

Per questo si parla sempre più spesso di possibili distorsioni degli algoritmi e di discriminazioni prodotte dai sistemi automatizzati. Non è una questione puramente tecnica.

Se un sistema contribuisce a selezionare un curriculum, valutare una candidatura o stabilire chi merita attenzione, dietro una scelta apparentemente automatica possono esserci conseguenze molto concrete.

E allora anche una riga di codice può diventare una questione di diritti.

Il lavoro cambia. Ma per chi?

C’è poi il lavoro. L’intelligenza artificiale sta modificando attività, professioni e competenze. Alcuni compiti vengono automatizzati, altri vengono trasformati, altri ancora ne stanno creando di nuovi.

Non sappiamo ancora quale sarà il bilancio definitivo di questa trasformazione. Sappiamo però che non tutti entrano nella stanza del cambiamento dalla stessa porta.

Molte professioni fortemente esposte all’AI hanno una significativa presenza femminile. Per questo la trasformazione digitale non può essere raccontata soltanto come una questione di produttività.

Riguarda anche l’autonomia economica, la possibilità di mantenere un lavoro, l’accesso alla formazione e il tempo che resta a disposizione. Ancora una volta, dunque, la tecnologia incontra la vita quotidiana.

Quella fatta di stipendi, figli, riunioni, cura, percorsi interrotti e seconde possibilità.

Non basta imparare a usare una macchina

Di fronte a ogni nuova tecnologia compare inevitabilmente la stessa parola: formazione. Imparare. Aggiornarsi. Tenersi al passo. È necessario, naturalmente. Ma forse non è sufficiente.

Non possiamo continuare a raccontare alle donne che devono semplicemente diventare abbastanza brave da adattarsi a ogni cambiamento. C’è una differenza importante tra imparare a usare uno strumento e partecipare alle decisioni che ne determinano l’utilizzo.

La prima cosa riguarda una competenza.

La seconda riguarda il potere.

E forse è proprio qui che il discorso sull’intelligenza artificiale diventa interessante per le donne. Non soltanto perché dobbiamo imparare a utilizzare l’AI, ma perché dobbiamo poter entrare nei luoghi nei quali si decide come utilizzarla.

Dalla parte giusta dello schermo

Per anni abbiamo parlato di ragazze e tecnologia come se il problema fosse convincerle a entrare in un mondo che non sentivano appartenergli. Forse dovremmo capovolgere la domanda.

Che cosa possiamo cambiare perché quel mondo appartenga anche a loro? Non servono necessariamente più donne soltanto davanti a uno schermo. Servono donne nei laboratori, nelle università, nelle aziende, nei luoghi della ricerca e nelle stanze dove si prendono decisioni.

Servono competenze, certo. Ma anche possibilità.

Perché una bambina che oggi impara a usare un’intelligenza artificiale potrebbe domani diventare una programmatrice, una ricercatrice, un’imprenditrice. Oppure potrebbe decidere che quella tecnologia non le interessa affatto.

La libertà dovrebbe comprendere entrambe le possibilità.

Il futuro che vogliamo abitare

Forse dovremmo smettere di chiederci se l’intelligenza artificiale sarà buona o cattiva per le donne. La domanda è un’altra: chi vogliamo essere mentre questa trasformazione accade?

Possiamo limitarci a imparare a convivere con strumenti progettati da altri. Oppure possiamo sederci al tavolo, portando domande, esperienze e punti di vista che finora sono rimasti ai margini.

Non si tratta di costruire una tecnologia “per le donne”. Si tratta di non costruire il futuro senza di loro. Perché il futuro non è un luogo nel quale arriveremo domani. È qualcosa che stiamo già costruendo oggi, una scelta dopo l’altra, spesso senza nemmeno accorgercene.

E forse la vera rivoluzione sarà questa: non chiedere più alle donne soltanto di trovare il proprio posto nel mondo che cambia. Ma riconoscere che hanno tutto il diritto di contribuire a decidere quale mondo cambierà.

Cinzia Inguanta

In alto: ChatGPT Image

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