Ofelia, la regina dei fiori è un estratto dall’atto unico teatrale “Inascoltate – L’intelligenza femminile che resiste al silenzio” di Federica Carteri.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.
Ofelia, la regina dei fiori, si piega e si dissolve. Non grida, si lascia andare. Il suo corpo è una domanda che galleggia. Il suo amore, fiori recisi in un fiume che nessuno ferma. Sospesa tra visione e follia, Ofelia è parola inascoltata e corpo dissolto. Folle dopo il lutto, oggetto del desiderio di un uomo, sorella dolente, morta galleggiante, Ofelia affonda nel passato.
Il mio corpo galleggia sullo specchio d’acqua. Sono ancora viva. Ho le braccia aperte e nella mano destra stringo dei fiori. Ho lo sguardo perso nel vuoto e diretto in alto. Le labbra sono semiaperte e sussurrano un canto. Intorno a me, sull’acqua, galleggiano fiori e sono circondata da piante palustri. Molta vegetazione cresce sulla riva.
Amo Amleto, il principe di Danimarca e lui ricambia il sentimento, ma vuole proteggermi dalle trame pericolose del potere.
«M’afferra il polso tenendomi forte.
Scruta il mio viso con l’intensità di chi voglia disegnarlo.
Rimaniamo così immobili, a lungo.
Finalmente, scuotendomi un poco il braccio,
leva un sospiro di spasimo e mi lascia.
Con il capo rivolto all’indietro sulle spalle
pare trovare la strada senza occhi,
perché passa le porte senza il loro aiuto
e fino all’ultimo tiene la loro luce su di me.
Ma la virtù non sfugge alla calunnia.»
(Amleto – Atto II, scena I di William Shakespeare)
È un amore negato quello di Amleto… Crede di proteggermi e nel suo tentativo di vendicare l’omicidio del padre uccide per errore il mio. Non riesco a gestire il rifiuto e la perdita, non posso. Canto canzoni amorose e distribuisco fiori, porto bellezza mentre vivo l’orrore. Un pettirosso mi ricorda il sacrificio e la passione di Cristo. Le margherite sono l’innocenza, le viole il mio amore non corrisposto, i papaveri il sonno mortale, l’ortica il dolore e il salice che mi ricorda l’abbandono amoroso.
«Dov’è la graziosa Maestà di Danimarca?
Come potremo il tuo amore fedele distinguere dagli altri?
Signora è morto!
Bianco il sudario come neve in monte, cosparso di bei fiori.
Non fu accompagnato alla tomba dal pianto,
rugiada di vero amore.
Domani è il giorno di San Valentino,
la mattina di buon’ora busserò alla tua finestra.
Lui si alzò, si vestì e fece entrare la fanciulla,
che fanciulla fuori più non uscì.
Il giovanotto se può lo fa, di chi è la colpa?
Dice lei,
prima di prendermi di sposarmi avevi detto;
dice lui,
ti sposavo, per il sole che splende, se non venivi a letto.»
(Amleto – Atto IV, scena V di William Shakespeare)
Rifiuto di dibattermi troppo a lungo tra i dubbi come ha fatto Amleto: scelgo subito di dormire. Eccomi, trasportata dall’acqua, in cui sono nata e in cui ho deciso di ritornare, per sempre. Nelle mie mani stringo ghirlande di fiori e nei capelli riflessi di sogni. Sono annegata nel dolore.
Ho parlato nei fiori, nei sospiri. Nessuno mi ha capito.
Federica Carteri
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Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

