Le dimenticate: Barbara Pym e il quieto riscatto delle “zitelle”

Barbara Pym
Rifiutata per quindici anni, l’autrice britannica fu riscoperta da Philip Larkin e Italo Calvino. Un’ironia leggera che non teme il silenzio.

La scrittrice britannica Barbara Pym fu letteralmente dimenticata dal pubblico e rifiutata dagli editori per oltre quindici anni. Questo avvenne nonostante la notorietà ottenuta a partire dal suo primo romanzo, Some Tame Gazelle, nel 1950.

Ma chi era Barbara Pym e perché le toccò in sorte la dimenticanza?

La vita e le opere iniziali

Nata il 2 giugno 1913 a Owestry, nello Shropshire, una contea al confine con il Galles, proveniva da una famiglia benestante: suo padre era avvocato e sua madre aveva origini alto-borghesi. Fu proprio sua madre, già nell’infanzia, a spronarla a scrivere.

Barbara si laureò in Lingua e Letteratura inglese a Oxford nel 1934. In seguito, prestò servizio nelle fila del Wrens (Women’s royal naval service) durante la Seconda guerra mondiale. A conflitto terminato, si dedicò al lavoro di ricercatrice a Londra, presso l’Istituto internazionale di cultura africana, e fu redattrice della rivista Africa. Da ogni sua esperienza trasse ispirazione per la scrittura.

Al primo romanzo seguirono: Excellent Women (1952), Jane and Prudence (1953), Less than Angels (1955), ritenuto il migliore, A glass of Blending (1958).

Il lungo silenzio editoriale

Poi, improvvisamente, il suo editore Jonathan Cape si rifiutò di pubblicarla, e come lui fecero anche altri. Per Barbara Pym cominciò un lungo periodo di silenzio, non privo di amarezza. Ciononostante, lei continuò a scrivere e a dedicarsi al suo lavoro londinese.

Che cosa le si rimproverava?

Negli anni ‘60 la sua prosa non attraeva più il pubblico. Era una prosa senza ribellismo e tragedia, priva di passioni forti e sesso esplicito.

Le “Excellent Women” di Barbara Pym

Le sue quiete protagoniste sono donne eccellenti, come suggerisce il titolo del suo romanzo più famoso, Excellent women (1952). Il primo tradotto in italiano nel 1985 con questo stesso titolo dalla casa editrice La Tartaruga.

Le protagoniste dei suoi libri vivono in camere d’affitto, lavorano come impiegate o bibliotecarie, non sono particolarmente belle  e sovente incuranti del loro aspetto. La loro quotidianità scorre tranquilla, senza scosse. E tuttavia nasconde nevrosi e rimpianti sublimati nella devozione, nell’impegno personale, oppure nelle buone maniere e nel pettegolezzo appena accennato. Coltivano interessi culturali in ambito accademico o si dedicano alla parrocchia. Sono donne che sanno vivere anche senza un uomo o un grande amore e anelano piuttosto ad affetti pacati con tipi apparentemente noiosi.

In sostanza, sono zitelle perché la parola single, con il significato rivendicativo di libertà, non è ancora di moda. Il  mondo di questa autrice riflette invece le ristrettezze del dopoguerra britannico, con il razionamento del cibo, le pesche di beneficenza, i garden party in quartieri londinesi ancora non completamente ristrutturati e pieni di macerie, o in villaggi che sembrano dipinti ad acquerello.

Non mancano le figure maschili: antropologi, colleghi, impiegati, insegnanti, vicini di casa, giovani parroci da sposare e alcuni uomini sono alquanto eccentrici. Non c’è tragedia o tempesta emotiva in questi romanzi e, quando è presente, semmai si stempera in innumerevoli tazze di tè e diventa commedia. Insomma, non accade nulla eppure tutto accade.

La riscoperta e il riscatto

Stile e contenuti concorrevano a fare di Barbara Pym una scrittrice anacronistica per gli anni ‘60 e ’70. Ma la notorietà le fu restituita dalla segnalazione delle sue opere da parte di intellettuali come Lord David Cecil e il poeta Philip Larkin, nel 1977.

La definirono l’autrice britannica più ingiustamente sottovalutata del secolo.

Così si riaprirono per lei le porte delle case editrici e furono ristampati i suoi romanzi precedenti. Anche in Italia ebbe estimatori tra cui Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che la fecero conoscere a Italo Calvino, il quale ne fu entusiasta. Anche nel nostro Paese poté infine essere tradotta e pubblicata negli anni ‘80.

Barbara poté aprire i suoi cassetti e dare vita ai manoscritti coperti dalla polvere, come Quartet in Autumn (1977) e The Sweet Dove died (1978).

L’eredità

Purtroppo, la sorte le riservava un’altra triste sorpresa: stroncata da un tumore, si spense l’11 gennaio 1980, non potendo godere a lungo della sopraggiunta popolarità. Toccò a sua sorella dare alle stampe la sua autobiografia A Very Pryvate eye, preziosa perché contiene i suoi diari e molti appunti.

L’ultimo romanzo, terminato poco prima di morire, A Few Green Leaves (1980) fu pubblicato prima di due testi scritti negli anni Quaranta, Crampton Hodnet (1985) e Civil to Strangers (1987). La sua amica e collega, nonché esecutrice testamentaria, Hazel Holt, ne scrisse la biografia, A lot to Ask: A Life of Barbara Pym.

Nello stile di Barbara si rintraccia l’influenza di letture sapienti, non per nulla è stata definita da più parti  “allieva” di Anton Čecov. Ma si può rilevare anche il ritmo narrativo di Thomas Mann, l’arguzia di Jane Austen e la capacità di incuriosire di Agatha Christie. Dai suoi dialoghi senza fronzoli sprizza un’ironia leggera, vicina al pubblico dei giorni nostri. Va detto che, a differenza delle scrittrici “dimenticateDorothy Whipple e Marghanita Lasky, di cui ci siamo già occupate, possiamo rintracciare  senza difficoltà molti suoi libri tradotti in italiano nei cataloghi delle edizioni Astoria e La Tartaruga.

E appassionatǝ alla sua prosa e alla sua figura di scrittrice,  possono informarsi, o iscriversi, alla Barbara Pym Society fondata nel 1986 al St Hilda’s College di Oxford, che ne mantiene viva la memoria e l’analisi dell’opera, con una rivista semestrale e un convegno annuale.

Laura Bertolotti

Foto in alto: Barbara Pym da Wikimedia

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