Cassandra, l’eco del presente è un estratto dall’atto unico teatrale “Inascoltate – L’intelligenza femminile che resiste al silenzio” di Federica Carteri.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.
Una parola che trema resta impigliata in un velo di silenzio che nessuno vuole scostare.
Cassandra guarda, dice, implora, ma il futuro le si appanna addosso, come respiro su vetro che non sarà mai specchio.
Io sono Cassandra. Vergine, profeta e prigioniera di guerra. Figlia della città sacra e delle sue rovine. Sono santa. E sono impura. Il mio corpo fu offerto al dio, ma la mia voce è solo mia.
Apollo mi sfiorò con dita di fuoco, mi riempì le labbra di luce e ombre, mi insegnò a vedere oltre il giorno e la notte, e mi chiese amore in cambio. Io, sacerdotessa, non potevo, non volevo essere sua sposa. Fui sapiente e fanciulla, fui voce e silenzio. Lo rifiutai. Non con l’urlo, ma con lo sguardo. E il dio mi condannò. Mi diede la verità, intera e limpida, e mi tolse il mondo. Mi diede la visione e mi tolse l’ascolto.
Io sono Cassandra. Posso dire tutto ma neppure uno crede, posso vedere e non salvare nessuno. Nemmeno me stessa.
Quando la mia città bruciò, io sapevo. Quando il cavallo d’inganno fu accolto, io urlavo. Quando i corpi cadevano uno sull’altro, io vedevo le madri perdere nome.
Mi presero. Come bottino, come premio, come oggetto. Io, figlia del re, condotta schiava sulla nave che odorava di ferro e ambizione. Ad Agamennone fui offerta come si dona un talismano prima di morire.
Sapevo. Sapevo del sangue nel talamo, del pugnale in attesa, del ritorno che è tomba. Sapevo che Clitemnestra, vestita di silenzio, avrebbe tagliato la storia con mani nude.
Io sono Cassandra. Canterò le nozze come lutto, danzerò sulla soglia tra la verità e la carne. Io griderò il mio canto senza spettatori. Mi credono folle, mi dicono posseduta. Non vedono che sono sveglia, che porto il futuro sulle spalle come un agnello insanguinato. Sarò uccisa. Lo so. E nessuno mi piangerà come regina, nessuno come amante.
Io sono Cassandra. Sono sposa ma non d’uomo, sono sposa della parola che non muore. Sono la voce che precede la rovina, sono il corpo che non si piega.
Io sono Cassandra. Con questo racconto vado nella morte.
Ecco dove accadde. Sono stata qui. Questa fortezza, una volta inespugnabile, ora è un cumulo di pietre, spianata da un nemico da tempo dimenticato e da secoli di sole, pioggia, vento. Fu l’ultima cosa che vidi. Immutato il cielo, un blocco d’azzurro intenso, alto, distante.
Vicine, oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino verso la porta dal cui fondo non fiotta più sangue.
Nelle tenebre. Nel macello. E sola. Con questo racconto vado nella morte.
Finora tutto ciò che mi è accaduto ha trovato la sua corrispondenza dentro di me. Questo è il segreto che mi attanaglia e mi sorregge, e non sono mai riuscita a parlarne con nessuno.
Solo qui, sul limite estremo della vita, posso nominarlo: poiché c’è qualcosa di ognuno dentro di me, non sono mai stata completamente di nessuno, e sono arrivata a comprendere persino l’odio che provavano per me. Io so.
Ma la mia bocca è una porta murata. Ogni volta che parlo, la mia voce si dissolve come polline nel vento. Io grido e il mondo tace. Io vedo e il mondo si benda.
Chi ascolta la veggente? Chi ascolta l’urlo che precede la tempesta?
Il futuro era scritto nel sangue ma nessuno ha letto.
Anche voi riderete di me? Anche voi volete la guerra?
Mi hanno dato la voce e mi hanno tolto l’ascolto. Mi hanno fatto profetessa ma non mi hanno voluto credere. Mi hanno lasciato intatta nel corpo perché fossi scherno, trofeo, eco chiusa in una gola che arde. Sono vergine, ma violata da ogni rifiuto. Sono prigioniera, eppure vedo ogni via di fuga che agli altri resta nascosta. Sono donna
e parlo con la voce dei giorni che ancora non sono.
Mi chiamano Cassandra ma ho mille nomi oggi.
«Sono l’attivista che urla prima che l’aria bruci, la scienziata che scrive l’ultima formula mentre il ghiaccio si scioglie. Sono il migrante che sa dove condurrà la rotta chiusa, la ragazza che denuncia prima che sia troppo tardi. Sono l’emarginato che legge i segni nei muri, la madre che sa che il figlio non tornerà.»
(Dal romanzo Cassandra di Christa Wolf)
Dico il futuro, non per dono, ma per ferita. E ogni ferita è una finestra che gli altri serrano in fretta. La mia condanna non è nel vedere, ma nel vedere da sola. Nel sapere, e sentire che nessuno vuole sapere. Nel gridare, e scoprire che il silenzio è più forte della verità. Sono il corpo della veggenza chiuso in una gabbia di marmo e sangue. Ma finché ho respiro, finché c’è una crepa nel cielo, finché una bocca pronuncia il mio nome con timore e con rabbia, continuerò a essere voce. Perché anche chi non viene ascoltato può diventare destino.
Federica Carteri
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Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

