Dalle divise ai test medici: lo sport è lo specchio di una società che si evolve, ma sempre troppo lentamente.
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Nello sport, come in tutti gli ambiti della vita pubblica e della socialità, al corpo della donna spetta sempre un posto particolare. La “bella presenza” richiesta negli annunci di lavoro, il commento fuori luogo che provoca risatine sotto i baffi anziché sdegno. Ma anche il colore troppo chiaro della divisa che si è costrette a indossare. O l’obbligo morale di essere magre per poter mettere in mostra parti di sé. Queste sono solo alcune delle situazioni che ogni donna è costretta ad affrontare quotidianamente. In un ambito come quello sportivo ci aspetteremmo di poter dimenticare tutto ciò che riguarda l’estetica perché ci si possa concentrare sulla prestazione, ma purtroppo per le atlete non è così.
La divisa femminile
Nel 2021 fece scalpore il rifiuto di alcune atlete di indossare la divisa fornita loro dalla società sportiva. Si trattava della nazionale femminile norvegese di beach handball. L’abbigliamento proposto per il torneo Euro 2021 era il solito bikini previsto per questo sport che le atlete hanno definito «imbarazzante.» La contrarietà nasceva anche dal fatto che ai colleghi maschi fosse sempre stato proposto un abbigliamento sicuramente più adatto a salti e tuffi sulla sabbia. Indossare dei pantaloncini consente di preoccuparsi solo della palla durante la partita e non della posizione di uno slip troppo esiguo per rimanere al suo posto. Le atlete furono sanzionate con una multa di 150 euro ciascuna per un totale di 1.500 euro ma diedero il via a una giusta battaglia contro l’esposizione forzata del corpo femminile nello sport.
Sul profilo Instagram della squadra si legge: «Siamo anche molto orgogliose di aver fatto una dichiarazione nella finale di bronzo giocando in pantaloncini anziché in bikini! Siamo sopraffatte dall’attenzione e dal supporto di tutto il mondo! Grazie mille a tutte le persone che ci sostengono e aiutano a diffondere il messaggio! Speriamo davvero che questo comporti un cambiamento di questa regola senza senso!»
Le Olimpiadi
Alle ultime Olimpiadi (Parigi 2024) agli atleti della squadra americana furono fornite diverse opzioni fra le quali poter scegliere liberamente cosa indossare. Alla presentazione della linea, però, Nike scelse di mostrare un manichino maschile in pantaloncini e maglietta e un manichino femminile in slip e reggiseno. L’episodio fu molto contestato perché venne considerato un chiaro riflesso del pensiero secondo il quale il corpo femminile possa (debba) essere mostrato con maggiore facilità. Le divise fornite vennero definite dalle atlete “troppo sgambate e succinte”: il fatto che non si sentissero a loro agio è più che sufficiente a ritenerle inadatte, al di là di qualsiasi opinione di chicchessia che non fosse chiamato a indossarle in mondovisione.
L’abito bianco
Nel calcio femminile l’abbigliamento è sempre stato simile a quello degli atleti uomini. Recentemente è stata però avanzata la richiesta alle società sportive di non prevedere nelle divise i pantaloncini bianchi. Questo semplice accorgimento permette alle atlete di sentirsi a proprio agio sul campo di gioco, spesso davanti alle telecamere, anche durante le mestruazioni. I pantaloni scuri evitano il rischio di mettere in evidenza eventuali macchie di sangue. Nel momento in cui scriviamo siamo ancora in attesa di una risposta; la nostra Nazionale femminile continua a giocare con i pantaloncini bianchi.
Sono già più avanti gli inglesi: perfino al torneo di Wimbledon, dove da sempre è obbligatorio per giocatori e giocatrici essere completamente vestiti di bianco, è permesso alle atlete indossare pantaloncini scuri sotto la gonna bianca se lo desiderano, proprio per ridurre il disagio nei giorni del ciclo.
Gli sport artistici
Nel pattinaggio artistico, sia esso su rotelle o su ghiaccio, le regole delle federazioni riguardo all’abbigliamento sono molto rigide. Le normative si occupano sostanzialmente di rendere sicura la performance per gli atleti ma anche di mantenere il decoro in gara. Se per gli atleti maschi viene specificato che sono obbligatorie le maniche lunghe e che non è permessa una scollatura profonda della camicia, per le atlete sono invece necessarie molte più restrizioni. Niente sgambature eccessive, niente sedere scoperto, limitare le zone effetto nudo, mantenere coperto il busto senza esporre fianchi o ombelico.
Ma ve lo immaginereste il partner maschile di una gara in coppia con i pantaloncini corti troppo sgambati che lasciano intravedere una parte delle natiche? No, vero? Infatti non c’è nemmeno bisogno di specificarlo nel regolamento. Il corpo dell’atleta femminile viene invece esposto ed esibito per convenzione, con la scusa che essere mezze nude renda i movimenti aggraziati più evidenti.
Il corpo dentro la divisa
Lo sfruttamento del corpo delle donne nello sport purtroppo va ben oltre i colori o le forme delle divise. Nadia Comăneci fu la prima atleta in assoluto ad avere un punteggio di 10 su 10 alle Olimpiadi. Era il 1976 e lei aveva solo quattordici anni. Rimarrà per sempre la più giovane atleta a essersi aggiudicata il titolo olimpico perché successivamente è stato imposto il limite minimo dei sedici anni per accedere alle competizioni. Nata e cresciuta in Romania, è stata allenata come ginnasta fin da piccolissima.
Dopo i suoi strepitosi successi internazionali divenne una celebrità nella sua patria, tanto che il dittatore Ceaușescu la invitò spesso a palazzo. Nadia venne usata come vanto propagandistico di regime ma la notorietà ebbe per lei un prezzo altissimo. Fu costretta a diventare l’amante del terzogenito del dittatore, l’alcolizzato Nicu Ceaușescu. Aveva quindici anni e dovette subire abusi fisici e sessuali per altri cinque prima di poter porre fine alla relazione che non aveva mai desiderato iniziare.
Oggi è una cittadina statunitense grazie a un visto per rifugiata politica che ottenne nel 1989 in seguito a una fuga rocambolesca dal regime che la soffocava.
Sempre sotto accusa
Quando una donna per un qualsiasi motivo finisce sotto i riflettori, c’è sempre chi inizia a fare domande inopportune. Lo stesso accade per le donne che hanno successo nello sport. Se viene considerata troppo bella si leggono articoli in cui ci si chiede se la tal atleta si sia rifatta il seno, il naso o gli zigomi. Oppure viene commentato che le sue gambe sono troppo lunghe, troppo corte o troppo diritte, che i suoi fianchi sono troppo stretti o troppo rotondi. Da lì a chiedersi se sia davvero una donna il passo è breve. Sì perché sembra difficile che una donna possa essere davvero brava nello sport. Talmente difficile da risultare inaccettabile: così l’atleta viene accusata di essere un uomo. Come potrebbe altrimenti spiegarsi tanta bravura?
Helen Stephens, nata a Fulton, Missouri, USA, il 3 febbraio 1918 era troppo veloce nella corsa per poter credere che fosse una donna. Fu la prima a essere sottoposta al sex testing, la verifica del “vero sesso”, un esame medico approfondito e denigrante. Nel 1966 l’esame diventa obbligatorio. Immaginate di essere in fila, in attesa che un medico sconosciuto si metta a frugare il vostro corpo per autorizzarvi a partecipare alla gara per cui vi siete preparate per anni, con la possibilità di venire “bocciata” per un dubbio qualsiasi. Negli anni seguenti la visita medica venne sostituita dall’esame dei cromosomi. Oggi, invece, viene fatto il test del testosterone, che in realtà non identifica il sesso e danneggia pesantemente le donne con un tasso naturalmente alto di testosterone, come se questo fosse una colpa.
Se vi sembrano cose del secolo scorso, è necessario ricordare Caster Semenya che nel 2009 ha subito lo stesso trattamento dopo un linciaggio mediatico, anche lei rea di essere troppo veloce. La commissione ha giudicato i suoi livelli di testosterone troppo alti per poter gareggiare con le donne: l’unica soluzione era un farmaco per abbassarlo. Dopo il ricorso al tribunale sportivo l’atleta si è rassegnata e ha accettato un trattamento medico invasivo sul suo corpo sano. Dichiarerà, in seguito: «Mi hanno fatto ammalare, mi hanno fatto ingrassare, avevo attacchi di panico, non sapevo se avrei avuto un infarto. È come pugnalarsi con un coltello ogni giorno. Ma non avevo scelta. Avevo diciotto anni, volevo correre, volevo arrivare alle Olimpiadi, era l’unica opzione per me.»
Se può essere giusto tutelare tutte le atlete garantendo una gara equa, è anche necessario trovare un sistema rispettoso del corpo delle donne e soprattutto non lesivo della loro salute. Se un naturale dosaggio più alto di testosterone può essere un vantaggio in gara, va considerato che molti altri attributi fisici possono esserlo e ognuno di loro è parte integrante del successo (o meno) di un atleta, che sia un maschio o una femmina. Non troverete nulla di simile nella storia dello sport maschile. Che le vittorie di un uomo siano dovute alla lunghezza fuori misura delle sue braccia o dei suoi piedi, alla sua statura o alla maggiore capacità polmonare non fa differenza: non si è mai pensato che degli attributi fisici potessero essere vantaggi sleali rispetto agli altri atleti. Nello sport nessun uomo è mai stato messo sotto esame – sotto accusa – per il suo genere.
Il corpo delle donne è sempre stato territorio di guerra. Vendute come mogli, sfruttate come forza lavoro, sottoposte a rigidi e degradanti controlli, sminuite da chi ha avuto il potere di prendersi i loro meriti. Quando un uomo, o la società, accampa diritti sul corpo delle donne spesso sembra normale, perché si è sempre fatto così. Questo è il primo scoglio da superare: abbandonare quel retaggio culturale che le disegna remissive e arrendevoli per conquistare lo spazio di movimento che dà voce ai loro diritti. Sembra davvero strano doverlo ribadire, ma le donne sono prima di tutto persone ed è il minimo pretendere che vengano trattate come tali.
Erna Corsi
Foto in alto: Caster Semenya
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