Non è questione di poter fare come gli uomini o meglio di loro, si tratta di raggiungere obiettivi che puntano alla propria realizzazione.
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«I’m not the next Usain Bolt or Michael Phelps. I’m the first Simone Biles», ovvero: «Io non sono la prossima Usain Bolt o Michael Phelps. Io sono la prima Simone Biles.» Questo dichiarava qualche anno fa la pluripremiata campionessa americana di ginnastica artistica. Ricordo che, quando lessi questa frase, rimasi ferma alcuni secondi, come quando ti colpisce una consapevolezza improvvisa.
In quel momento capii che ciò che muoveva Biles non era il desiderio di emulazione o di raggiungimento dei traguardi di un omologo uomo. Non era nemmeno l’accento d’orgoglio di voler dimostrare di farcela “anche” se donna. Era il desiderio di diventare l’atleta da battere, l’affermazione di sé al di là del sesso di appartenenza. In parole povere, la pura soddisfazione dell’individuo, quella che arriva dopo sacrifici, fatiche e difficoltà.
Sport e donne: un connubio difficile
Come sappiamo, lo sport è sempre stato appannaggio maschile, sia quello fatto che quello parlato. Alle donne poi fu concesso di praticare attività solo leggere, più femminili, perché si pensava che il fisico di una donna non potesse sopportare sforzi o fatiche. Era il 1967 quando Kathrine Virginia Switzer partecipò alla maratona di Boston destando scalpore. Ci furono più tentativi di interrompere la sua prova, ma Switzer terminò la corsa senza problemi, registrando anche un ottimo tempo.
Da allora le donne si sono affermate in molti altri sport dimostrando che non è una questione di X o Y, ma solo di passione, dedizione e impegno.
Mancanza di credibilità
Nonostante le donne si siano affermate come atlete di altissimo livello in tutte le discipline, rimane però sempre quell’alone sminuente ad avvolgere l’effettivo valore professionale raggiunto. È sotto gli occhi di tuttә come non sia dato loro abbastanza spazio sulla stampa o nelle tv. Qualche articolo a riconoscimento del risultato ottenuto e pochi secondi di servizi televisivi. Le testate sportive approfondiscono un po’ di più, ma il palloncino si sgonfia in fretta.
L’aspetto economico poi è tristemente noto, come sappiamo. Nel nostro sport nazionale, ovvero il calcio, gli atleti ricevono stipendi da capogiro, mentre nelle leghe femminili i compensi sono quasi a livello di volontariato. Eppure sono stati raggiunti risultati importanti; i recenti campionati europei hanno visto arrivare la nostra Nazionale a un passo dal sogno.
E questa diversità di attenzione si espande a tutti gli sport. I successi tennistici di Sara Errani e Jasmine Paolini agli Internazionali di tennis di Roma hanno risuonato meno di quelli di Jannik Sinner, addirittura la finale del doppio non è stata trasmessa dai canali Rai in chiaro. Come mai? Sarebbe stata una vittoria meno prestigiosa? Non direi, anche perché le finali femminili sono state vinte entrambe. Se già sport diversi dal calcio hanno normalmente poco seguito, quelli diversi e praticati da donne subiscono senza dubbio una doppia discriminazione.
Tutta questione di soldi
Ma perché le atlete sono poco seguite nonostante i grandi risultati ottenuti? Mi dispiace dirlo, ma è anche una questione di soldi. Nello sport bisogna investire e gli sponsor si muovono verso chi e cosa può dare loro profitto, al di là del prestigio. Così facendo si innesca però un circolo vizioso. Le donne non sono credute come sportive “di qualità”, gli sponsor non investono e lo sport fatto dalle donne continua a essere poco accessibile, poco presente, poco considerato.
C’è però una bellissima realtà nata in America dalla mente della chef Jenny Nguyen. Si tratta di The Sports Bra, un locale che trasmette esclusivamente sport praticati da donne. The Sports Bra si impegna attivamente per una maggiore accessibilità allo sport femminile e in poco tempo il successo si è moltiplicato diventando un franchising. Dal sito: «Stiamo costruendo una comunità che sostiene e incoraggia ragazze e donne, dentro e fuori dal campo. È un luogo in cui tutti si sentono accettatә e celebratә. Diamo il benvenuto anche aә bambinә, convintә che avvicinarlә allo sport femminile ispiri una comprensione precoce e un apprezzamento duraturo per l’equità nello sport e oltre.» C’è da augurarsi che questa filosofia pervada il globo e faccia da motore trainante per una visione dello sport finalmente più paritaria.
Un unico obiettivo: sé
Alla luce di questa disparità di trattamento negli sport, la frase di Simone Biles è ancora più potente. L’obiettivo delle atlete va al di là del prestigio, della fama, dell’acclamazione della folla. Il target è battere i propri limiti, raggiungere risultati eccellenti in quanto atlete. Non donne, non donne a paragone degli uomini: solo atlete. Persone che hanno accolto una passione e hanno potuto seguirla (cosa da non dare per scontata). Hanno battuto e abbattuto pregiudizi e si sono impegnate anima e corpo, letteralmente, per dire: «io sono!»
E lo fanno senza pensare alla fama, ai soldi, agli sponsor. Lo fanno perché c’è un fuoco che arde dentro di loro e le incoraggia a spingersi oltre i pregiudizi che, per fortuna, si stanno piano piano sgretolando. Ma per sgretolarsi hanno costante bisogno di prove. Le donne devono dimostrare con più forza di essere capaci, di valere. Ma non di valere come un uomo o come un’atleta donna, come atleta e basta.
Sogni, esempio e costanza
Chissà quante bambine avranno sognato e sogneranno di diventare eccellenze dello sport al femminile. Guarderanno le varie Simone Biles, Federica Pellegrini, Serena Williams, Beatrice Vio, Alice D’Amato, Paola Egonu, Caitlin Clark, Megan Rapinoe, Sarah Storey… e penseranno di voler essere come loro. Ma mi immagino la voce di Biles dire loro: «Non dovete essere le nuove noi, dovete essere le prime voi.» Perché nello sport, così come nella vita, bisogna essere sempre autentiche. Seguire esempi, certo, prendere spunti, poi però agire secondo indole e capacità propri.
Le donne, storicamente, hanno sempre faticato per affermarsi in qualsiasi cosa non fosse stato “pensato” per loro. Quindi questo non spaventa, probabilmente è un tratto genetico conservato in quella gambetta in più nel cromosoma. Tutto quello che serve è credere in se stesse e perseguire un obiettivo, anche e soprattutto senza aspettarsi ovazioni in cambio. Citando Ginger Rogers, un’altra donna che si è sempre dovuta confrontare con un uomo, in un certo senso anche le atlete donne «devono fare le stesse cose ma all’indietro e sui tacchi» per raggiungere, spesso, un minore riconoscimento. Allora è qui che entra in gioco l’obiettivo di perseguire risultati sportivi solo per se stesse. E magari per esser anche d’ispirazione a qualche bambina, un punto da cui cominciare per poi intraprendere un cammino che non ha bisogno di paragoni per essere di grande valore.
Serena Pisaneschi
Foto in alto: Simone Biles da oasport.it
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