Le atlete paralimpiche: forza, resilienza e ispirazione

Tatyana McFadden
Dall’impegno all’emancipazione: la vera forza non è nell’assenza di limiti, ma nel coraggio di superarli attraverso lo sport.

Dall’ottavo numero de L’Altro Femminile, donne oltre il consueto, scarica il PDF della rivista o sfogliala online.

Lo sport è da sempre uno strumento di inclusione, emancipazione e crescita personale. Molte atlete paralimpiche hanno iniziato un percorso sportivo come forma di riabilitazione o come mezzo per ritrovare la fiducia in se stesse dopo una malattia, un incidente o a causa di una disabilità dalla nascita. Per loro si è trattato di riscrivere la propria vita, di ritrovare uno scopo, ed è per questo che, in modo particolare, rappresentano forza di volontà, resilienza e capacità di superare i limiti imposti dalla propria condizione fisica e dalla società. Sì, perché queste donne non affrontano solo le sfide delle competizioni sportive, ma devono anche scontrarsi ogni giorno contro una società che tende a sottovalutare le capacità delle persone con disabilità e combattere contro gli stereotipi e i pregiudizi radicati nei confronti delle donne.

Le origini delle Paralimpiadi

Ludwig Guttmann, neurologo tedesco emigrato in Gran Bretagna per sfuggire alle persecuzioni naziste, introdusse lo sport nella riabilitazione dei soldati resi disabili dalla guerra e un suo collega, Antonio Maglio, portò in Italia le competizioni sportive dei disabili in occasione delle Olimpiadi di Roma: qualche anno dopo, queste gare vennero chiamate Primi giochi paralimpici. È il 1960 e vedono la luce le Paralimpiadi, così chiamate perché nascono come giochi paralleli a quelli Olimpici.

La prima edizione, che si svolse a Roma nel settembre del 1960, registrò la partecipazione di quasi quattrocento atleti provenienti da ventitré Paesi che si sfidarono in otto discipline diverse: biliardo, nuoto, atletica leggera, pallacanestro in carrozzina, tennis da tavolo, tiro con l’arco e tiro del dardo. In questa prima edizione, però, le discipline aperte alle donne furono solo cinque: atletica, nuoto, tiro con l’arco, tennis da tavolo e scherma. L’organizzazione non fu delle migliori: come ricordò Margaret Maughan, vincitrice della prima medaglia paralimpica per il Regno Unito, per accedere alle residenze gli atleti dovettero essere trasportati dai militari dell’Esercito Italiano, perché gli edifici avevano solo le scale. Comunque fu un inizio e, da allora, le atlete paralimpiche hanno portato avanti un cammino di impegno ed emancipazione, e hanno conquistato spazio, visibilità e diritti all’interno del difficile mondo dello sport.

Della prima edizione del 1960 ricordiamo, oltre a Maughan, l’italiana Maria Scutti, vincitrice di ben quindici medaglie, di cui dieci d’oro; ancora un’italiana, Anna Maria Toso (quattro medaglie); l’australiana Daphne Ceeney (sei medaglie); Margaret Harriman dalla Rhodesia (tre medaglie); infine, la tedesca Christa Welger, che a Roma fa sue otto medaglie.

Le Paralimpiadi oggi

Oggi le atlete paralimpiche si cimentano in un’ampia gamma di discipline, sicuramente molto più vasta di quella delle loro colleghe del 1960, che va dall’atletica leggera al nuoto, dal ciclismo al basket in carrozzina, dalla scherma al sitting volley. Nonostante i passi avanti compiuti rispetto all’inizio, il percorso delle atlete paralimpiche è ancora disseminato di pregiudizi, barriere architettoniche e di un’attenzione mediatica sicuramente non all’altezza del loro valore, spesso scarsa rispetto ai colleghi maschi o alle atlete normodotate; quindi il lavoro da compiere è ancora molto.

Tante di loro hanno saputo trasformare la propria condizione in un punto di forza, utilizzando la popolarità raggiunta per sensibilizzare l’opinione pubblica e per promuovere una cultura dello sport più inclusiva ed equa. Diverse atlete sono diventate ambasciatrici per i diritti delle persone con disabilità, portando la loro voce e testimonianza nelle scuole, nei media e nelle istituzioni internazionali. È il caso di Bebe Vio, schermitrice italiana, uno dei nomi più celebri degli ultimi anni per passione e determinazione. La sua forza nella rinascita dopo una grave malattia è stata ed è un esempio e un incitamento, oltre che per altre atlete con disabilità, anche per tutti noi.

Rimanendo in Italia, non possiamo non ricordare la grande impresa di tre azzurre alle Paralimpiadi di Tokyo 2020, che hanno conquistato rispettivamente l’oro, l’argento e il bronzo nei 100 metri piani: Ambra Sabatini (che ha stabilito anche il nuovo record mondiale in questa disciplina), Martina Caironi e Monica Contrafatto. Qui, l’emozionante finale in cui “l’onda azzurra” taglia il traguardo.

Negli Stati Uniti troviamo Tatyana McFadden, l’atleta americana con più podi in assoluto nell’atletica leggera. «Il mio superpotere è la forza: sono una donna forte. La mia motivazione è quella di cambiare lo sport per renderlo più inclusivo, più equo e più accessibile per le persone con disabilità che vogliono partecipare ai giochi o ai programmi giovanili, o che vogliono semplicemente fare sport» afferma. Tatyana fa parte dell’Athlete Think Tank di Nike e, nell’ambito di questa iniziativa, ha aiutato il brand a sostenere e promuovere lo sport al femminile, in modo che sia più accessibile a tutte. «Il migliore consiglio che posso dare alla nuova generazione è che nella vita non conta ciò che non abbiamo, ma quanto riusciamo a fare con i doni che abbiamo ricevuto.»

Queste donne, insieme a tutte le loro colleghe atlete paralimpiche, ci mostrano che la disabilità non è un ostacolo insormontabile, ma una condizione che può essere valorizzata e vissuta con orgoglio attraverso lo sport. Non sono solo atlete, perché le loro imprese e storie vanno ben oltre il risultato sportivo. L’impatto che hanno sulla società è molto profondo: contribuiscono a cambiare la percezione della disabilità, a far riflettere su temi come l’inclusione, la parità di genere e la valorizzazione delle differenze.

Attraverso il loro esempio, molte giovani ricevono il messaggio che nulla è impossibile, e che la determinazione può portare a risultati straordinari. Uno degli insegnamenti più importanti che queste atlete ci trasmettono è che la vera forza non risiede nell’assenza di limiti, ma nella capacità di affrontarli e superarli con creatività, coraggio e spirito di squadra. Ogni essere umano ha il diritto di esprimere il proprio talento e di inseguire i propri sogni e i loro successi sono la dimostrazione che nulla è precluso a chi crede davvero in se stesso e nella forza dell’impegno.

Paola Gradi

Foto in alto: Tatyana McFadden

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *