Squadra: sostantivo femminile… plurale

Squadra
Oltre gli stereotipi: la forza della collaborazione e della comunità, per riscrivere le regole del gioco consuccessi storici.

Dall’ottavo numero de L’Altro Femminile, donne oltre il consueto, scarica il PDF della rivista o sfogliala online.

Il cammino delle donne nello sport ha raggiunto risultati importanti. Negli ultimi anni si è assistito a un’accelerazione grazie all’adozione, da parte di molte federazioni, di codici etici che favoriscono l’inclusione femminile e promuovono l’attività fisica di bambine e ragazze con strumenti concreti.

Di questo miglioramento è conferma il grande seguito di pubblico, presente e televisivo, riservato ai recenti campionati internazionali di pallavolo e calcio. Da un lato la Volley Nations League vinta dalle giocatrici italiane e finita brevemente sulla prima pagina dei giornali- Dall’altro i quasi settecentomila spettatori di UEFA Women’s Euro 2025, gli europei di calcio femminile dove hanno trionfato le Leonesse dell’Inghilterra.

Una storia di esclusione

Per lunghi anni, le donne sono state emarginate o escluse dall’attività sportiva, vista come un pericolo per la loro fisiologia fragile e – non dimentichiamolo – votata alla maternità. Sudare, correre, fare fatica erano occupazioni da maschi, disdicevoli per chi veniva considerata una bambolina da salotto. Le donne hanno lottato per affrancarsi e va detto che di strada se n’è fatta. A inizio ‘900 fu loro permesso di partecipare alle Olimpiadi, seppur fuori gara, mentre con Parigi 2024 si è raggiunta la quasi totale parità di genere e la presenza di donne in tutte le discipline.

Molto nota è la storia di Kathy Switzer, prima donna in una maratona (Boston, 1967) e la foto emblematica di un direttore di gara che cerca di spostarla dalla strada. Forse meno quella della “nostra” Trebisonda Valla, detta Ondina, la prima donna italiana a conquistare l’oro olimpico nella corsa a ostacoli (Berlino, 1936). Prima del successo aveva dovuto rinunciare ai giochi di Los Angeles, incapace di contrastare le pressioni del Vaticano, ostile allo sport femminile, e della stessa madre, che riteneva indecoroso vederla “correre svestita”.

Esempi virtuosi

In Italia sono numerosi gli esempi virtuosi di ragazze che hanno sfidato il pregiudizio. Il primato nel salto in alto di Sara Simeoni ha resistito per trentasei anni e Simeoni vinse anche l’oro olimpico (Mosca, 1980). Eppure era “sgraziata, poco femminile, con quelle gambe tanto lunghe” solo per parafrasare i titoli dell’epoca. Ai giorni nostri, Federica Pellegrini, la più giovane atleta italiana a salire su un podio olimpico (Atene, 2004) e prima medaglia d’oro italiana nel nuoto (Pechino, 2008); o Tania Cagnotto, la tuffatrice italiana più forte di sempre.

Ce ne sono tante e in tutti gli sport: Valentina Vezzali, l’atleta del fioretto che ha conquistato più medaglie d’oro in assoluto (9 medaglie olimpiche e 24 titoli ai Mondiali), Federica Brignone nello slalom gigante, Flavia Pennetta nel tennis o Carolina Kostner nel pattinaggio artistico. Solo le esigenze di redazione fermano questo elenco di donne vittoriose, a cui si affiancano altre ancora acerbe.

Non è forse un caso che la lista comprenda molte donne impegnate in sport individuali.

Donna uguale danno

Nei decenni, si possono dire superati i pregiudizi sul fisico differente, adattando gli sport alle diverse capacità delle donne in termini di forza, esplosività, dimensioni biometriche. Un ulteriore ostacolo, non ancora completamente rimosso, riguarda la sfera psicologica. Il paradigma per cui le donne sono emotive, pronte a scatti d’ira e gelosia, incapaci di fare gioco di squadra. È lecito immaginare che a sputare tanto amara sentenza sia stato un uomo, in fondo anche nello sport comandano i maschi. Un sondaggio Censis del 2024 evidenzia come in Italia le allenatrici siano circa il 20% (perlopiù negli sport a prevalenza femminile) e le dirigenti di società sportive solo il 15%. Tra le organizzazioni di indirizzo sportivo riconosciute dal Coni, due su settantasette hanno una presidente donna.

La bassa rappresentanza ha un impatto sulle politiche sportive che faticano a operare scelte mirate allo sviluppo dello sport femminile, specie di squadra. Basti pensare alla mancanza di dati sulla performance femminile, come risposta agli stimoli e ai carichi o l’incidenza a certi infortuni. Elementi che solo recentemente vengono degnati di maggior attenzione, anche se gli studi sono ancora pochi: solo il 5% di tutti i paper che trattano metodi e strategie di allenamento lo fanno al femminile.

Qualcosa è cambiato

Negli ultimi decenni, la partecipazione delle donne è in continuo aumento ma la distanza dai maschi è ancora grande. Secondo un rapporto Istat del 2024, in Italia mediamente il 24% delle femmine pratica sport in modo stabile, contro il 33% tra gli uomini. Sostanziali le differenze tra il 34% del Nordest e il 17% del Meridione, dove persiste una minore libertà di espressione individuale, nello sport come in altri ambiti. Lo sport dovrebbe essere veicolo di inclusione, benessere, equità; dovrebbe dare l’esempio nelle pari opportunità. E invece, le atlete guadagnano meno, hanno meno visibilità mediatica, meno accesso a strutture e gare, e devono lottare per avere pari dignità. Subiscono e, a dispetto di tutto, vincono.

Prendiamo di nuovo l’Europeo di calcio: nel 2022 la nostra nazionale femminile ha raggiunto i quarti, perdendo contro l’Olanda, mentre quest’estate è arrivata fino alla semifinale, esclusa da un rigore assegnato all’Inghilterra nei supplementari. I ricchissimi calciatori italiani hanno inanellato una serie di fallimenti, con l’ultima qualificazione mondiale nel 2014 e l’ultima semifinale in un Europeo nel 2020 (fuori contro la Spagna). Chissà come mai queste donne, così “emotive e litigiose” riescono a far tanto bene negli sport di squadra. Ci illumina il selezionatore, Andrea Soncin, la cui frase declinata al femminile («siamo state sconfitte dopo 120 minuti di gioco ad alto livello») potrebbe riscrivere la storia dello sport.

Aggiunge poi di non avere «la minima intenzione di tornare agli uomini. I rapporti che si creano con un gruppo di ragazze sono impagabili. Ci sono ancora tanti pregiudizi. C’è ignoranza, di solito chi giudica non ha mai visto una partita. Spero che i nostri risultati permettano alle persone di osservare con più attenzione, comprendere e conoscere. È importante aver riacceso i riflettori sul movimento.» Nella Nazionale di Soncin ci si allena con la musica in sottofondo, un’abitudine andata persa nel calcio maschile, sempre più finto e frustrato.

È uno sport uguale, giocato in modo diverso

In risposta al declino del “suo” sport, l’homo italicus trae una sorta di vendetta nel denigrare quello “delle donne”. I commenti sono spietati: il calcio femminile sarebbe inguardabile, lento, pieno di errori. Un esercizio sciocco e inutile, aspettarsi uguale risultato da due diverse basi fisiologiche di partenza. Forse basterebbe provare a guardare lo stesso sport con occhi diversi, se praticato da una donna, come una disciplina affascinante a modo suo. Le differenze arricchiscono lo sport: dove le donne peccano in precisione del passaggio, compensano con geometrie molto più ricche di scambi; se una femmina ha minor potenza di tiro, sviluppa il lato tecnico.

E i numerosi golazos di Euro24, tra cui quelli della nostra Cristiana Girelli, ne sono dimostrazione pratica. A supporto viene l’esperimento di un blog sportivo. I protagonisti di una ventina di bellissime azioni sono stati oscurati, per capire se gli spettatori (maschi) potessero distinguerne il genere. Alla domanda «indovina di chi è questo goal», tutti hanno dato nomi maschili, nonostante molte fossero le marcatrici donne. Gli esiti alla domanda delle seconda tornata, «quali sono calciatori e quali calciatrici», hanno creato confusione. Le differenze non ci sono, almeno in assenza di pregiudizio.

La pallavolo

Julio Velasco, allenatore della nazionale di pallavolo femminile e, prima, maschile, sembra essere nelle migliori condizioni per spiegare le differenze vere e immaginate tra i due contesti. Riconosce alle donne una minor autostima e che «hanno il terrore di sbagliare, perché per millenni hanno pagato gli errori con le botte degli uomini.» In compenso, le ragazze hanno uno spirito di comunità spiccato. Infatti si aiutano a vicenda molto più dei colleghi maschi, dove tendono a prevalere individualismo e protagonismo.

Della sua nazionale, che nei mesi scorsi ha vinto la Volley Nations League e i Mondiali, dice che «il gruppo è concentrato sui suoi obiettivi, hanno sempre lavorato duramente. Così si è costruita una mentalità vincente, ma soprattutto si è migliorato. Perché sia la mentalità vincente che lo spirito di gruppo non bastano se non sono prodotto di un lavoro tecnico, di tattica di squadra e di singoli ruoli.»

Sempre in pieno stile Velasco, il tecnico sottolinea come le giocatrici siano «riuscite a vincere grazie anche al contributo fondamentale di quelle entrate dalla panchina. Sono davvero orgoglioso di questo gruppo.» Un allenatore, e in genere un leader, non fa nulla; deve convincere gli altri a fare. Velasco ci riesce «con l’empatia. Devi capire che l’altro è altro, è diverso da te, e motivarlo con la sua motivazione, non con la tua. Devi fare un po’ come Socrate, che con le domande faceva ragionare, guidava.»

E forse, con le ragazze, stabilire questa connessione è perfino facile.

Barbara Salazer

Foto in alto: la nazionale italiana di pallavolo da lastampa.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *