Elena Del Fante ci parla della Video Game Terapy® come risorsa terapeutica

Video Game Terapy®
E se i videogiochi si potessero usare come terapia cognitiva e psicologica? La dottoressa Del Fante ce ne illustra le potenzialità.

Tempo fa, mentre facevo spese nella mia cartoleria di fiducia, ho visto una locandina in cui si accennava ai videogiochi come terapia. Molto incuriosita, avendo in casa un preadolescente amante della tecnologia, ho subito cercato informazioni. La dottoressa Elena Del Fante, fondatrice di Play Better, ha accettato di incontrarmi accogliendomi nel suo studio e aprendomi gli occhi su una realtà che non conoscevo e che ha davvero potenzialità enormi.

Ci parli di lei.

«Sono una psicologa digitale e del gaming, Videogame Therapist ed esperta nella ricerca neuroscientifica per lo sviluppo di training e videogiochi come training per il potenziamento cognitivo. Mi sono laureata a Torino, dove ho lavorato come ricercatrice nel campo del potenziamento cognitivo attraverso l’utilizzo dei dei videogiochi. Il mio lavoro comprende sia l’utilizzo di videogiochi commerciali per il benessere mentale, ovvero quelli che vediamo negli scaffali dei negozi, sia nella consulenza con le aziende per lo sviluppo di videogiochi ad hoc per il potenziamento o la riabilitazione cognitiva. In questo caso il target era più specifico per pazienti affetti per esempio da Morbo di Alzheimer, problemi dovuti a patologie neuro degenerative o per il normale declino cognitivo. Questi percorsi di riabilitazione si applicano nell’ambito ospedaliero.»

Cos’è e come nasce Play Better?

«Play Better è un’associazione del terzo settore nata da psicologi e psicologhe, ricercatori e ricercatrici, e in generale persone che hanno sicuramente una passione per le nuove tecnologie, ma che sono specializzate nell’utilizzo di queste nuove tecnologie, in particolare videogiochi commerciali, per il benessere psicologico. Nasce dall’incontro mio e di Francesco Bocci, psicologo e psicoterapeuta, che ha fondato l’approccio psicologico della Video Game Terapy®. Tra i servizi che proponiamo ci sono anche laboratori volti a lavorare sugli aspetti emotivi oltre che cognitivi (Media EducationSkill Training), e soprattutto per migliorare l’educazione in ambito digitale, sia per giovani, che per genitori e genitori e figli insieme.»

Perché proprio i videogiochi?

«I videogiochi ci offrono ambienti sicuri e coinvolgenti in cui esplorare dimensioni e situazioni differenti, dove è possibile imparare facendo in modo implicito, cioè senza averne piena consapevolezza. Nel gioco, dunque anche nel videogioco, si riflettono i nostri desideri, i nostri vissuti e, di fatto, la nostra personalità. Francesco Bocci ha visto nel videogioco commerciale la potenzialità di lavorare su una dimensione un po’ più nascosta di noi stessi, facendo entrare il videogioco nella seduta del terapeuta.»

Ci può fare un esempio dell’utilizzo di questa terapia?

«Nella pratica lavorativa le aziende utilizzano il videogioco per affiancare unə psicologə del lavoro, di una risorsa umana, per creare un profilo della persona esaminata. In base a come ti comporti nel videogioco, a quali azioni scegli di fare, si può effettivamente avere un quadro, scoprire una personalità estroversa o introversa. Se ci pensiamo, in ambito lavorativo, per le risorse umane è importante sapere se quella persona che verrà assunta è produttiva in un lavoro di squadra o se invece è più efficiente lavorando da solə.

L’aspetto peculiare della Video Game Terapy® è che non ha a che fare con il mondo delle aziende e del lavoro, ma è un’integrazione aggiuntiva al lavoro dellə psicoterapeuta vero e proprio. Io dico sempre che Bocci ha portato, al posto del lettino, il videogioco.»

A livello terapeutico come può essere usata la Video Game Terapy®?

«Il videogioco può essere usato sia nella dimensione più emotiva che nella dimensione cognitiva. Partendo dalla dimensione cognitiva, è noto in letteratura scientifica quanto il videogioco sia in grado di migliorare le nostre abilità cognitive, quindi memoria, attenzione, problem solving ecc. Sono abilità che diamo per scontate ma le posso dire che, avendo avuto molto a che fare con la senescenza, non sono così semplici. Il videogioco permette di stimolare le aree celebrali sottese a quelle funzioni e questo si traduce col miglioramento dell’abilità. In questo caso parliamo di Skill Training e viene facile capire come possa essere applicato in tanti altri ambiti, tipo aziende, sport e quant’altro.»

Play Better

Per quanto riguarda la parte emotiva, invece?

«Certamente la parte emotiva è più viscerale e istintiva, ha a che fare con le emozioni, ma c’è una stretta connessione con la parte cognitiva, in gergo parliamo di controllo Top Down. Quindi, in realtà, quando noi lavoriamo con le emozioni di una persona lavoriamo anche con la parte cognitiva, ovvero vediamo quanto i pensieri influenzino quello che prova e viceversa.

Fatta questa premessa, i videogiochi hanno storie, colori, personaggi, dinamiche ecc. che in noi possono far risuonare qualcosa. Magari qualcosa di nascosto, che non sapevamo nemmeno di volere, di desiderare, di coltivare. Ogni cosa che ci attira nella vita ha un suo significato e in terapia noi lavoriamo molto su questo significato. Se ci pensiamo, ogni persona, a uno stesso evento, reagisce in modo diverso perché il significato che attribuisce a quell’evento differisce, oltre al fatto che cambiano le risorse interne.

Il videogioco permette di lavorare su questi aspetti, a volte anche più latenti. “Banalmente” ci sono videogiochi in cui si parla di lutto, di depressione, di separazione in qualsiasi senso, di desideri mai coltivati, e questo richiama tutta una parte più infantile. Il terapeuta può utilizzare il videogioco come uno strumento che gli fornisce l’imprinting per capire su cosa lavorare.»

All’atto pratico, come viene utilizzato il videogioco?

«Facciamo giocare il paziente dieci minuti a una sessione e il paziente ci riferisce che qualcosa che ha vissuto in quei minuti gli ha dato fastidio, paura, gioia ecc. e quindi diventa un punto d’inizio.

Allo stesso tempo il videogioco può diventare un attivatore perché permette di entrare in uno stato di assorbimento, conosciuto come stato di Flow, tale che poi siamo più inclini a lavorare su tanti aspetti personali. Entriamo proprio in una dimensione che viene chiamata di benessere, perché non dipende da qualcosa di esterno, è un senso di gratificazione ma che ha a che fare con l’apprendimento. In poche parole il videogioco è uno strumento che ci dà su cosa lavorare e allo stesso tempo mette il paziente in una situazione in cui è più predisposto a lavorare.»

Ci sono dei giochi più adatti di altri per la terapia?

«Dipende da cosa vuole il paziente, dalla sua disponibilità e da quali sono gli obiettivi della terapia. Il primo passo però è lavorare sulla compliance terapeutica, ovvero instaurare un’alleanza, un clima di fiducia.

La letteratura scientifica ha dimostrato che i videogiochi d’azione, i famosi sparatutto, sono i migliori. È intuitivo capire che questi videogiochi molto dinamici aumentino l’attenzione, la percezione ecc, invece è meno intuitivo capire che possono aiutare un DSA a leggere meglio, per esempio. Aiutano proprio perché stimolano le aree celebrali che vanno a sorreggere tutta la capacità di lettura, scrittura, calcolo ecc. quindi a migliorare l’apprendimento delle persone con DSA. Poi per i videogiochi esiste un sistema di classificazione per categorie di età e descrizione contenuto (PEGI), è chiaro che non farei mai giocare un dodicenne a un gioco PEGI +18.

Ci sono altri ambiti in cui si può applicare la Video Game Terapy®?

«Nello sport. Nell’ambito professionale ci sono già le figure come lo psicologo dello sport, che si occupa di migliorare le performance sia dal punto di vista clinico che del miglioramento delle abilità. In tal senso il videogioco e la realtà virtuale, come facciamo noi in Play Better, possono essere strumenti per migliorare le prestazioni. Inoltre, l’ambiente virtuale è un ambiente sicuro perché si possono sperimentare azioni senza avere conseguenze fisiche.

Per esempio in GTA5 io posso provare l’emozione di andare contro le regole e sentire cosa può provocare in me. In questo senso il videogioco mi permette di mettermi alla prova con emozioni come paura o rabbia ma in un ambiente di sicurezza, dove posso provare a buttarmi un po’ di più. Nello sport questo serve per isolare le abilità su cui voglio allenarmi. Per esempio, come Play Better lavoriamo con i club di scherma, stiamo provando a fare dei training di realtà virtuale sia per migliorare l’attenzione, in termini di Reaction-Time, ovvero tempi di reazione, ma anche sulla lettura delle intenzioni dell’avversario dal movimento del corpo.

Quando si parla di sport si parla anche di e-sport. Qui il videogioco diventa agonismo, lavoro effettivo, per cui è necessario allenarsi, migliorare le performance per ottenere risultati e vincere tornei. Utilizzare uno strumento che è diverso da quello che usa il cyber atleta potrebbe tornare utile per affinare le abilità, premesso sempre che, nell’ambito dell’e-sport, si associa sempre un’attività sportiva tradizionale.»

Video Game Terapy
Super Mario, il famoso eroe della Nintendo

E i genitori come sono come accolgono queste terapie con i videogiochi?

«Facciamo un passo indietro prima di entrare in un discorso terapeutico. In generale il videogioco non è accolto ancora oggi benissimo, nonostante si parli frequentemente dei benefici. Quando io mi trovo a fare eventi di divulgazione e parlo di questi benefici in realtà non è niente di nuovo in campo accademico, è una novità per la cultura popolare.

Le preoccupazioni dei genitori sono legittime, perché, non conoscendo la materia, vedono il figlio o la figlia catturati dai videogiochi, come se avessero il cervello spento, che si isola e non riesce a staccarsi. Invece la mente di quella persona è concentrata su altro, immersa, non ha spento il cervello, è acceso e completamente assorta da quell’attività. Per cui il primo passo è fare dialogare due generazioni diverse e far capire che le tecnologie sono parte integrante della quotidianità, che non sono perdita di tempo.

Il secondo passo, e più importante, riguarda il capire che c’è tempo e spazio per ogni cosa, e questo passo lo devono fare i figli e le figlie guidati dall’educazione anche dei genitori. Il fatto che i videogiochi, oggi, siano più “mobile”, purtroppo dà loro l’occasione di averli sempre a portata di mano, invece dovrebbero capire che esistono buone norme sociali alle quali attenersi.

Devo anche dire che, a volte, sono i genitori stessi che usano la tecnologia per farlə stare tranquillə, contravvenendo quelle stesse norme sociali. È anche una cosa comprensibile, se vogliamo, ma in quel caso è bene dare supporto e regole e magari, invece di usare qualcosa di passivo, è meglio proporre un gioco attivo in ragione di tutti i vantaggi cognitivi dei quali ho parlato poco fa.

È fondamentale non iniziare una guerra di comunicazione con ə figlə, perché solo con l’affiancamento consapevole si può costruire un dialogo. È importante capire che il videogioco è parte integrante, fondamentale, delle loro vite, non va condannato a priori, al contrario è uno strumento per avvicinarlə e conoscerlə meglio.»

Serena Pisaneschi

Foto in alto: Elena Del Fante

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