Le donne si mettono da parte da sempre, ma è giunto il momento di smetterla

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È indubbio che le qualità delle donne siano tante e valide, ma continuano a rimanere inespresse per sacrificio o mancanza di fiducia.

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa citazione di Ferzan Özpetek, famoso regista e scrittore turco: «La donna, se vuole, riesce a far stare tanti mobili in una stanza minuscola, marmellate di tutti i colori in barattoli piccolissimi, il mare dentro un bicchiere da acqua, una farmacia, una bigiotteria, le foto di famiglia dentro una borsa da polso. Fa stare la notte dentro la sua anima, un ricordo nel suo vestito, i suoi singhiozzi dentro una canzone, la lussuria in uno sguardo, la compassione in un tocco. L’indifferenza nei suoi passi, l’irresistibilità nelle curve delle labbra, la memorabilità in un sorriso. La sua mestizia in una sigaretta, i suoi segreti dentro un caffè, le sue grida in un silenzio. Un uomo nel suo cuore e nel suo letto per tutta una vita, un figlio nel grembo e nella sua vita. La donna, se vuole, riesce a fare spazio a tutto ma chissà perché non riesce a far spazio a se stessa, non si riesce farla stare in questo enorme mondo.»

Le parole di Özpetek mi hanno dato molto da pensare. Da sempre noi donne siamo abituate a trovare soluzioni da sole. Far fronte a inconvenienti e problemi, ingegnarsi, risolvere. Non c’è borsa di donna che non abbia dentro quasi ogni cosa, le borse delle mamme poi sono qualcosa di miracoloso che Mary Poppins non ci hai insegnato nulla, semmai il contrario. Ma le frasi di Özpetek vanno oltre le questioni pratiche, parlano della capacità tutta femminile di adeguarsi, anzi modellarsi, al cospetto della vita. Il peso di dover sottostare a determinate rigidità sociali – molto di più nel passato, ma non ne siamo ancora fuori – ha fatto sì che le donne dovessero (mal) celare se stesse per mantenere una certa immagine. Dico male perché alla fine la nostra natura emotiva, vista da molti come debolezza, è il vero motore che spinge l’umanità. A noi, teneri, delicati e fragili esserini, è permesso di essere sentimentali, frignone, isteriche. È il ciclo, sono gli ormoni, è la stanchezza… No, carə lettorə, è semplicemente il dare voce alla parte più sensibile di sé. Gli uomini negano da sempre questa loro parte femminile (perché c’è in ognuno di loro, ma ascoltarla è vergogna) mentre noi ne abbiamo fatta arma e bandiera. Solo che è vista come una debolezza e ci condanna di fatto a non essere prese sul serio. «Cosa sarebbe successo se le donne, così emotive, avessero avuto potere politico nella storia?» A questa domanda purtroppo non possiamo rispondere, ma ho il forte sospetto che ci saremmo risparmiati qualche guerra. Il vivere e sviscerare i sentimenti è visto come un difetto, qualcosa che non ci rende affidabili. Io, invece, sono convinta che sia un valore aggiunto, il modo per riuscire a vedere le cose da molti punti di vista e poter prendere decisioni diverse, non so se migliori, ma probabilmente più costruttive.

L’ultima frase della citazione, poi, ha sottolineato ancora una volta una consapevolezza che vivo sulla mia pelle. Da quando sono nata ho ricoperto un ruolo. Figlia, studentessa, fidanzata, moglie, impiegata, madre. Alcuni ruoli sono finiti e altri non finiranno mai. Sta di fatto, però, che io sono altro, molto altro. Recentemente mi è stato chiesto se avessi voluto altri figli e la mia risposta è stata un secco no. «Ma dai, sei giovane, adesso i figli si fanno anche ben oltre i quaranta.» È tutto verissimo ma, tralasciando l’aspetto medico (che non è affatto marginale), io, poi, con una nuova gravidanza, quando sarei stata libera di vivermi appieno? Gratificarmi, realizzarmi, darmi spazio? Certo, l’dea romantica di avere un altro figlio non posso negare di averla avuta, dopotutto sono emotiva, no? Poi però è salito prepotente il pensiero che, almeno per vent’anni dall’arrivo dell’ipotetiə nasciturə, io avrei dovuto ancora mettermi da parte. Sì, perché le donne si mettono da parte, da sempre. Non si fanno spazio, esattamente come dice Özpetek. È sbagliatissimo il concetto della donna che si deve sacrificare in nome di altro, che siano i figli, la famiglia, le aspettative altrui. Perché non possiamo essere libere di costruirci a un’immagine e una somiglianza che sia solo nostra, decisa da noi? Come ho detto poc’anzi, le donne ricoprono tanti ruoli nella vita, ma quasi mai quello di protagonista. E il paradosso è che la vita è la loro, non quella degli altri. Si riesce a cogliere il danno? L’ingiustizia? Potrei fare decine di esempi, ma sono certa che ognunə, se ci riflette bene, che sia uomo o donna, ne troverà da sé.

Le donne hanno innumerevoli qualità pratiche. Sono operose, dinamiche e il problem solving è quasi parte del loro DNA. Queste qualità vengono loro attribuite senza problemi, ma rimangono circoscritte nell’ambito familiare. Rari sono gli ambienti che le vedono protagoniste ai gradini più alti, eppure, per natura, hanno le carte più che in regola per ricoprire posti di potere e prestigio. Certo, c’è la donna che si vede realizzata a fare la massaia, ma c’è anche quella che vorrebbe altro e non riesce a ottenerlo. Quindi, carə tuttə che lodate con tanto trasporto le capacità delle donne in ambito casalingo, cominciate anche a crederle capaci nei campi che finora sono stati loro preclusi. Potrete meravigliarvi dell’apporto e della competenza, del punto di vista diverso e dei talenti inespressi. Perché anche le donne hanno sogni nel cassetto e fidatevi se vi dico che non sono quelli che vengono affibbiati loro.

Serena Pisaneschi

Foto in alto: di Gerd Altmann su Pixabay

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