Unorthodox, quando il bisogno di rinascere è più forte della famiglia

unorthodox
La lotta per l’autodeterminazione di una giovane donna in cerca della libertà che fugge da una dimensione umana che la imprigiona vietandole di essere se stessa.

Esther Shapiro ha diciannove anni, vive nel quartiere di Williamsburg (Brooklyn) in una comunità ultra-ortodossa chassidica e vuole scappare dalla sua vita. Si è sposata con Yanky grazie a un matrimonio combinato, ma quella che a lei era sembrata un’occasione per un cambiamento (il matrimonio) si è rivelata una prigione ancora più asfissiante.

Unothodox, una miniserie Netflix in quattro puntate tutta al femminile. Tratta dall’autobiografia di Deborah Feldmand, ideata da Anna Winger e Alexa Karolinski e per la regia di Maria Schrader, ci racconta di questa ragazza diversa dalle altre donne della comunità, cresciuta nelle stesse ristrettezze di diritti e sommersa dai medesimi doveri,  ma che, nonostante ci provi, non riesce a piegarsi al volere della tradizione. Ha un’anima ribelle, lo dice anche al futuro marito il giorno in cui si sono brevemente incontrati prima del matrimonio. «Sono diversa dalle altre ragazze» gli dice, e lui risponde che «la diversità è bella» ma in realtà non si dimostrerà così comprensivo.

La ragione dell’infelicità di Esty sta tutta rinchiusa nelle ferrea educazione, nei limiti e nel ruolo imposto che, come donna, ha all’interno della sua comunità. Non ha potuto studiare oltre i diciassette anni, prende lezioni di piano da una donna non ebrea ma suo marito «non approvava», non può cantare perché è considerato indecoroso, addirittura seducente. Le vengono rasati i capelli per lo stesso motivo e rimane scioccata quando scopre com’è fatta la propria vagina solo quando l’esperta di sesso le dice che «ha due buchi, uno per la pipì e l’altro è per accogliere l’uomo.» I rapporti sessuali vengono consumati solo dopo un bagno di purificazione post ciclo mestruale e solo per procreare, nessun piacere, nessuna passione.

Esther non riesce a fare sesso (se così si può chiamare) e l’argomento diventa di dominio pubblico nella famiglia del marito, addirittura la suocera le dà consigli su come deve comportarsi una buona moglie. Tutto questo soffoca Esty che vede strapparsi via anche quel po’ d’intimità che dovrebbe racchiudere ogni coppia, soprattutto se giovani sposi. Scossa dall’ennesima mancanza di rispetto si decide a scappare.  Aiutata dalla maestra di piano riesce a fuggire a Berlino, dove vive sua madre. Lì conosce alcuni studenti del conservatorio, scopre realtà nuove, che non si muore se si mangia carne di maiale e libertà che dovrebbero essere imprescindibili ma che le sono sempre state negate. Si affaccia piano piano a una vita che non ha mai vissuto ma di sicuro sempre sognato, a volte anche mostrando l’ingenuità fanciullesca di chi ha appena iniziato a vivere.

Esty è una ragazza minuta, schiva, indifesa, ma dentro ha una forza immensa. La forza di chi non si conforma alle imposizioni, di chi resiste con fermezza agli obblighi da osservare ma, con la stessa fermezza, a un certo punto si ribella a ciò che la rende infelice. Scappa dalla vita che le è stata imposta e, per gradi, anche da se stessa. Si scopre una donna che può amare (anche fisicamente), che può ballare, che può inseguire un sogno e far sentire la propria voce.  Alla fine si libera in un canto che vibra tanto dentro di lei quanto in chi lo ascolta, quello sarà il suo Big Bang, il momento da cui tutto nasce e rinasce, soprattutto lei.

Serena Pisaneschi

Foto in alto: una scena della serie

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
27 − 18 =