Anna: nemmeno tredici anni e un coraggio da leoni

Anna
Vive una vita che non ha scelto e lo fa con sorprendente fermezza, dimostrando che le risorse dei ragazzi vanno oltre la logica immaginazione degli adulti.

Che cosa facevate voi a tredici anni? Io non mi ricordo molto devo dire, ma sono certa che le mie giornate si dividessero tra scuola, amici e famiglia, il tutto avvolto in quella spensieratezza mista a ribellione che è la pubertà. Invece Anna, protagonista dell’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti che tredici candeline immaginarie non le ha ancora spente, già da qualche anno trascorre il suo tempo a cercare cibo, difendersi da cani rabbiosi e crescere Astor, suo fratello minore, proteggendolo il più possibile da un mondo che sta esaurendo i suoi abitanti umani. La colpa di tutto questo è di un virus chiamato “la rossa”, che colpisce e uccide in poco tempo chiunque abbia superato la pubertà. La conseguenza è che al mondo sono rimasti solo bambini e ragazzi, troppo piccoli per sapere come sopravvivere e molto consapevoli che anche la loro clessidra sta esaurendo la sabbia senza diritto di replica.

Ammaniti ci racconta le giornate di questa ragazzina, immerse fino al collo in qualcosa che è più grande di lei, più grande di chiunque, e che come guida ha solo il quaderno delle cose importanti che le ha lasciato sua madre prima di morire. La vediamo prendere decisioni, compiere gesti, ragionare con una maturità che noi ciAnna saremmo sognati, a quell’età. Più di una volta mi è capitato di non essere d’accordo con una sua scelta, poi però mi sono detta due cose: 1) è ancora una bambina 2) sta affrontando una cosa enorme, quindi è una bambina cazzutissima! Scorrendo la storia era facile dirsi che avrebbe dovuto agire diversamente, dirsi tanti “io avrei fatto così”, ma ogni volta mi rendevo conto di pensarlo con il cervello di una donna di quarantadue anni, che molte delle cose del mondo le sa o può arrivarci con il ragionamento. Una donna che ha un’istruzione e abbastanza conoscenza ed esperienze di vita per poter valutare, soppesare e compiere scelte ponderate, ma una bambina che si è ritrovata sola a otto o nove anni e per di più con un fratello a cui badare, quanto diamine dev’essere stata forte?

Anna entra di diritto tra la schiera delle eroine della letteratura italiana, non lo fa di prepotenza, ma lo fa giorno dopo giorno, a ogni pasto rimediato, ogni pianto urlato o represso, ogni volta che sfoglia il suo quaderno o si mette nel letto vicino a sua madre. È una Donna, Anna, pur non essendolo ancora. Ha paura ma va avanti, sa benissimo cosa l’aspetta e a volte le capita di mollare, forse vinta dalla stanchezza o dalla rassegnazione, ma noi la perdoniamo perché faremmo lo stesso, ne sono certa, e subito dopo la vediamo comunque riprendersi e continuare a camminare. Ha ancora la spensieratezza della giovane età, anche se adombrata da una serie di doveri più pesanti dei suoi pochi anni, e forse è proprio quella leggerezza che la spinge ad andare, come una forza invisibile ma costante.

La scorsa primavera Sky ha mandato in onda la serie tv basata su Anna; io non l’ho vista ma sono molto curiosa. In un certo senso ho voglia di vedere il suo volto, il volto di suo fratello e delle persone che incontra durante il cammino, ma da un lato mi piace anche continuare solo a immaginarla, vederla vegliare su Astor e procedere senza posa in una vita che non le riserverà mai cose belle, quindi tanto vale prendersele da sola, perché se c’è una cosa che so è che i bambini hanno delle risorse che noi adulti, carichi di consapevolezze e cultura che a volte costituiscono più un onere che un vantaggio, non riusciremmo mai nemmeno a immaginarci.

Serena Pisaneschi

Foto in alto: Anna, tratta dalla serie tv Sky Original

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