L’evoluzione della lingua è vista come minaccia alle tradizioni, ma la parità di genere, anche nelle parole, è una conquista essenziale.
Qualche giorno fa mi hanno dato della nazifemminista. Perché odio gli uomini? No. Perché inneggio allo sciopero del sesso alla Lisistrata? No. Perché voglio completamente ribaltare l’ordine dei ruoli uomo/donna nella società? Nemmeno. E allora perché? Ma è molto semplice: perché uso la schwa negli articoli che scrivo.
Non importa che io abbia spiegato l’esigenza di decidere una linea editoriale per i nostri contenuti. Nemmeno che abbia puntualizzato che ricorriamo alla schwa quado non c’è modo di scrivere in modo inclusivo senza ricorrere a ripetizioni ridondanti. Né è servito aver ammesso di essere consapevoli che la schwa non è grammaticalmente corretta, ma a fronte di una lingua che non permette la parità di genere e riconosce solo il maschile sovraesteso abbiamo preferito essere “scorrette”. Ma niente: sono una nazifemminista.
Associare un movimento terrificante come il nazismo – che toglieva e uccideva in proprio nome – a un movimento che, invece, vuole dare libertà, è una cosa orribile. Confesso che è stancante dover difendere continuamente le proprie ragioni, puntualizzare che no, non si vuole imbruttire la nostra bella e articolata lingua, l’intento è quello di renderla più inclusiva.
La nostra grammatica non è senza genere, lo sappiamo bene. Il fatto che si usino sempre termini generici maschili è semplicemente abitudine, ma non rende giustizia alla collettività. Sarebbe molto interessante cominciare a rivolgersi alle masse usando, quando giusti, il plurale femminile. Nelle classi scolastiche con prevalenza di ragazze salutare dicendo: «Buongiorno, ragazze» e non «Buongiorno, ragazzi». Poi farlo in tutti gli ambiti in cui la prevalenza è di donne, siano essi uffici pubblici, ceo di aziende o altro e vedere l’effetto che fa. Mi sento di azzardare un pronostico dicendo che non piacerebbe affatto alla quota azzurra dei presenti. Si leverebbero commenti tipo: «Ma qui ci sono anche uomini, non siamo tutte donne, e noi non contiamo?»
L’università di Trento, nel 2024, ha approvato all’unanimità il femminile sovraesteso nella stesura del regolamento dell’ateneo. Una provocazione? Certamente, ma anche un esempio pratico di “mettersi nelle scarpe dell’altro”. Si sono levate critiche, pareri contrari, proteste, ma da tutto questo è uscita una verità inaffondabile: l’uso del maschile sovraesteso è questione di usanza non di grammatica. L’intento del rettore è stato sia produrre un testo snello che provocare i lettori maschi, facendo provare loro il senso di esclusione che, storicamente, consapevoli o meno, provano le donne.
Anche la questione del rendere al femminile professioni a prevalenza maschile ha fatto, e ancora fa, storcere il naso a molti (e qui la schwa non la uso di proposito). Mentre non ha mai fatto scandalo “maschilizzare” mestieri storicamente femminili (si pensi a cuoco, ostetrico ecc), ribaltare il sesso a professioni più nobili, e tipicamente maschili, non piace. «Ma dai, avvocata è brutto», «Architetta non si può sentire», «Sindaca? Suona male» e via dicendo.
Eppure anche questi sono termini grammaticamente corretti. Se ci si ricorda ancora come si fa, basta andare su un vocabolario e verificare che, accanto alla parola Avvocato, per esempio, c’è scritto: s.m. singolare, maschile. Maschile. Non neutro, generico, unisex. Mashile. Se si cerca Dentista c’è scritto: s. m. e f., singolare maschile e femminile. Quindi, per le professioni i cui sostantivi non sono neutri, è necessario che si usi il termine coniugato correttamente, come la grammatica comanda.
Però, sebbene per la schwa si inneggi all’uso improprio perché non è grammaticamente corretta, quando si cerca di rendere il linguaggio, scritto o parlato, coerente con la nostra lingua, non va comunque bene. Mi verrebbe da dire: fate pace col cervello. Grammatica sì o grammatica no? Grammatica a comodo, mi sembra.
La nostra è una lingua meravigliosa, ma per millenni è stata pensata e usata a scopo maschile. I termini prettamente femminili sono sempre stati relegati a qualcosa che indicasse debolezza, superficialità, stupidità e malcostume. Ma la bellezza della lingua è che cambia con l’uso e l’uso cambia con l’emancipazione delle sensibilità.
C’è chi inneggia alla bruttezza di questi “nuovi” termini professionali ma non si fa problemi a usare neologismi italo/inglesi francamente imbarazzanti. Allora siamo sicuri che il problema sia d’orecchio? Siamo sicuri che il problema sia una “a” o una “ə” in fondo a un sostantivo o un aggettivo? La questione, anche per chi non lo ammette (o forse non lo riconosce nemmeno), è più subdola. È nell’educazione imposta sottotraccia, nel pensiero incatenato alle tradizioni, nella paura di doversi spostare un po’ più in là e cedere una parte di quel posto comodo in cima alla catena alimentare. E che non mi si dica che non è vero che la lingua cambia, che si è sempre parlato così e queste nuove parole non sono corrette, sennò omnes adhuc Latine loquimur, velut oves stultae (sine offensione ovium).
Serena Pisaneschi
Foto in alto: generata con Gemini
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche: Treccani presenta l’evoluzione del suo dizionario ed è subito polemica

