La senatrice Lina Merlin e la sua lotta decennale al meretricio di Stato

Lina Merlin
Prima della legge Merlin le case chiuse erano il metodo sistematico con cui l’ordine costituito sfruttava il corpo femminile.

Angelina Merlin, detta Lina, è stata la prima donna a entrare al Senato della Repubblica Italiana ma viene ricordata soprattutto per la legge che porta il suo nome. Faceva parte del gruppo delle ventuno Madri Costituenti elette con la prima votazione a suffragio universale in Italia, il 2 giugno del 1946.

Dall’impegno socialista alla resistenza attiva

Nata nel 1887 in provincia di Padova, completa i suoi studi in Francia per poi tornare in patria a insegnare. A quel punto, però, il fascismo ha iniziato a imporre le proprie regole e per chi si rifiuta di sottoscrivere la tessera di partito non c’è spazio nelle istituzioni. Lina Merlin è fra questi, da sempre convinta socialista e antifascista. Viene prima estromessa dalla scuola e poi mandata al confino in Sardegna, dove non si perde d’animo e insegna a leggere e a scrivere agli abitanti analfabeti dei paesini isolati. Prende poi parte attiva alla resistenza. 

Una Madre Costituente per l’uguaglianza di genere

Finita la guerra entra al governo quasi sessantenne ma il suo spirito è più vivo che mai.

Assieme alle altre donne al governo si batte per introdurre delle piccole significative modifiche agli articoli della nuova costituzione; poche parole che avranno grandissima importanza nel futuro delle italiane.  Lo Stato stabilisce così, almeno sulla carta, l’uguaglianza fra i sessi.. Realizzarla di fatto nella vita di tutti i giorni è tutt’altra cosa in un Paese patriarcale come il nostro, sempre fanalino di coda dell’Europa nei diritti delle donne. Allora come oggi.

Le ombre del patriarcato e le prime tutele legali

Picchiare la moglie, così come tradirla, era ancora un diritto riconosciuto a tutti gli uomini, nonostante la costruzione sancisse l’uguaglianza fra italiani e italiane. Ci vollero non poche battaglie per superare uno scoglio sociale così radicato e iniziare ad avere una prima tutela egualitaria.

madri costituenti - l'altro femminile
Madri costituenti

Oltre le persiane: la verità sul meretricio di stato

In tutto questo, Lina Merlin aveva a cuore un altro tema che riguardava da vicino il corpo delle donne: quello che lei definiva il meretricio di Stato. All’epoca la prostituzione era regolamentata come lo sono oggi alcool e tabacco, il che potrebbe sembrare cosa buona se non si va ad aprire quella porta per vedere cosa accadeva dietro le persiane serrate. Le case chiuse, i bordelli, erano narrati come “case di piacere” con lampadari e arredamenti lussuosi, ragazze condiscendenti che avevano scelto la loro libertà. Si trattava purtroppo di ben altro.

Le poverette che arrivavano a lavorare lì lo facevano perché non avevano altra scelta per sopravvivere. Costrette a turni di dodici, quattordici ore potevano arrivare ad avere anche cinquanta rapporti al giorno.

La paga era misera e consentiva loro di vivere ma non di mettere da parte qualcosa. Raggiunti i trenta o quarant’anni, venivano cacciate perché non più appetibili per i clienti.

Lo stigma sociale e l’ipocrisia dei costumi

La legge marchiava i loro documenti, vietava loro di fare qualsiasi altro lavoro e anche di tornare alla casa dei loro familiari, se mai loro le avessero volute indietro. Non era accettato che potessero mescolarsi alla società, bacchettona e ipocrita. Finivano così la loro vita nell’indigenza, mendicando pochi spiccioli per strada. Il trattamento riservato loro era feroce e inumano, senza possibilità di salvezza perché dettato dallo Stato, lo stesso che avrebbe invece dovuto proteggerle. Tutto questo in nome di un fantomatico diritto maschile a potersi sfogare perché così “detta la natura”.

La legge del 1958 e la tutela della dignità femminile

Se oggi ci sembra aberrante, forse è necessario ricordare che tutto questo non è finito con la legge Merlin. Quello che lei ottenne fu di eliminare le case chiuse, in modo che lo Stato non fosse complice. La legge condanna lo sfruttamento della prostituzione, non chi si prostituisce. Questo concetto fondamentale era mirato a restituire alle donne il diritto sul loro corpo e la speranza di una protezione. Ci vollero dieci anni e finalmente la legge venne approvata nel 1958 ma Lina Merlin non cedette mai, nemmeno quando iniziarono ad arrivare le minacce alla sua persona. Troppi avevano interessi in quegli affari da schiavisti, anche all’interno del suo stesso partito. Si dice che lei passò all’attacco, minacciando di rendere pubblici i loro nomi se non l’avessero sostenuta.

L’eredità di una rivoluzione ancora in cammino

Ricevette però molte lettere anche da quelle donne che stava difendendo. Scritti spesso sgrammaticati ma pieni di speranza narravano una condizione di schiavitù che non dovrebbe essere accettabile mai, in nessuna società.

Erano il sintomo che qualcosa stava cambiando, che le donne non potevano essere rimesse a tacere come prima della guerra.

Dovremmo ricordarci un po’ più spesso di quelle persone che hanno messo le basi per i nostri diritti, convinte che noi avremmo saputo raccogliere il testimone per portare a compimento la rivoluzione che loro hanno innescato.

Erna Corsi

Foto in alto: Lina Merlin da Vanityfair.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dal N. 9 de L’Altro Femminile. Leggi il numero completo della rivista digitale QUI

 

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *