Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #176

Azucena cammina con un nome in tasca è un estratto dall’atto unico teatrale “Inascoltate – L’intelligenza femminile che resiste al silenzio” di Federica Carteri.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 6 aprile 2026.

Azucena cammina con un nome in tasca, lo cuce a un fazzoletto e lo solleva. Ogni passo è un’assenza gridata, un coro di madri che danza in cerchio contro l’oblio.

Azucena è scomparsa nel nulla, dissolta dal sistema repressivo. Cammina nel presente colmo di fantasmi.
Azucena ha un fazzoletto bianco al posto dell’elmetto, la foto del figlio scomparso al posto del fucile, è il silenzio che marcia.

Desaparecidos…

«Se qualche volta noti che ti guardo
e nei miei occhi riconosci un lampo d’amore,
non preparare i fucili, non pensare che sono impazzita;
nonostante il lampo o forse proprio perché c’è
tu puoi contare su di me.»
(dalla poesia Facciamo un accordo di Mario Benedetti)

Prima del 30 aprile 1977, la prima marcia in Plaza de Mayo, non c’erano movimenti al femminile per i diritti umani, solo proteste isolate. Abbiamo pianto in silenzio nei corridoi dei commissariati dove andavamo a cercare i nostri figli, inascoltate. Abbiamo gridato in quei corridoi… Inascoltate. Tra quelle mura siamo diventate sorelle. Portatrici di un dolore lancinante: la perdita di un figlio, sparito nel nulla. Il legame d’amore moltiplicato per ogni ragazzo e ragazza scomparsi ci ha donato una forza inarrestabile.

Le Madri di Plaza de Mayo, senz’armi, hanno sconfitto moralmente i generali. Ne abbiamo azzerato la credibilità agli occhi del mondo. Il regime sapeva quanto fossimo una minaccia. Per questo ha cercato di distruggerci con l’unico modo che conosceva: la violenza. Le idee, però, non si possono uccidere.

Non ho mai smesso di cercare Nestor. E mentre aspettavo la tortura ne la Escuela Mecanida de la Armada, chiedevo i nomi ai giovani prigionieri per poterlo dire alle loro mamme in caso fossi uscita.

Mi gettarono viva nel Rio de la Plata. Il mio corpo riaffiorò sulla spiaggia di Santa Teresita e venne sepolto in segreto dai militari.

Nel 2005 un testimone permise che venisse ritrovato. Ora ho due tombe: il mio cuore sotto l’obelisco di Paza de Mayo, le mie ceneri sotto l’albero che gli altri miei figli hanno piantato sulla tomba di mio marito, il loro padre, morto nel 1982.

Federica Carteri

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Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

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