Dal caso eclatante di Gisèle Pelicot a oggi: che cosa è cambiato?

A distanza di un anno dal caso Pelicot è necessaria una nuova riflessione sulle attuali condizioni delle donne.

All’incirca un anno fa scrivevo il mio primo articolo e lo dedicavo a Gisèle Pelicot, la sua vicenda mi aveva particolarmente colpita.

Lei ai miei occhi non appariva solo la vittima, ma soprattutto l’artefice di un grande cambiamento: il rivoluzionario rifiuto del silenzio e della vergogna. Questa donna poteva decidere di non mostrarsi, di avanzare trafelata, e invece si presentava a testa alta.

Provo una stima immensa per lei, vera eroina moderna, che ha dimostrato quanta dignità e quanto coraggio ci siano anche nel dolore più profondo.

Ma a oggi qual è la situazione delle donne? È migliorata? Mi piacerebbe rispondere di sì, ma la cruda verità è che di casi simili a quello Pelicot ce ne sono stati fin troppi.

Ne è un esempio il caso di quel gruppo Facebook in cui 32.000 uomini condividevano senza consenso le foto delle proprie consorti. La chat è stata chiusa ma non è scomparsa, si è solo trasferita su altri social.

I gruppi passano, la mentalità resta. Una mentalità talmente intrisa di misoginia che fa credere agli uomini di poter disporre delle partner a proprio piacimento, divulgando foto intime e private che queste donne condividono con loro perché si fidano.

Ma a circolare sono anche semplici scatti che le donne postano sui social: selfie, foto con le amiche, foto profilo, insomma mentre vivono semplicemente la loro vita.

Non solo mogli e fidanzate. Sono stati segnalati numerosi gruppi in cui gli uomini inviavano foto di sconosciute catturate per strada e foto delle proprie figlie, anche minorenni in una fascia d’età compresa tra i cinque e i diciotto anni.

In più occasioni ho visto una sorta di slogan presentato durante le manifestazioni per condannare la violenza sulle donne che recita più o meno così: «Pensa se fosse tua sorella? O tua figlia? O tua madre?»

In sostanza si deve rispettare una donna solo quando con questa c’è un legame di parentela, quindi va da sé che il resto delle donne sia merce di scambio. Ma il grado di parentela non è un vincolo che impone restrizioni e infatti i carnefici sono anche padri, nonni, fratelli, cugini, mariti e fidanzati.

Le donne non sono al sicuro neanche nella propria cerchia familiare maschile, il che è davvero sconfortante. Se non possiamo fidarci dei nostri parenti, allora in chi possiamo mai riporre la fiducia?

A questo si aggiunge la scoperta di quel forum che dal 2005 ha raccolto migliaia di foto di donne, incluse politiche, influencer e youtuber. Purtroppo ho letto alcuni commenti, disturbanti e oltre ogni decenza umana, che mi hanno fatto rivoltare lo stomaco.

Molte delle donne coinvolte hanno dichiarato di sentirsi sporche e violate, di sentirsi in colpa per aver pubblicato foto e video. Il peso della vergogna ricade sempre sulle donne, perché quegli uomini non saranno puniti a dovere dalla legge.

In fin dei conti, il bilancio non è rassicurante. Gisèle Pelicot doveva essere un punto di partenza, invece sembra essere l’ennesimo caso conosciuto e poi dimenticato, un loop di orrore destinato a ripetersi.

Da una chat alla violenza fisica, e addirittura al femminicidio, il passo è breve. I social danno l’illusione che il tutto sia confinato in pochi messaggi, ma il patriarcato e la misoginia operano anche al di fuori di internet. Il solo fatto che un uomo scriva un messaggio di odio innesca effetti nella vita reale che colpiscono le donne.

Basti pensare anche ai tanti casi di revenge porn ai danni delle ex compagne e di semisconosciute. Quello che genera esaltazione da parte degli uomini è esercitare il potere perché loro hanno il coltello e affondano la lama nelle vite delle donne, violandole e uccidendole psicologicamente e fisicamente.

Confesso che, ogni volta che spunta la notizia di un gruppo di questo genere, mi prende il panico e subito mi chiedo se anche le mie foto siano in circolazione. Non è normale vivere nella paura, non è normale che così tanti uomini si riuniscano per scambiarsi foto di donne come fossero figurine.

L’oggettificazione e la sessualizzazione delle donne sono gravi problematiche. Non solo sociali, ma anche culturali. Noi donne non esistiamo per il ludibrio dei maschi. Non siamo carne da macello né inanimati manichini da vetrina. Siamo persone e come tali meritiamo – ed esigiamo – rispetto.

Questi gruppi non chiuderanno mai, lo so io che scrivo e lo sai tu che leggi. Ma è questo che vogliamo? Accettare l’inaccettabile? Normalizzare l’abominevole? No, non ci sto. Perché se ci rassegniamo, se facciamo spallucce, se ci giriamo dall’altra parte diventiamo complici.

Perlomeno Gisèle ci ha lascito una grande eredità: non abbassare la testa dinanzi ai carnefici, ma far sentire il grido di ribellione. Per le donne le sfide saranno sempre tante e faticose, ma dobbiamo avanzare unite e caparbie e coraggiose, anche quando la paura ci spezza le ossa.

Come ha scritto Virginia Woolf: «Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci […] Non devono aver paura del buio che inabissa le cose […] Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.»

Altea Fiore

Foto in alto: Feminist, foto da Canva

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