Dedicato a Kurt, demone tornato tra gli angeli in cielo di Paola Gradi

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«Ma sorridesti in mezzo alle tue parole, e il vero significato se lo portò via la brezza del mare, ancora non l’ho perdonata per non avermi dato il tempo di capire.»

È fin dalla seconda nota che la riconosco, non l’ascoltavo da tempo ma l’anima deve averla custodita, in un angolo di sé. Non è forse delle più belle, ma è una delle tue, e le note presto prendono corpo e si trasformano in immagini. Vedo i tuoi capelli biondi, lisci e lunghi che tanto mi piacevano, così come mi piaceva infilarci le dita; il volto coperto da due giorni di barba, Dio quanto mi affascinavi, eri di un bello disarmante col tuo maglione beige un po’ grande per te, e le maniche troppo lunghe che quasi si intrecciavano con le corde della chitarra che suonavi. Ti arrivava a metà coscia, quel maglione, ti ricordi quando l’ho indossato io? Ne ridemmo come bambini senza pensieri, e tu mi abbracciasti scorrendo le mani sulla mia pelle. Com’è che in quel momento non ho capito cosa si nascondeva dietro la tua risata? Nemmeno gli occhi ti hanno tradito; mangiammo il gelato che il sole scioglieva più veloce delle nostre labbra leccando ogni goccia, seduti a guardare il mare alla fine di Manhattan.

I nostri tre giorni che il tempo ha portato via veloce, mentre gli scoiattoli ti rubavano le nocciole dalle mani; rammento ancora cosa mi dicesti, non riuscirò a vivere tutto questo ancora per molto. Ma sorridesti in mezzo alle tue parole, e il vero significato se lo portò via la brezza del mare, ancora non l’ho perdonata per non avermi dato il tempo di capire.

Ti guardavo e non vedevo il tuo abisso mentre tu, eccitato, mi confidavi ascolta cosa ho inventato; allora le tue dita lunghe correvano sui tasti, sfioravano le corde mentre continuavi qui ci metterei un la, perché le parole che ho in mente sono queste. Suonavi e improvvisavi le tue canzoni; la gente si fermava curiosa e intrigata da quello che le tue mani riuscivano a creare, mentre io sorridevo fra me, seduta accanto a te su quella panchina all’ombra degli alberi di Battery Park. Sembrava che anche gli scoiattoli dimenticassero le golosità e godessero delle tue note, magari qualcuno ci darà una monetina, pensavo, così stasera brindiamo a questa giornata. E più tardi, con due calici in mano, ti ho chiesto sei felice? Mi hai risposto non lo so, forse non sono fatto per questa vita, forse dovrei andare a suonare per gli angeli. Ti ho guardato imbronciata, che sciocco che sei, se suoni per gli angeli io non posso sentirti. Abbiamo riso e lasciato risuonare i bicchieri, un tocco lieve prima che il vino ci rinfrescasse da quella giornata che ancora ci scaldava.

Non avrei mai immaginato quella telefonata, e davvero la sciocca sono stata io, la cornetta appoggiata all’orecchio e il sorriso che svaniva; sono corsa dalle mie miglia di distanza per gettare solo un fiore sopra la tua tomba, perché ti tenesse compagnia nel viaggio verso gli angeli. E adesso le prime due note sono state seguite da tutte le altre; la canzone scivola alla radio mentre guido persa nei ricordi di quelle parole che mi hanno raggiunta quando tu non eri già più. Nessuno ha mai saputo di quella tua lettera spedita poche ore prima che le tue dita premessero il grilletto, parole che mi sono arrivate ben dopo che ti avevo regalato quel fiore e che risuonano in me come un invito, ogni volta che passi per la mia mente:

Se chiudi gli occhi e ascolti lassù, mi sentirai suonare per gli angeli.

Per Kurt.

Paola Gradi

Foto in alto: Kurt Cobain

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