Dall’istruzione al lavoro, fino alla libertà di movimento: come i talebani hanno ristretto la vita delle donne afghane.
A dodici anni, una ragazza afghana sa già che potrebbe non tornare più a scuola. Gli esami finali della scuola primaria, racconta una testimonianza raccolta dal Guardian, potrebbero essere gli ultimi della sua vita. Dopo, il rischio è quello di rimanere chiusa in una stanza, mentre fuori il mondo continua a cambiare. La sua storia racchiude la condizione femminile in Afghanistan cinque anni dopo il ritorno dei talebani al potere.
Una condizione, quella delle donne afghane, fatta di diritti sottratti, di scuole e università chiuse, di lavoro negato e di libertà di movimento sempre più limitata. Ma anche di una presenza femminile che, nonostante tutto, continua a cercare spazi per esistere. Quando i talebani sono tornati a Kabul nell’agosto del 2021, avevano promesso che i diritti delle donne sarebbero stati rispettati. E ciò secondo la loro interpretazione della legge islamica. Da allora, però, i divieti sono arrivati uno dopo l’altro, restringendo gli spazi in cui le donne possono studiare, lavorare, muoversi, parlare e partecipare alla vita pubblica.
Secondo un’analisi riportata da Il Post, dei duecentosessantaquattro decreti riguardanti i diritti emanati tra agosto 2021 e giugno 2026, centosessantasei hanno riguardato direttamente le donne. Numeri che raccontano un processo progressivo e rendono la discriminazione sempre più radicata nelle norme e nella vita quotidiana.
La scuola, la prima porta chiusa
Il primo grande spazio a essere sottratto è stato quello dell’istruzione. Nel settembre 2021 le scuole secondarie hanno riaperto per i ragazzi, ma non per le ragazze. A marzo dell’anno successivo, le studentesse sono state ammesse nuovamente per un breve periodo prima di essere nuovamente escluse. Nel dicembre 2022 è arrivato anche il divieto di frequentare l’università.
Secondo Unicef, più di 2,6 milioni di ragazze sono state private dell’istruzione secondaria dal 2021. Nel 2024 erano 3,8 milioni le ragazze tra i 7 e i 18 anni fuori dalla scuola, comprese oltre 2,6 milioni di adolescenti. L’UNESCO indica l’Afghanistan come l’unico Paese al mondo in cui l’istruzione secondaria e superiore è formalmente vietata alle donne. Ma chiudere una scuola significa molto di più che interrompere un percorso di studi. Intorno ai dodici anni viene meno anche uno spazio di socializzazione e di crescita, aumentando il rischio di lavoro minorile, matrimoni precoci e violenza domestica.
La testimonianza della dodicenne raccolta dal Guardian restituisce il peso di questa interruzione. Dopo gli esami finali della scuola primaria, il suo futuro rischia di ridursi a una stanza. E le conseguenze non si fermano al presente. Queste ultime si trasferiscono nel mondo del lavoro, nella sanità, nell’economia e nella possibilità stessa di essere autonome.
Senza istruzione, senza lavoro, senza autonomia
Un Paese che impedisce alle proprie donne di formarsi, si priva anche delle professioniste di cui avrà bisogno negli anni successivi. Unicef stima che, se le limitazioni all’istruzione e al lavoro continueranno, entro il 2030 l’Afghanistan potrebbe perdere fino a ventimila donne insegnanti e circa cinquemila operatrici sanitarie. Intanto, la presenza femminile nella pubblica amministrazione è già scesa dal 21% del 2023 al 17,7% del 2025. La conseguenza è particolarmente evidente nella sanità. In alcuni contesti sono proprio le donne a poter assistere altre donne e la mancanza di personale femminile rischia quindi di aggravare le difficoltà di accesso alle cure.
L’esclusione riguarda anche la possibilità concreta di avere un reddito. Secondo Unicef, infatti, le restrizioni all’istruzione e al lavoro femminile comportano una perdita stimata di circa ottantaquattro milioni di dollari ogni anno. Intanto, secondo i dati riportati da UN Women, soltanto il 7% delle donne afghane ha un impiego. Molte lavorano in modo informale e meno della medesima percentuale dispone di un conto bancario o utilizza servizi finanziari digitali.
La dipendenza economica diventa così parte di un sistema più ampio che mira in modo negativo la condizione femminile in Afghanistan. E quando anche la possibilità di muoversi liberamente viene limitata, lo spazio di autonomia si restringe ancora di più.
Il divieto di uscire di casa
Le donne, tra le altre cose, non possono uscire liberamente senza essere accompagnate da un uomo della famiglia. Secondo un’indagine di UN Women, il 90% ha bisogno del permesso di un parente uomo per uscire di casa e più della metà esce soltanto una o due volte al mese. Il 95% degli uomini, invece, esce quotidianamente. Limitare la possibilità di uscire significa anche ridurre l’accesso agli spazi in cui si costruiscono relazioni, si lavora, si studia. Si partecipa alla vita collettiva.
Alle donne, inoltre, è stato imposto di coprire il corpo e il volto e, dal 2024, sono state introdotte ulteriori restrizioni sulla possibilità di parlare o cantare in pubblico. La legge sulla “moralità”, approvata nell’agosto 2024, ha codificato alcune di queste imposizioni, arrivando a considerare la voce femminile come awrah. Una parte privata del corpo da non esporre in pubblico.
Il controllo arriva persino agli spazi domestici. Secondo quanto riportato da Pangea, infatti, sembrano essere state introdotte nuove disposizioni per impedire che le donne possano essere viste dalle finestre. L’esclusione assume così una dimensione sempre più concreta: prima dalla scuola, poi dal lavoro e dagli spazi pubblico, fino alla possibilità stessa di essere viste e ascoltate.
Dalla discriminazione alla violenza
L’esclusione dalla vita pubblica si intreccia con una maggiore vulnerabilità. La riduzione dei servizi e degli spazi di autonomia rende, infatti, più difficile anche trovare aiuto e protezione in caso di violenza. Nel frattempo, le restrizioni sono aumentate: dal divieto per le donne di lavorare in molte organizzazioni alla chiusura di parrucchieri e saloni di bellezza, fino ai limiti imposti alla loro voce e alla presenza nello spazio pubblico.
È anche in questo contesto che si è diffusa l’espressione “gender apartheid“, utilizzata per descrivere un sistema di discriminazione strutturale. Un’espressione che, nel 2024, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan ha chiesto che venga riconosciuta e codificata come crimine contro l’umanità.
Un Paese che perde metà del proprio futuro
La condizione femminile in Afghanistan non riguarda però soltanto le donne. Impedire alle ragazze di studiare significa rinunciare a future insegnanti, mediche, giornaliste e professioniste. Escludere le donne dal lavoro, significa invece ridurre ulteriormente le possibilità economiche di un Paese già segnato da una grave crisi umanitaria.
Nel 2025, circa ventidue milioni di persone avevano bisogno di assistenza umanitaria. La metà di queste erano donne e ragazze. Eppure, proprio dentro questo spazio sempre più ristretto, le donne afghane continuano a cercare modi per esserci. Raccontare quindi la loro condizione soltanto attraverso ciò che i talebani hanno tolto alle donne restituirebbe un’immagine incompleta del quadro.
Studiare, lavorare, resistere
Nonostante i divieti, l’istruzione continua a trovare spazi anche online. È il caso della Woman Online University, nata nel 2022 per offrire gratuitamente percorsi di formazione alle donne afghane, con lezioni, webinar e anche supporto psicologico.
Accanto a queste iniziative resistono reti della società civile e organizzazioni internazionali che cercano di mantenere aperti spazi di confronto e sostegno. Non si tratta di una reale inclusione istituzionale, ma di forme di partecipazione che permettono alle donne di continuare a far sentire la propria voce.
Cinque anni dopo il ritorno dei talebani a Kabul, la condizione femminile in Afghanistan racconta così un processo che va oltre la cancellazione dei singoli diritti. I divieti sull’istruzione alimentano l’esclusione dal lavoro, le restrizioni agli spostamenti riducono l’autonomia e l’allontanamento dalla vita pubblica rende più difficile persino far sentire la propria voce. È una spirale che riguarda le donne, ma le cui conseguenze ricadono sull’intero Paese. Perché quando i talebani impediscono a metà della popolazione di studiare, lavorare e partecipare alla società, non è soltanto quella metà a perdere il proprio futuro.
Martina Romeo
Foto in alto: Una donna afghana lascia una scuola clandestina a Kabul, 30 luglio 2022 (foto di Ebrahim Noroozi/ The AP)
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Ciò che i talebani infliggono alle donne non è solo segregazione, è un annientamento dell’identità. Ridurre milioni di esseri umani a spettri senza volto, negando loro il diritto di pensare, agire e sognare, è un crimine contro l’umanità che svuota la vita di ogni dignità. Non è “tradizione”,”moralità”,è una violenza brutale che tenta di cancellare l’esistenza stessa della donna dalla storia. Quando si proibisce a una donna di essere libera, si tenta di uccidere la sua anima prima ancora del suo futuro.
Incredibile come si è potuto scendere a patti coi talebani e restituire loro il controllo.