Perché contare i femminicidi è un atto politico di Donata Columbro

Nel libro l’autrice, giornalista e divulgatrice, riflette sull’importanza che assumono i dati nell’ambito della violenza di genere.

Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli, 2025) di Donata Columbro affronta il tema del femminicidio da un punto di vista statistico, ne sottolinea sia le criticità sia i lati positivi così da restituire una lettura lucida e imparziale.

La statistica è la scienza che indaga i fenomeni collettivi a partire dalla raccolta dei dati. Non solo studia gli aspetti sociali e naturali di un fenomeno, ma è utile anche nella scelta delle strategie da adottare.

Luisanna Porcu, durante un intervento in occasione del convegno Violenza e femminicidio: cosa cambia con la nuova legge. Riflessioni, commenti e rilievi critici sulla legge 119/2013 ha dichiarato: «La violenza contro le donne è […] un problema politico e strutturale, è dovuto al permanere di una cultura, dove per cultura non si intende solo la tradizione, ma s’intende la struttura in termini antropologici, quindi tutto il sistema di potere che socialmente e culturalmente questo rappresenta […]»

Ecco che il termine politico inizia a ripetersi, a prendere sempre più spazio. Perché contare i femminicidi non si limita a una semplice misurazione, bensì riguarda tutta la vita pubblica di uno stato: «Chi decide cosa contare? E soprattutto, chi ha il potere di negare la rilevanza dei numeri?»

In Italia non esiste un registro ufficiale dei femminicidi, pertanto la raccolta dei dati e la loro elaborazione risultano inefficienti nell’adozione di strategie di prevenzione. Se il conteggio non è sistematico, sempre aggiornato e univoco in tutta la penisola, è impossibile creare una forte rete di tutela.

Ma allora come sopravvivono le storie delle donne? Grazie ai movimenti femministi e alle associazioni che raccolgono i dati tramite quello che la Columbro definisce ‘monitoraggio dal basso’: «[…] non sentirsi sole con il proprio foglio Excel, ma parte di qualcosa di più grande […] perché ci si rende conto che se una volta non saremo noi a raccogliere una storia e raccontarla, sarà un’altra sorella a farlo.»

L’autrice dedica spazio anche ai figli delle donne vittime di femminicidio perché sono parte fondamentale da considerare nel calcolo. Troppi sono gli orfani scomparsi, resi invisibili da uno stato che non accoglie la loro storia. Sono dati smarriti, dunque sono occasioni perse di fare la differenza.

È chiaro che i dati non siano semplici informazioni di tipo quantitativo e qualitativo. Anzi l’aspetto emotivo deve essere esclusivo perché includono nomi, luoghi e pezzi di vita che vanno misurati. I dati preservano la memoria, la trattengono e la custodiscono affinché possa essere tramandata.

Il femminicidio è uno dei fenomeni sociali meno rilevati e la mancanza di stime va a danno delle politiche di intervento in materia di genere. Se non abbiamo tutti i dettagli di ciascun femminicidio, questo vuoto impedisce qualsiasi azione concreta.

Columbro scrive: «Abbiamo bisogno che da parte dei governi ci sia la volontà di contare, misurare e rendere pubblici i dati in modo disaggregato.»

Quanto emerge dai dati è fondamentale. Per esempio, si è notato come il reddito di libertà, un contributo economico mensile assegnato alle donne vittime di violenza (sole o con figli minori), sia stato già ridotto nell’arco degli ultimi due anni e, inoltre, sono stati anche riscontrati errori di calcolo.

Fissiamo un concetto: se i dati sono sbagliati allora l’intero sistema che si basa su di essi è sbagliato. Ecco perché è necessario che il conteggio avvenga entro uno schema omologato, privo di ambiguità e accessibile in tutta Italia.

Del resto, possiamo combattere il nemico solo quando lo conosciamo bene. E studiare il fenomeno del femminicidio nella sua interezza è l’unico modo per contrastarlo.

La cronaca riporta di continuo notizie sui femminicidi. A volte è una sola donna e a volte sono due a distanza di pochi giorni, o addirittura ore. Leggiamo gli articoli, ascoltiamo servizi in televisione, e poi dimentichiamo i loro nomi e i loro volti.

È la normalità ormai: almeno una volta a settimana ci aspettiamo un caso di femminicidio. Ci arrabbiamo, inveiamo contro l’assassino, sospiriamo e poi torniamo agli affari nostri. E intanto quelle donne cadono nell’oblio, dimenticate dallo stato e dalla società.

Ma quelle storie non si annientano, restano sospese in attesa di essere raccolte e raccontate. Non lasciamo che aspettino per sempre. Contiamole, piangiamole, facciamole nostre e gridiamole al mondo intero.

Perché come sostiene la Columbro: «Il femminicidio non è un fatto privato, ma l’espressione di una violenza e di un abuso di potere sostenuto dalla struttura patriarcale delle istituzioni e di una cultura che vede l’egemonia maschile come normale, statisticamente e socialmente.»

Altea Fiore

Foto in alto: Copertina del libro Perché contare i femminicidi è un atto politico

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