Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #186

Lucia Landini - Pillole di femminile
Oggi vi presentiamo Ottobre, di Lucia Landini. La stanchezza fisica a mascherare la fatica emotiva, soprattutto quando siamo esauste.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 6 aprile 2026.

OTTOBRE di Lucia Landini

Ogni anno, a ottobre, noi figli capivamo che la data dell’anniversario di matrimonio dei nostri genitori si stava avvicinando perché la tensione in casa cresceva. Mia madre, da donna allegra e sorridente, e sempre disponibile con noi, diventava chiusa, introversa e suscettibile. Non era più lei, non cantava più mentre cucinava. Allora non me lo spiegavo, ma adesso, da adulta, credo che lei si stesse preparando per l’ennesima delusione: sentiva che anche quella volta mio padre non si sarebbe ricordato del loro anniversario, e non le avrebbe fatto un regalo.

Quando le chiedevamo «Mamma, cos’hai?» rispondeva «Niente, sono stanca».

La stanchezza era la versione ufficiale di tutti i suoi mali: ansia, tristezza, preoccupazioni. Era spesso stanca, ma nelle prime settimane di ottobre viveva una fatica emotiva che la esauriva, e che angustiava anche noi. Eravamo ancora bambini, e non riuscivamo a interpretare il suo disagio, e mio padre men che meno: lui credeva alle sue parole, credeva che fosse davvero solo stanca.

E poi, lui non ricordava neanche le nostre date di nascita, figuriamoci quella del loro matrimonio: mai che le facesse gli auguri, mai un abbraccio, un fiore, mai niente fino a quel fatidico giorno.

Ripensandoci adesso, credo che mio padre si sia miracolosamente ricordato dell’anniversario, o forse l’aveva scritto sull’agenda che gli regalava la banca ogni anno, e che sia stato consigliato da qualche conoscente, qualche presunto esperto del settore che l’abbia convinto a spendere i pochi soldi che aveva.

Lui sapeva che a quell’epoca ogni donna per sentirsi bella e ammirata desiderava una pelliccia. Io stessa avevo sentito tante volte mia madre e mia zia parlarne, e commentare le pellicce delle altre donne, più ricche di loro. Mia madre, che nonostante la nostra situazione economica riusciva ad essere sempre molto elegante, amava il visone. Lo descriveva come se fosse un oggetto prezioso, un tessuto, al punto che io capii solo dopo alcuni anni che si trattava di un animale.

Per lei, ogni donna che indossava una pelliccia di visone era superiore a tutte le altre. Era più raffinata, aveva una conversazione intelligente, aveva viaggiato. Aveva gioielli, una bella casa, e dei figli obbedienti e studiosi. Ovviamente un marito ricco e devoto. Insomma, un quadro decisamente lontano dalla nostra realtà.

Quel fatidico giorno di ottobre, mio padre, appena entrato in casa, ci ha chiamati tutti, e ci ha chiesto di aspettarlo in sala. Era tardo pomeriggio, noi dovevamo ancora finire i compiti e ricordo che mia madre era turbata, seria. Il fatto che lei non sapesse di cosa si trattasse ci aveva agitato, e distratto dal pensiero della scuola.

Noi quattro ci siamo seduti da bravi sul divano di stoffa color ocra vicino alla televisione, la mamma è rimasta in piedi come una sentinella davanti alla porta della sala, per avere il controllo della situazione.

«Mariaaa» ha gridato mio padre dal corridoio, «Sei pronta per la tua sorpresa?»

Noi figli ci siamo alzati in piedi, spaventati: sentire nostro padre, uomo timido e riservato, parlare a voce alta, con un tono allegro, ci ha preoccupati. Qualcosa decisamente non funzionava: non era più lui.

«Hai visto che meraviglia il tuo regalo?» Mio padre è entrato camminando tutto impettito, come se stesse imitando una fotomodella che sfila sulla passerella. Muoveva le braccia avanti e indietro e ricordava piuttosto un soldato, tanto era a disagio, lui alto un metro e novanta, con una pelliccia infilata a stento sulle spalle.

Prima che la faccia di mia madre restasse bloccata dalla sorpresa, ho intravisto un lampo di delusione nei suoi occhi: non era visone. Quel furbone si era svenato per la pelliccia sbagliata.

È a quello che pensava lei, mentre lui girava su sé stesso ebbro di felicità. Noi eravamo immobili: chi era quest’uomo, chi era nostro padre?

«Toglila Carlo, che la rompi!» fu la prima frase secca di mia madre, che comunque deve aver deciso che sì, si sarebbe accontentata anche di quello straccio. In quei pochi secondi, deve aver pensato che tutto sommato le era andata bene, e che lo sforzo di quel pover’uomo andava apprezzato. Chissà, forse la sua mente pratica le stava già suggerendo di rivendere quella pelliccia, per prendere un giacchino di visone. Tanto, mio padre non se ne sarebbe neanche accorto.

Così lui ha sfilato la pelliccia, gliel’ha consegnata come se le stesse offrendo il suo cuore, e lei l’ha ringraziato con un bacio sulla guancia. Chissà, forse è rimasto deluso dallo scarso entusiasmo, ma non ha detto nulla. Credo fosse smarrito, stupito da sé stesso, e che non sapesse bene cosa fare, cosa dire. Si è conclusa così, in pochi minuti, l’unica festa del loro anniversario di matrimonio. Alla fine della sfilata erano entrambi esausti e, forse anche per quello, non si è mai più parlato né della pelliccia, né degli anniversari, e in casa il clima del mese di ottobre è tornato ad essere mite.

Lucia Landini

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ho iniziato la mia carriera come insegnante, e poi mi sono affezionata al lavoro in ufficio. Mi piace ascoltare e condividere storie, e scrivere di donne e di relazioni. Ho pubblicato il mio primo libro, Ci penserò domani (In breve edizioni 2025). Lavoro a Milano e vivo sul lago Maggiore.

 

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