Intervista alla vincitrice di uno Scudetto, tre Coppe Italia, dell’Europeo 2008 con la Nazionale italiana Under 19 e non solo…
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Dopo averla rincorsa per un po’ – non certo perché si atteggi a essere innarrivabile, piuttosto perché gli impegni sportivi la rendono inarrestabile – riesco finalmente ad acciuffare Michela Rodella per un’intervista.
La giornata è troppo corta per fare tutto, su questo siamo d’accordo. Infatti, al telefono, facciamo a gara a chi ha il fiato più tagliato dalla fretta. Parla con tono acceso, con l’allegria di chi è sempre in movimento per puro piacere, grazie alle soddisfazioni che il calcio ancora le dà, sebbene non giochi più in difesa sul campo.
Immagino che molti calciatori uomini si siano approcciati allo sport da piccoli, spinti da padri o allenatori. Come è nato per lei l’interesse per il calcio?
«Non molto diversamente. Quando avevo circa cinque anni cominciai ad allenarmi con il mio papà, che era mister di una squadra di bambini – si chiamava Primi Calci. Mia madre all’inizio era contraria e mi spinse a cominciare pallavolo, ma da subito l’allenatrice notò che con il pallone preferivo usare i piedi piuttosto che le mani e le disse che forse quello non era lo sport giusto per me. Alla fine mamma si è lasciata convincere, con il tempo si è ricreduta ed è diventata la mia capo ultrà!
Fino a quattordici anni mi sono allenata con i ragazzi nella G. S. San Marco del paese da cui provengo, Arquà Polesine, un centro di circa duemila abitanti in provincia di Rovigo. Al mattino andavo a scuola, di pomeriggio facevo i compiti, giocavo con gli amici (a pallone) e la sera mi allenavo. A quei tempi il calcio femminile era una realtà molto più piccola e sporadica, la prima squadra di sole ragazze si trovava a mezz’ora di strada e, quando incominciai ad allenarmi con loro, dovetti per forza farmi accompagnare dai miei genitori.»
Come è stato questo cambiamento?
«All’inizio… un trauma! Stavo benissimo con i compagni, era la mia bolla. In principio, addirittura, ero l’unica bambina, poi se ne è aggiunta un’altra. Pian piano mi sono adattata alle varie squadre femminili. Nell’arco di pochi anni sono passata alla serie D (Solesino, Padova), alla B (Gordige Calcio Ragazze, Cavarzere, Venezia) e infine alla A nel Bardolino-Verona che si trovava a due ore di strada da casa mia. Papà mi portava e riprendeva tutti i giorni, facendosi quattro ore di viaggio, più le trasferte nei fine settimana. Il venerdì partivo con il treno e i miei genitori mi raggiungevano il sabato. Devo dire che, senza di loro, non ce l’avrei mai fatta.»
Certamente anche i suoi genitori hanno avuto le loro soddisfazioni. Qual è stato il momento più memorabile della sua carriera calcistica?
«Non è facile dire quale sia stato il momento più bello che ricordo. Forse il primo scudetto nel Bardolino-Verona nel 2006, la vittoria della Coppia Italia con la stessa squadra, l’ingresso in serie A. Beh, ovviamente anche la vittoria dell’Europeo nell’Under 19 giocata in Francia nel 2008!»
C’è stato anche un momento particolarmente demotivante? Se sì, come lo ha affrontato?
«Di sicuro il momento più triste è stato quando ho smesso. Eravamo in pieno Covid-19 e il rimpianto peggiore è non aver visto i miei genitori sugli spalti. Non ho potuto festeggiare come avrei voluto. È stato il 22 maggio 2021 nella Florentia-San Gimignano contro il Bari.»
Non è un segreto che le sportive guadagnino meno dei loro colleghi uomini. Come ha affrontato e affronta questo divario?
«Si tratta di una domanda interessante per me, perché dal luglio 2022 sono tra le sportive che si sono adoperate affinché fosse riconosciuto il professionismo femminile nel calcio. Le tutele, le garanzie economiche, i contributi. Non è bello dirlo, ma io ho giocato a calcio una vita e non ho nessun contributo versato. Oltretutto, allenandomi cinque volte a settimana, per me non sarebbe stato possibile fare altro. Un altro mestiere, intendo. A trentadue anni mi sono ritrovata catapultata nel mondo del lavoro.»
Da come lo dice sembra sia accaduto così, di punto in bianco…
«No, a dire il vero quando ho smesso sarei dovuta entrare in società nella Florentia-San Gimignano. Ho svolto un corso da team manager, è quello che avrei voluto fare nel resto della vita, come professionista fuori dal campo. Erano già stati presi tutti gli accordi del caso, ma poi il titolo sportivo è stato venduto alla Sampdoria, inclusa la società femminile, e io – non solo io – mi sono ritrovata senza prospettive. Quindi mi sono dovuta reinventare.»
E se lei fosse stata un uomo?
«Se fossi stata un uomo, il mio percorso e le problematiche affrontate sarebbero stati completamente diversi, e non di questo tipo. Per fortuna, oggi la situazione è cambiata. C‘è una maggiore tutela e una ragazza che intraprende la carriera calcistica sa di avere opportunità concrete. Se firma un contratto professionistico, ha diritto allo stipendio e alla disoccupazione, un traguardo fondamentale per cui abbiamo lottato molto. Sono orgogliosa di aver contribuito a garantire un futuro più sereno a chi verrà dopo di me.»
Cosa consiglierebbe a una ragazza che si affaccia al mondo del calcio?
«Alle giovani calciatrici dico sempre di non perdere di vista i propri obiettivi. Nel mondo di oggi il professionismo ha vantaggi ma anche ostacoli. Il business è diventato grosso e se usato nella maniera scorretta può condurre verso strade sbagliate. Tutte le cose belle hanno un lato oscuro e non si deve dimenticare che il calcio è divertimento, è gruppo, e con la costanza, la dedizione e la passione tutto può accadere. Ora le bambine hanno delle opportunità che io non ho avuto. È più facile fare carriera ma allo stesso tempo più difficile: esistono numerose realtà calcistiche e quindi c’è anche più selezione. Anche se siamo lontanissime da situazioni che vediamo all’estero. Pensi che quest’anno è uscito per la prima volta l’album di figurine delle squadre femminili!»
Quali sono le realtà dove le giovani calciatrici hanno più spazio?
«Nei college americani, ad esempio, è normale giocare a calcio, c’è un’organizzazione di base che noi ci sogniamo. In Italia siamo ancora indietro, lo sappiamo bene. Paesi europei all’avanguardia sono Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Paesi scandinavi… Noi siamo stati tra gli ultimi ad arrivare al professionismo.»
Attualmente lei è una dirigente. Cosa le piace di più di questo nuovo ruolo?
«Attualmente sono dirigente, ma di fatto sono una persona che mette a disposizione se stessa per gli altri. Io, come altre del settore, non firmo contratti, ma agisco per amore, per dedizione. In questo momento sono responsabile del settore giovanile a Poggibonsi, dove vivo e lavoro. Ho persino cambiato impiego per essere più vicina a questa realtà, nata solo da due anni e che già ha dato grosse soddisfazioni ed emozioni. Sono appena tornata da Gubbio con l’Under 15 nel weekend (23-25 maggio). Era la prima uscita fuori dalla regione per molte ragazze, erano coinvolte numerose squadre del Centro Italia. È stato un torneo bello, così come è stato bello far vedere alle giovani calciatrici cosa c’è fuori dal confine della Val d’Elsa.
Vedendo la soddisfazione nei volti della ragazze sono tornata indietro di vent’anni, mi sono ricordata cosa provavo in quei momenti. Hanno addirittura lasciato a casa i telefoni, abbiamo deciso di stare con loro per vivere appieno un momento di coesione e condivisione, stare insieme, fare giochi di gruppo. Se avessero portato il cellulare sarebbero state venti “mummie” attaccate a un dispositivo! Tra le tre categorie a cui mi dedico, Under 15, Under 12 e l’Under 10 nata proprio quest’anno, è soprattutto quest’ultima che mi fa sorridere e a volte piangere, pensando che le più piccole potranno avere un’opportunità che io non ho avuto.»
E anche grazie a lei, no?
«Sì. Però se una ragazza arriva a ricoprire dei ruoli importanti è perché lo merita. Ma se posso fare qualcosa affinché questo accada a chi ha le giuste qualità, di certo non mi tiro indietro.»
Silvia Roncucci
Foto in alto: Michela Rondella
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