Ricorre oggi l’anniversario di una delle opere più amate al mondo con cui Mary Shelley ha rivoluzionato il panorama letterario.
È l’11 marzo del 1818 quando Mary Wollstonecraft Godwin, coniugata Shelley, pubblica per la prima volta Frankenstein o il moderno Prometeo e proprio oggi questo classico compie duecento otto anni.
L’opera fu inizialmente pubblicata in forma anonima. Il nome di Mary Shelley apparve solo nell’edizione del 1831. L’anonimato era uno stratagemma comune tra le autrici dell’epoca. Questo perché la scrittura era considerata un’attività poco consona alle donne e la letteratura femminile era spesso bersaglio di pregiudizi.
Frankenstein è un’opera straordinaria che continua a dominare la sfera letteraria mondiale. Il successo si deve, prima di tutto, alla sua autrice rivoluzionaria. Del resto, Calvino sosteneva che «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire», ecco perché opere secolari sono in grado di comunicare ancora qualcosa.
Il genio è di famiglia: l’autrice è la figlia di Mary Wollstonecraft, filosofa e pioniera del femminismo, e di William Godwin, scrittore e filosofo. Mary cresce in un ambiente stimolante e, sebbene la madre sia morta quando lei era in fasce, la sua memoria è sempre presente.
Sollecitata dal nucleo familiare e da un’educazione all’avanguardia, non stupisce che Mary scriva il suo grande romanzo gotico a soli diciannove anni. Lei stessa definisce i suoi scritti «voli aerei della mia fantasia nascevano e crescevano», una descrizione che le calza alla perfezione.
Il romanzo è stato così cruciale che dal 1910, anno in cui per la prima volta appare sul grande schermo, in poi è stato oggetto di numerose trasposizioni cinematografiche e televisive, messe in scena teatrali e musical, retelling e addirittura merchandise.
Perché l’opera ci attira a distanza di due secoli? Mary Shelley ha costruito il romanzo con genialità poiché chi legge si sente sia Victor sia la creatura. L’ingegno dell’autrice è riuscire a provocare in noi empatia per il carnefice e la vittima, ruoli che in verità si alternano fra i due protagonisti.
Victor crea qualcosa di pericoloso per il semplice fatto di aver seguito i propri desideri. Quante volte noi commettiamo errori perché siamo governati dalle leggi del cuore? Tutti sbagliamo, feriamo chi ci sta intorno e viviamo con i sensi di colpa, come Frankenstein: «Come posso descrivere la mia emozione a quella catastrofe, descrivere l’essere miserevole cui avevo dato forma con tanta cura e tanta pena?»
Però siamo anche la creatura, l’altra faccia della medaglia. Siamo vittime di noi stessi e del mondo. Quante volte siamo esclusi dagli altri perché non considerati degni? Quante volte siamo delusi e abbandonati? Di grande impatto sono le riflessioni della creatura: «Io anelavo all’amore, alla compagnia, ma fui sempre respinto. Non trovate tutto ciò profondamente ingiusto?»
L’intero romanzo si regge su questa dicotomia: errore e rimorso, umanità e mostruosità, voglia di stare con gli altri e isolamento. L’autrice ha così creato una zona grigia, dove i confini tra bene e male sono labili, e tra le crepe ci sentiamo compresi perché anche noi siamo una combinazione di bianco e nero.
Frankenstein fra i tanti spunti di riflessione ne lascia uno in particolare: la diversità non è sinonimo di bruttezza e cattiveria. Siamo ben inclini a ciò che è bello e regolare, mentre ci spaventa ciò che esce dai nostri schemi mentali.
Questa è una lezione di inclusività assai moderna. Sono trascorsi due secoli da questo romanzo e noi ancora siamo spaventati da ciò che percepiamo come diverso solo perché gli standard socio-culturali hanno stabilito una normalità inesistente.
Mary Shelley ci ha consegnato un classico senza tempo, un insegnamento che dovremmo accogliere per davvero, e tra cento anni i nostri posteri ne parleranno ancora.
Sebbene fino ad allora l’opinione pubblica avesse ritenuto la letteratura femminile secondaria, Mary ha dimostrato quanto invece l’ingegno letterario delle donne sia capace di scavalcare i cancelli degli stereotipi.
Concludo con una frase del romanzo che racchiude il senso di tutto: «La vita, anche se non è che un insieme di angosce, mi è cara, e la difenderò.»
Altea Fiore
Foto in alto: Mary Shelley, foto da Wikimedia Commons
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