Un approccio multifattoriale che mette al centro il paziente rendendolo parte attiva del percorso riabilitativo e produce grandi risultati.
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La fisioterapia è la branca della medicina che si occupa della cura e riabilitazione dei pazienti affetti da patologie o disfunzioni in ambito muscolo-scheletrico, neurologico e viscerale. Per esercitare la professione di fisioterapista occorre conseguire un titolo di laurea triennale e superare l’esame di Stato che abilita a questa attività. La figura professionale della/del fisioterapista esiste dal 1994. Il primo corso di laurea è del 1999.
L’accesso al corso di laurea, che è a numero programmato, prevede il superamento di un test di ingresso. I posti disponibili non sono molti, se pensiamo anche solo all’invecchiamento della popolazione e al crescente bisogno di assistenza. Per l’anno accademico 2024/2025 presso Unifi erano disponibili, ad esempio, solo quarantotto posti.
La specializzazione in fisioterapia sportiva
Attraverso un master di specializzazione post-laurea è possibile indirizzare la propria preparazione verso la fisioterapia sportiva. A chiunque pratichi, o abbia praticato, sport è sicuramente capitato di avvalersi della professionalità di una/un fisioterapista sportivo. Ogni anno vengono trattate circa 400.000 persone per infortuni sportivi. La/il fisioterapista sportiva/o, oltre alla formazione standard, si specializza nella cura del paziente con l’obiettivo di consentire il ripristino delle funzioni sportive e la ripresa in tempi rapidi dell’attività agonistica.
Le diverse discipline sportive comportano infortuni e patologie specifiche di cui la/il fisioterapista deve tenere conto. Allo stesso tempo ogni atleta, e non solo a causa dello sport praticato, prevede tempi di recupero differenziati. L’obiettivo del recupero psicofisico dell’atleta è un elemento cardine del trattamento fisioterapico, che oggi si ispira alle linee dell’attuale approccio biopsicosociale.
Il modello biopsicosociale in fisioterapia
Il modello biopsicosociale, che ha superato il precedente approccio biomedico basato solo su elementi biologici, nasce nel 1977 con un articolo pubblicato dallo psichiatra statunitense George Engel su Science. Molti anni prima (1948), l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva coniato una nuova definizione di salute come «stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.»
L’applicazione del modello biopsicosociale prevede che la persona venga contestualizzata dalla/dal professionista, in modo da non tenere conto solo degli aspetti biologici determinati dall’infortunio, ma anche di quelli sociali e psicologici. Si tratta di un approccio multifattoriale che mette al centro il paziente rendendolo parte attiva del suo percorso riabilitativo. L’idea che il corpo e la mente siano due entità separate è superata. È ormai accettato che sia i fattori psicologici (come disagio, ansia o depressione) e fattori sociali (come il supporto sociale o il contesto familiare e lavorativo) abbiano un’influenza nel processo di recupero.
La relazione di cura e il ruolo del fisioterapista
L’intervento della/del professionista della riabilitazione non si limita a predisporre terapie ed esercizi. Infatti, svolge anche un’importante azione di supporto e cura, incoraggiando atteggiamenti positivi e stili di vita adeguati capaci di produrre incredibili benefici. La prima domanda che la/il fisioterapista vi rivolge ogni volta che vi vede, «Come stai?», è solo il primo segnale di quell’attenzione e comprensione che sta mostrando verso l’unicità della vostra persona. Una piccola domanda che porta al cuore della relazione di cura che la/il fisioterapista interpreta.
Un aspetto curioso: la parità di genere nella professione
C’è un aspetto curioso che riguarda quantә scelgono di diventare fisioterapisti/e. I dati forniti dal consorzio interuniversitario Almalaurea nel giugno 2024 in merito al profilo dei laureati italiani in fisioterapia rilevano una sostanziale parità di genere (donne 49,2% – uomini 50,8%). In altre professioni di cura, come scienze dell’educazione o scienze infermieristiche, per non parlare della professione sanitaria ostetrica, la predominanza è decisamente femminile. Per quanto riguarda invece il percorso di laurea in Scienze motorie gli uomini prevalgono con un 67,2% contro un 32,8% delle donne.
Paola Giannò
Foto in alto: di Efes da Pixabay
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