Oggi vi presentiamo Droghe di specie diverse, racconto di Carla Bardelli. Quando l’amore tanto desiderato diventa una dipendenza.
Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni. Partecipa alla nuova call: cerchiamo nuove voci per le nostre pillole. Invia il tuo racconto entro il 6 aprile 2026.
DROGHE DI SPECIE DIVERSE di Carla Bardelli
Ho imparato ad amarti dentro un’auto con i vetri oscurati. Solo poche volte hai avuto il coraggio o forse la volontà, di portarmi altrove. Conosco il tuo corpo a zone: il volto, la nuca, le mani, il ventre e il torace dove mi è sempre piaciuto poggiare la testa. Il resto mi sfugge; non saprei descrivere per intero l’oggetto della mia passione e della mia disperazione.
Sei anni di promesse e bugie. Sei anni di speranza e d’impossibilità a crederci. Per la speranza bisogna essere in due.
Dal tuo periodico sottrarti ai nostri incontri, giustificato dal senso di colpa nei confronti della famiglia, ho spesso percepito una cosa sola: che non sono abbastanza. Ma l’illusione che per te fossi importantissima, è stata irresistibile.
Non mi hai mai fatto dono della tua imprudenza, dell’azzardo. Mai una sorpresa: mi chiami, fissiamo un appuntamento. Ci vediamo per poco più di un’ora che passiamo facendo l’amore, ci afferriamo l’un l’altra brutalmente non so se con rabbia o disperazione.
Mi riaccompagni al posteggio dove ho lasciato la mia auto e per qualche giorno mi faccio bastare il ricordo dei minuti passati insieme. Poi l’attesa diventa qualcosa di crudo e nero. Smetto di sentire il calore delle tue labbra sul mio collo, sul mio viso e mi domando dove sia la nostra storia.
Ho vissuto anni di noi nel presentimento dell’imminenza; prima o poi sarebbe finito tutto, lo sapevo e nel dirmelo ero già oltre, nel rimpianto dei momenti in cui ancora era.
Eppure mai ho immaginato che un giorno non avrei avuto nessuna reazione di fronte al tuo solito lamento: «È troppo pericoloso vederci ancora, dobbiamo finirla qui. I bambini…»
Come mi hai appena detto, ancora una volta con lo stesso tono, con la stessa aria vagamente impenetrabile e misteriosa. Decine, centinaia di volte, a cui sono sempre seguiti lunghi periodi di silenzio.
E io non provo niente mentre sento che hai voglia di dirmi di più. Mentre sento che è meglio tu non lo faccia. Sarebbe la solita bugia rimossa, camuffata, negata, ma che finisce sempre per tornare fuori: «Non ti ho mai abbandonata, non me ne sono mai andato via. Sono rimasto sempre qui con te, sei tu che non lo senti.»
Perché è meglio sentirsi incompresi che colpevoli.
A forza di allontanarti, adesso sei così lontano da non riuscire più a tornare.
Dentro quest’auto dai vetri oscurati, non sono neppure in grado di capire se la mia mancanza di reazione sia l’effetto di un’agghiacciante ondata di assuefazione così forte da svuotarmi di ogni altra sensazione o del fatto che solo adesso inizio a trovare la forza di guardare ciò che prima non ho voluto vedere.
E vedendo si è modificata la percezione di te. L’idea di te, un altro te, torna sempre più spesso e giorno dopo giorno ingrandisce. Finirà per restare qui a riempire questo vuoto di senso. È così che si comincia, credo. È così che i pensieri si trasformano e diventano istantanee che acquistano peso nella sequenza lenta e lunga di menzogne reiterate. Le teorie che hai elaborato e le giustificazioni che ti sei dato per nascondere ciò che sei, sono da ammirare per stravaganza e volontà.
E adesso non riesco a comprendere perché un impostore abbia potuto perseguitarmi tanto. Credo di aver dedicato troppo tempo alla sofferenza che mi procuravano le tue sparizioni e perché lo abbia fatto rimane per me un mistero insondabile. Non so davvero perché ti abbia amato in questo modo così insensato.
Ma il pendolo della nostra storia ha avuto oscillazioni troppo ampie e alla fine il tempo ha fatto ciò che doveva fare. Il non senso mi ha investita e ha riempito tutto lasciando il posto a non vale la pena, non più.
Io e te, di nuovo qui, un’altra volta, forse l’ultima e non saprò mai cosa sono stata per te. Restiamo abbracciati ancora un po’ mentre il sole tramonta: le tue parole, la tua pelle, i tuoi gesti nell’auto. Non so lasciarti. Non sai lasciarmi. Continuiamo a farci male. O forse solo io sento male.
L’incessante sforzo di astenerci da ogni contatto è una lotta molto simile a quella di un tossicodipendente che cerca di liberarsi dalla droga.
Carla Bardelli
Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Carla Bardelli
è nata e vive a Siena dove si è laureata in lettere e filosofia. La sua tesi di Laurea “Il gelo dell’incomprensione e la ferocia della città: l’adolescente nei racconti di Bilenchi”, ha ottenuto il premio dell’Associazione Amici di Romano Bilenchi. É stata bibliotecaria alla Facoltà di Scienze M.F.N. dell’Università degli studi di Siena e, successivamente, alla Biblioteca dell’Università per Stranieri di Siena. Fa parte dell’Associazione Donne di carta, con sede legale a Roma. Con Effigi ha pubblicato il suo primo romanzo Il suono breve della neve, La guerra è femmina (con prefazione di Romano Luperini) e Io con i mostri non ci parlo con il quale ha partecipato al Premio letterario Campiello e ottenuto la Menzione d’onore della Giuria al Premio letterario Leopoldo II di Lorena. Nel 2023 ha pubblicato, sempre con Effigi, il suo ultimo romanzo Livia all’improvviso.

