La denuncia di un mondo che non è stato costruito per le donne e l’impegno per un cambiamento che sia finalmente equo e inclusivo.
Dall’ottavo numero de L’Altro Femminile, donne oltre il consueto, scarica il PDF della rivista o sfogliala online.
Succede a volte di incontrare un libro di cui non sai nulla, la cui autrice ti è sconosciuta ma che ti attrae per motivi imponderabili. Forse è la copertina, forse il titolo ma finisci per prenderlo in mano e non lasciarlo più. Mi è successo qualche anno fa, mentre cercavo il famigerato “secondo libro praticamente regalato” nella libreria dell’aeroporto di Heathrow.
Strillava Good for a girl seguito da un lungo sottotitolo e ricordo di aver sorriso al doppio senso, interpretabile sia per qualcosa che va bene giusto per una femmina, sia come finto complimento sessista, sei brava, per essere una ragazza. L’ho preso senza saperne niente, pronta a farmi stupire dal mio sesto senso. Un attimo di ricerca, in attesa del boarding, e scopro che l’autrice, Lauren Fleshman, è una californiana, ex professionista di atletica leggera e ora allenatrice, imprenditrice e attivista per tutte quelle come lei. Una «donna che gareggia in un mondo di uomini», come recita il sottotitolo.
Fleshman è stata campionessa dei 5000 metri nel 2006 e nel 2010. Ha partecipato ai Campionati del mondo di atletica leggera IAAF nel 2003, 2005 e 2011. Proprio nel 2011 si è piazzata al settimo posto. All’epoca, questo rappresentava il miglior risultato mai ottenuto da una donna americana in quella specialità.Durante il college, ha vinto quindici volte l’All-American e cinque volte il titolo NCAA, i più prestigiosi premi dello sport universitario americano, così diverso dal nostro.
Insomma, non potevo scegliere un libro più lontano da me e dai miei interessi. Eppure, bastano poche pagine per essere catturati dalla sua capacità di raccontare, tra memoir e critica. Nel libro ci sono difficoltà della vita in cui è facile immedesimarsi: un padre alcolista, una figlia affamata di approvazione, gli sforzi per farsi notare, per emergere tra tanti ragazzi e ragazze che fanno atletica. La parte autobiografica non fa sconti a nessuno, neanche all’autrice stessa, che ammette la vergogna di esser stata per anni una complice del sistema che con il suo libro mira a sovvertire. Non usa solo aneddoti e critiche feroci, porta anche numeri, statistiche e idee su come si possa cambiare l’ambiente sportivo per rendere la vita meno terribile alle ragazze.
Questo mi ha attratta: la sua evidente competenza e lo studio approfondito che si mescolano alle esperienze dirette, quelle traumatiche fin da subito e altre i cui segni diventano riconoscibili solo da una prospettiva esterna. In una presentazione, Fleshman dice con tatto: «Viviamo in un mondo che non è stato costruito per noi donne. Se non vi riconoscete esattamente nella mia storia, spero che possiate riconoscervi in momenti della vostra vita in cui siete caduti, ma non è stata colpa vostra.»
Forse fa riferimento ai terribili infortuni che hanno costellato la sua carriera proprio nei momenti di maggior stress. Mentre si allena per le selezioni delle Olimpiadi 2004, Fleshman cade nel tranello del “meglio veloce che sana” che permea il mondo della corsa. Un disturbo alimentare le fa perdere peso, ma anche potenza nella falcata. Ha un piede dolorante e non partecipa ai trial: frattura del metatarso. Probabilmente perché non mangiava abbastanza.
Nel libro esplora i limiti di un sistema cieco. Un modello che non pensa allo sport femminile in termini specifici. Non comprende le differenze biologiche. Ignora la diversa curva di crescita tra maschi e femmine. Trascura le implicazioni della pubertà. Si tratta di cambiamenti che colpiscono i sessi in modo quasi opposto, ma che il sistema finge di non vedere. Con gli allenatori non si possono «cercare scuse» nel ciclo mestruale, nel gonfiore. Lo sviluppo del seno è un tema ignorato, sia dai coach sia dagli sponsor, che creano abbigliamento ammiccante e sexy senza pensare alle difficoltà pratiche di una ragazza che cresce.
Denuncia le aspettative irrealistiche sul corpo delle runner, sottoposte al jiggle test, come se davvero si potesse avere un corpo in cui facendo salti nessuna parte ballonzolasse. È l’ossessione delle atlete per il corpo e il peso per la gara a spingere Fleshman alle riflessioni che portano al libro. Si accorge che qualcosa non funziona ma inizialmente non dice nulla, convinta che solo le vittorie le avrebbero dato una voce. Crea un blog in cui risponde alle domande con candore e presto si ritrova circondata da donne, atlete e non, in crisi con la percezione del proprio corpo. Unisce i puntini.
Nel 2013 diventa socia del brand tecnico Oiselle, con il sogno di costruire un sistema «interamente centrato sull’atleta donna.» Agli antipodi rispetto alla storia di un coach che, di fronte agli scarsi risultati della squadra, accusa le ragazze di non avere l’integrità degli uomini, di cadere in errori come disordini alimentari, autolesionismo, autosabotaggio. Fleshman ammette di non aver parlato, allora. Il silenzio era parte integrante di un metodo che colpevolizza la donna. Un sistema che non si chiede quali siano i motivi che portano a farsi del male. Fino a distruggere il proprio corpo. «Comportamenti» scrive «che si fanno passare per scelte personali, mentre sono conseguenza di un ambiente in cui le donne faticano il doppio per entrare ma che non è loro permesso modificare.»
Vittima di discriminazioni a causa del suo genere. È stata spesso sminuita per la sua bellezza di bianca americana. Dopo gli infortuni, è stata emarginata dallo stesso sistema perverso che li aveva prodotti. È una donna che ha lottato in ogni momento della vita per ottenere le stesse opportunità di un maschio. Ha combattuto anche per una retribuzione almeno vagamente simile, una lotta ancora aperta. Fa divulgazione sui disordini alimentari, contro il machismo degli allenatori; allena lei stessa, insegna alle ragazze a correre e alle donne ad allenare altre ragazze. In modo diverso, in un modo più giusto.
Nel tempo di un volo ho finito il libro. Mi è quasi venuta voglia di correre, ma ho resistito.
Barbara Salazer
Foto in alto: da nytimes.com
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